Bin Laden, figlio frustrato della Cia

«BIN Laden è uno sconfitto. Pericolosissimo, ma sconfitto. E’ un salafista jihadista, prodotto del declino di un movimento dopo i fasti degli anni Ottanta». Grandi fiumi e piccoli rivoli, enormi masse religiose e piccole sètte, centinaia di chiese islamiche, nate magari da una variante locale della interpretazione coranica: i ferri del mestiere, perfezionati in anni di applicazione, consentono a Gilles Kepel di darci una visione del mondo musulmano contemporaneo in cui la quantità di informazioni non diventa confusione.
«La Jihad ha avuto negli ultimi trent’anni il suo ciclo di ascesa e declino e noi siamo adesso nella fase del declino». E’ il tema, e il titolo, del suo libro imponente Jihad, ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico pubblicato da Carocci editore. Contiene un capitolo premonitore su Bin Laden, tra “terrorismo e grande show”. Kepel, il 5 ottobre, sarà ospite a Firenze della facoltà di Lettere, per discuterne.

La Jihad è in fase declinante, ma questo non consola delle perdite di vite umane provocate dal terrorismo…

«Sì, ma non c’è dubbio che dalla metà degli anni Novanta questo movimento composito è entrato in fase discendente, non riesce a prendere il potere. E il terrorismo è una forma di compensazione della incapacità di dare luogo a un incisivo movimento sociale, un po’, se vuole, come in Europa all’epoca delle Brigate rosse e o della Rote Armée Fraktion».

Quando è iniziata la fase ascendente?

«Nella sua forma contemporanea il rivendicazionismo islamico è nato all’inizio degli anni 70, sulle macerie del nazionalismo arabo. A quell’epoca essi erano ancora marginali, hanno poi assunto maggior peso soprattutto nelle università da dove hanno poi iniziato ad espandersi in due direzioni: verso i diseredati, quella massa di giovani emersa a seguito dell’esplosione demografica, e verso le classi medie, religiose, nelle quali hanno trovato un certo riscontro, dato che queste erano state escluse dal potere nel momento della conquista dell’indipendenza dei vari paesi».

Questa la fase della gestazione, poi arriva Khomeini.

«Con la vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, per la prima volta questo movimento esce allo scoperto e riesce ad andare al potere in uno Stato del mondo musulmano. Da quella rivoluzione islamica in poi, tutti gli anni 80 saranno contrassegnati da un’ascesa ininterrotta di questo movimento un po’ dovunque».

Perché lei non mette la rivoluzione iraniana nella categoria della Jihad?

«A quell’epoca non era un termine utilizzato. Si comincia dopo a parlare di Jihad, negli anni 80. Quella del ’79 fu una rivoluzione anti-americana e anti-saudita, contro tutte le monarchie del petrolio legate agli Stati Uniti. E qui arriviamo alla Jihad, quella afghana, i cui militanti lotteranno non contro gli Stati Uniti, bensì contro l’Unione Sovietica che ha invaso l’Afghanistan e la fine degli anni 80 coinciderà, in un certo senso, nel 1989, con la vittoria dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti».

Poi arriva la Guerra del Golfo, nel 1991.

«E si spezza il meccanismo della sfera d’influenza islamica, nel senso che troviamo da un lato l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e i regimi conservatori arabi, e dall’altro i gruppi estremisti della Jihad, che in passato avevano lottato con l’Arabia Saudita e gli americani contro l’Unione sovietica, e che ora si si rivoltano contro gli ex alleati».

Ma la Jihad non trova un’altra vittoria come in Afghanistan.

«Malgrado la sua estrema violenza, la Jihad non avrà successo. In effetti, né in Egitto, né in Algeria, in nessuno dei fronti caldi, laddove tutti pensavano che i movimenti islamisti avrebbero preso il potere, in nessuno di questi posti riescono a prendere il potere. Ed è a questo punto che si verifica nel movimento islamista una rottura tra i gruppi radicali da una parte e tutte le classi medie dall’altra. E’ il declino politico e sociale, che il terrorismo cerca di compensare e mascherare».

Possiamo dire che i paesi dove il movimento della Jihad è stato vittorioso sono quelli più deboli del mondo musulmano?

«L’unico luogo dove il movimento islamista ha vinto per forza di popolo è l’Iran, anche se la società iraniana in questo momento sta profondamente mettendo in discussione l’eredità di Khomeini, come hanno dimostrato le numerose elezioni che lì si sono svolte. Quanto all’Afghanistan, l’ascesa al potere dei Mujaidin e del movimento islamista è stata resa possibile dalla Cia e dai sauditi. Ma dato che la vittoria dei Mujaidin aveva prodotto una totale anarchia, al fine di restaurare l’ordine nel paese, dal 1992 i servizi segreti pakistani, l’Isi, insieme agli Stati Uniti, hanno favorito l’ascesa dei Talebani, fino al momento in cui si sono impossessati di Kabul, nel 1996».

Qual’era l’ipotesi che ha spinto gli americani ad appoggiare i Talebani?

«Quella che fossero un gruppo che avrebbe mantenuto l’ordine e avrebbe consentito di realizzare un gasdotto tra il Turkmenistan e il Pakistan, controllato da una società americana. Ma in seguito il fenomeno è sfuggito loro di mano, perché i Talebani sono riusciti a trovare una forma di autonomia, in particolare grazie al controllo che esercitano sul traffico dell’eroina nella regione. E hanno finito per cadere sotto la forte influenza del gruppo di Bin Laden e degli arabi internazionalisti che si sono rifugiati in Afghanistan».

Quali sono le differenze essenziali tra islamismo khomeinista iraniano e quello talebano?

«Dal punto di vista dottrinale la prima differenza è che l’Iran è un paese a maggioranza sciita e che il regime dei Talebani è un regime aggressivamente sunnita, e che ha anche massacrato un certo numero di sciiti nel passato. L’Afghanistan è un coacervo di popolazioni, oggi governato dal gruppo più importante, il gruppo Pashtun, da cui provengono la maggioranza dei Talebani. L’altra differenza è che l’Iran è un paese sviluppato e sofisticato con una società civile estremamente ricca».

Si può dire che i religiosi iraniani sono permeabili alla moderazione e alla democrazia, mentre i religiosi talebani non lo sono affatto? E perché?

«E’ così. In Iran tra i religiosi ci sono persone che hanno riflettuto alla questione della democrazia e che si sforzano di realizzare quella che potremmo chiamare una democrazia musulmana, un po’ come esiste la democrazia cristiana. Questo non avviene affatto in Afghanistan perché i Talebani escono da una scuola molto rigorista di islam sunnita, la scuola Deobandita, una forma di rigorismo secondo la quale la democrazia non esiste, o meglio: è una forma di empietà».

La loro reazione alla richiesta di Bush di avere Bin Laden è che intendono trattare, il che vuol dire che non si identificano con lui.

«E’ questione complicata: in gioco è il rapporto di forza, a partire da quest’anno, tra i Talebani da un lato, che sono i rappresentanti del gruppo etnico e sociale prevalente, quello dei Pashtun, provenienti dalle zone rurali dell’Afghanistan, e, dall’altro, i brigatisti arabi internazionalisti che si sono insediati nel paese. Prima del loro arrivo i Talebani non avevano manifestato alcuna volontà di distruggere con la dinamite le statue di Budda. Molti pensano che la radicalizzazione del regime sia avvenuta sotto l’influenza jihadista dei brigatisti internazionalisti, non afghani, presenti a Kandahar, e che dispongono di armi molto sofisticate, di molto denaro, e che sono quindi in una posizione di forza rispetto ad una parte del regime dei talebani».

Veniamo a Bin Laden. Lei lo presenta come un salafista jihadista, che cosa significa?

«Esistono diverse definizioni del termine “salafismo”, ma il modo in cui viene interpretato da Bin Laden e dalla gente della Jihad fa riferimento a una visione molto letterale e rigorista dell’islam, che assomiglia un po’ a quella che viene messa in atto in Arabia Saudita. Il modello del wahabismo saudita ha fortemente influenzato la visione del mondo adottata da persone come Bin Laden che, tra l’altro, si è formato nel contesto saudita, è un figlio della borghesia saudita, del maggior imprenditore di lavori pubblici della monarchia. Ma la differenza sta nel jihadismo. Intendo dire che nei campi di Peshawar, questo salafismo si è mischiato, intossicato di Jihad, e soprattutto con l’idea che la violenza armata contro i nemici dell’islam, che a quell’epoca erano i sovietici, fosse la soluzione da adottare, con l’idea che quella fosse la panacea per tutti i problemi. E spostare la Jihad dall’Urss all’America e ai Sauditi. Questo è Bin Laden, figlio frustrato, si può dire, sia del sistema saudita che della Cia».

La frustrazione più grave non è la sua insignificanza nel suo paese, da cui è stato espulso?

«In effetti, il tema centrale dei suoi scritti che ha pubblicato nel 1996 circa, ruota sempre intorno a questa ossessione: cacciare gli ebrei e i cristiani dalla penisola arabica, cacciare i soldati americani. E in effetti la principale posta in gioco delle attività terroristiche che gli vengono imputate – perché dobbiamo ricordare che lui non ne ha rivendicata nessuna – credo sia proprio in Arabia Saudita, nel controllo del petrolio, nel tentativo di dissociare il petrolio saudita dagli interessi americani».

Se le cose stanno così, quale potrà essere la sua strategia?

«Gli attentati di New York e Washington avevano un obiettivo molto ovvio: provocare una ritorsione diretta verso l’Afghanistan e verso Bin Laden, compattando il mondo musulmano intorno ai gruppi più radicali. Ma questa è la posta in gioco anche per gli Stati Uniti: riuscire ad isolare i Talebani e la rete di Bin Laden, senza provocare una solidarietà nei suoi confronti da parte del mondo musulmano. La trappola nella quale potrebbe cadere l’America è quella di farsi inghiottire dal cosiddetto “scontro tra civiltà”. Mi pare che Bush, dopo aver parlato di crociate e minacce del tipo “vivo o morto”, sia stato rapidamente ben consigliato, si sia tolto le scarpe e sia andato nella moschea di Washington per spiegare che l’America non voleva fare la guerra al mondo musulmano».