Blair: «Le guerre vanno combattute»

La Hms Albion è stata progettata per proiettare una forza d’ assalto sulle spiagge di Paesi lontani. Tony Blair ha scelto il ponte di questa nave per lanciare il suo messaggio sul futuro politico-militare del Regno Unito, che nella sua visione «deve continuare a combattere delle guerre». Non basta offrirsi per mantenere la pace, bisogna anche battersi, perché il «potere morbido senza quello forte non risolve i problemi del mondo». In estate il premier laburista lascerà il governo, ma non rinuncia a guardare lontano, continua a cercare di lasciare un’ eredità. E se le sue scelte di politica estera in Afghanistan e in Iraq sono state «controverse» e impopolari, ammonisce che «ritirarsi sarebbe una catastrofe». I peacekeepers, i soldati di pace, non bastano, a una nazione che vuole contare servono fighters, soldati combattenti: «Io sono per forze armate pronte a rispondere alle sfide, perché non può essere risolta la povertà in Africa o altrove con la semplice presenza degli aiuti. Dobbiamo garantire l’ assenza di conflitti. Gli Stati falliti minacciano il nostro popolo come la loro gente. Il terrorismo distrugge il progresso. E se è vero che non si può sconfiggere il terrorismo soltanto con mezzi militari, non lo si può eliminare senza». Tra le frontiere della sicurezza globale Blair ha citato la Somalia, teatro dell’ incursione aerea americana a caccia di Al Qaeda che secondo il governo italiano «non ci voleva e accresce la tensione». Il leader britannico spiega che «il rischio qui e negli Stati Uniti non è l’ avventurismo, ma l’ isolazionismo». In tema di avventure, da Washington il portavoce della Casa Bianca liquida come «leggenda metropolitana» le ipotesi di attacco a Iran e Siria. Ma riuscirà Blair con questi discorsi d’ addio a tracciare la via per il suo successore annunciato Gordon Brown? Nelle ultime settimane una serie di generali di Sua Maestà si sono alzati per dire che la guerra al terrorismo ha chiesto troppo alle forze armate, esponendole a rischi inutili, spingendole sull’ orlo del collasso. Oltre 27 mila dei 201 mila militari britannici sono schierati all’ estero (7.200 in Iraq e 6 mila in Afghanistan). Lord Garden, liberaldemocratico con passato di vice capo di stato maggiore della Difesa, risponde che «non si può giocare a fare la mini-America mandando soldati dovunque ci siano problemi: non possiamo permettercelo». Blair dice che marciare al fianco degli americani è essenziale, ma resta il fatto che mentre Bush annunciava l’ invio di altri 20 mila uomini nella fornace irachena, a Londra ieri si parlava del rientro a casa entro pochi mesi di 3 mila soldati britannici. E Brown ha appena detto che avrà la forza per criticare scelte sbagliate di Washington. Il premier a bordo della Albion ha insistito che «ora che il potere imperiale della Gran Bretagna è alle spalle, certo, si può scivolare tranquillamente, anche con grazia, in un ruolo differente: si può guidare la battaglia contro il cambiamento climatico, la povertà globale, lasciando ad altri il compito di mostrare il potere forte. Ma io non la penso così». Nelle stesse ore Brown prometteva in tv di dare l’ esempio ambientalista: niente aereo per andare in vacanza. Meglio il treno, che lascia «un’ impronta» inquinante inferiore ai jet. L’ altro giorno alla stessa domanda Blair aveva risposto: «Rinunciare a volare verso luoghi lontani? Non sarebbe pratico, io non lo farò». Orizzonti di gloria diversi per il blairismo e il brownismo.