Blair battuto torna all’attacco

Tony Blair reagisce alla pesante sconfitta in parlamento attaccando. Il premier ieri ha accusato alcuni deputati di non essere in sintonia con l’opinione pubblica e di rifiutare di affrontare la minaccia terroristica in modo adeguato. C’è un preoccupante gap – ha detto Blair ad una riunione del gabinetto dei ministri – tra alcune componenti del parlamento e la realtà della minaccia terroristica e dell’opinione pubblica». Mercoledì sera al termine di un dibattito a tratti nervoso e dai toni spesso aspri, Blair e il suo governo sono stati sconfitti sul provvedimento che prevedeva l’estensione a 90 giorni della detenzione senza accuse e senza processo dei sospetti di terrorismo. La prima sconfitta per Blair, da quando è stato eletto premier nel 1997, ha riguardato una delle questioni più importanti per il primo ministro britannico, cioè la presunta guerra al terrorismo internazionale. Una sconfitta che brucia, come dimostrano i commenti di Blair il giorno dopo. I ribelli però rimandano al mittente le parole al vetriolo e ribadiscono che al palo c’era forse la più grande negazione dei principi fondanti della stessa democrazia britannica. A Blair brucia anche il fatto che a votare contro non sono stati, tra le fila laburiste, i soliti sospetti, cioè la sinistra laburista storica. Ad opporsi a Blair sono stati infatti ben 49 deputati Labour.

Nel tentativo di mitigare gli effetti della sconfitta, il ministro degli interni Charles Clarke (autore della legge) ha ieri cercato di addossarsi la colpa di quella che, ha ammesso, «è stata una grande sconfitta». Nello scusarsi per «aver fallito nel convincere il parlamento della giustezza e della necessità di quel provvidimento», Clarke non ha rinunciato ad un affondo velenoso nei confronti dei ribelli. «C’è un gruppo di persone – ha detto – assai determinato nel voler prendere a pugni sul naso Tony Blair». E, tanto per non far nomi, ha aggiunto che «gente come Bob Marshall-Andrews lavora coi conservatori, cospirando attivamente per spostare voti contro Blair».

La replica dei ribelli non si è fatta attendere. Frank Dobson, il grigio ex ministro della sanità, rinato da quando è stato scaricato da Blair, ha voluto mettere l’accento sul futuro. «Io ho votato contro – ha detto – ma molti deputati che hanno votato con il governo in questa occasione mi dicono di non aver alcuna intenzione di sostenere Blair nel suo piano di privatizzazione del servizio sanitario nazionale e nel suo progetto per la scuola». Per Diane Abbott, deputata eletta nel collegio londinese di Hackney North e Stoke Newington, «la cosa più importante è mantenere il paese al sicuro dal terrorismo. Ma sono convinta che questa legge sul terrorismo, così mal scritta, avrebbe fatto esattamente il contrario. La polizia ha già enormi poteri in materia di terrorismo. Questa legge avrebbe dato alla polizia la licenza di organizzare `battute di caccia’ all’interno della comunità musulmana, consentendo l’arresto di persone per 90 giorni, anche in assenza della minima prova». Il voto di mercoledì per Abbott è stato «la vittoria della democrazia parlamentare e della libertà individuale».

Esprimono sollievo per la sconfitta del governo (anche se il parlamento ha approvato un emendamento di mediazione che allunga i tempi di detenzione senza accuse formali da 14 a 28 giorni) le associazioni per i diritti umani e quelle che rappresentano la comunità musulmana. Anas Altikriti, portavoce della Muslim Association of Britain (che con Stop the War si batte contro la guerra in Iraq) dice che «anche l’allungamento a 28 giorni per noi è ingiustificato. Perciò continueremo a batterci contro l’intera legge. Ci dispiace poi notare che soltanto Sadiq Khan, tra i deputati musulmani, ha votato contro il governo». Il portavoce di Mab ci tiene a ringraziare «Ken Livingstone, sindaco di Londra, oltre a tutti gli altri, per il suo impegno contro questa legge».

Un altro colpo di grazia per Blair è arrivato ieri dalla commissione voluta dal premier per affrontare la questione dell’estremismo tra i musulmani. La task force, composta da esponenti islamici, tra cui Tariq Ramadan e la direttrice del settimanale Emel, ha pubblicato ieri il suo primo rapporto. «Le nuove misure in discussione al parlamento – si legge nel testo – rischiano di alienare anche cittadini musulmani onesti». In particolare si sottolinea che «l’idea di mettere al bando alcune organizzazioni islamiche potrebbe spingerle alla clandestinità rendendole più problematiche in futuro».