Blair, dopo gli islamisti vuol controllare i giudici

Il ministro per gli affari costituzionali britannico Charles Falconer, sta pensando ad una legge che per la prima volta suggerirebbe ai giudici come interpretare la carta per i diritti umani, in modo da evitare qualsiasi interferenza nei nuovi accordi che il governo sta varando sulle deportazioni

LONDRA
Cosa fa un governo democratico che si sente imbrigliato dal rispetto dei diritti umani, quando i giudici insistono nel voler essere indipendenti e applicare le regole previste dal sistema? La risposta britannica al dilemma è semplice: si cambiano le regole, imponendo al potere giudiziario la propria visione. Così, davanti ai dubbi di legalità avanzati dai magistrati nei confronti delle misure anti terrorismo proposte la settimana scorsa, l’esecutivo di Tony Blair flette i muscoli e fa vedere chi comanda veramente all’ombra del Union jack.

È per bocca del suo ministro degli affari costituzionali, Lord Falconer, che ieri il governo ha fatto conoscere la sua intenzione di proporre una legge che stabilisca come i giudici dovranno interpretare la Convenzione europea sui diritti umani.

L’obiettivo è ridurre al minimo la possibilità di interferenze da parte del potere giudiziario nell’operato dell’esecutivo, con particolare riferimento all’intenzione di deportare individui verso paesi dove questi rischiano di essere torturati.

L’articolo 3 della convenzione lo proibisce, ma, secondo quanto affermato da Falconer in un intervista al Guardian, «se cambiano i presupposti, allora anche le leggi devono cambiare». Per cui, se il governo oggi ritiene che certi individui rappresentano un pericolo per la nazione, questi devono andare, con o senza il benestare delle leggi umanitarie.

Ma, visto che l’articolo 3 della convenzione non si può rinunciare, secondo il governo basterebbe interpretarlo in modo meno rigoroso. E per assicurarsi che qualche giudice zelante non si azzardi ad uscire dal seminato governativo, ecco in arrivo un vademecum sotto forma di legge in cui si stabilisce che i giudici, nelle loro sentenze, sono tenuti a bilanciare il diritto di una persona – teoricamente inviolabile – a non essere torturata contro gli interessi della sicurezza nazionale.

«Quello di cui parlo è una legge che stabilisca la corretta interpretazione della Convenzione sui diritti umani», ha dichiarato Falconer «che è anche un modo intelligente per non rinunciare alla Convenzione, mantenendo una politica di deportazione adeguata.»

All’alba di giovedì, la polizia britannica ha arrestato dieci individui che il governo vuole al più presto espellere dal paese perché ritiene siano una minaccia per la sicurezza.

L’unico di cui si conosce il nome è Abu Qatada, un predicatore giordano-palestinese descritto dalle autorità britanniche come «molto pericoloso». Nastri incisi con suoi sermoni sono stati trovati nell’appartamento di Amburgo usato da alcuni dei sequestratori del 11 settembre. Si parla inoltre di legami sia con Richard Reid, il fallito attentatore che ha cercato di fare esplodere un aereo con una bomba nascosta nella suola della scarpa, che con Zacarias Moussaoui, accusato di essere il «ventesimo attentatore» del World trade centre.

Degli altri nove individui arrestati, è stato solo confermato che sono tutti di origini algerine e che la maggior parte di loro era già agli arresti domiciliari o sotto sorveglianza speciale.

Sia la Giordania che l’Algeria, però, sono paesi in cui la tortura è ampiamente praticata su certi tipi di prigionieri.

Per questo i legali dei dieci arrestati hanno deciso di fare appello contro la deportazione e si apprestano a combattere una battaglia legale che potrebbe durare anche un anno.

La Gran Bretagna ha firmato un accordo con la Giordania affinché il regno hashemita si impegni a non maltrattare i prigionieri eventualmente inviati, e si apprestano a fare altrettanto con l’Algeria.

Gli accordi, però, hanno suscitato ampie critiche sia tra le associazioni umanitarie che tra eminenti giuristi, sulla base della poca affidabilità dei paesi firmatari.

Per questo il governo sta cercando di difendere il piano, proponendo ad organismi autorevoli come la Croce rossa internazionale di entrare a fare parte della commissione incaricata di monitorare l’implementazione degli accordi.

«Starà ai giudici decidere se le assicurazioni e i meccanismi indipendenti di monitoraggio saranno adeguati», ha dichiarato Falconer.

Nonostante i tentativi concilianti del ministro, però, la rotta di collisione è chiara, e all’orizzonte si profila un autunno di scontri tra l’esecutivo e i magistrati.