Blair-Bush, l’alleanza si complica

Il premier inglese chiede un ruolo per l’Onu nel dopoguerra, gli Usa sono contrari

E’ un vertice a due facce quello tra George W. Bush e Tony Blair a Camp David, nel Maryland. Quando oggi i due terranno una conferenza stampa è prevedibile che parleranno all’unisono: la campagna militare contro l’Iraq va secondo i piani anche se sarà lunga, non ci saranno fanfare ma probabilmente nemmeno toni entusiastici. A porte chiuse, però, i condottieri della guerra dovrebbero avere discusso più di divergenze politiche che di punti d’intesa. La prima questione è la strategia del dopoguerra, che Blair vorrebbe ancorare a un ritorno in campo dell’Onu mentre Bush ha pronto un governatore per l’Iraq, l’ex generale Jay Garnett. «E’ nostro comune avviso», ha dichiarato il premier britannico prima di lasciare l’Inghilterra con riferimento agli americani, «che nell’Iraq del dopoguerra le Nazioni Unite debbono essere coinvolte, e posso assicurarvi che nostro desiderio è garantire loro un ruolo centrale». L’idea inglese in realtà si scontra con il piano dell’Amministrazione Bush, preparato nei mesi scorsi dall’ala più intransigente del governo e fatta propria dal presidente. Il piano prevede una sorta di proconsole americano a Baghdad e non un’amministrazione civile, né targata Onu né alleata fra americani, inglesi e australiani che hanno combattuto; e una ricostruzione gestita non dalle agenzie dell’Onu ma da multinazionali statunitensi. Con l’obiettivo strategico – hanno aggiunto a margine i generali del Pentagono – di fare dell’Iraq la nuova base militare permanente americana in Medio oriente, spostando armi e bagagli dall’infida Arabia Saudita.

La missione politica di Blair finisce invece lì dove comincia quella americana. Il premier inglese si è schierato con Bush in nome di quelle «relazioni speciali» con l’America che sono un caposaldo dell’alleanza Washington-Londra e che ieri perfino il cancelliere Gerhard Schroeder ha riconosciuto come una qualche attenuante per il comportamento del governo inglese. Ma la sua scelta di campo ha provocato una fortissima opposizione interna – nell’opinione pubblica e nel suo stesso partito, il Labour – e un isolamento del paese in Europa rispetto alle posizioni non interventiste dei principali partner quali Francia e Germania. Paesi con cui Blair più di Bush dovrà avere di nuovo a che fare in qualità di membro dell’Unione europea.

La speranza del leader inglese con il suo viaggio in America è di portare a casa almeno una promessa da parte di Bush di appoggiare una seconda risoluzione all’Onu per disciplinare assistenza, ricostruzione e transizione politica in Iraq. E’ il motivo per cui Blair incontrerà oggi a New York anche il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan.

Ma per il premier inglese si tratta di una missione difficilissima se non impossibile. Perché la Casa Bianca non può cambiare le carte in tavola dopo solo una settimana di guerra che, per altro, continua a non andare secondo le previsioni iniziali. Proprio dal campo di battaglia potrebbero venire altri elementi di discussione fra Blair e Bush. Il generale Tommy Franks, che comanda le operazioni, è stato costretto più di una volta a modificare la sua linea d’attacco di fronte alla resistenza irachena, come se non fosse stata prevista o mal calcolata. E i generali americani avrebbero già manifestato un malumore crescente per l’impostazione della guerra imposta dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld – meno uomini, meno bombardamenti pesanti non per motivi umanitari ma per esigenze politiche; malumori e cambiamenti che ovviamente non possono rallegrare gli inglesi, sul terreno agli ordini di Franks.

Ma a Washington l’aria è pesante per tutti. Ieri il segretario di stato Colin Powell, spesso dipinto come «colomba» dell’Amministrazione, è stato costretto a smentire il New York Times, che aveva scritto di sue possibili dimissioni per divergenze con Bush.