Bilancio della Grande riforma (1)

1.L’esperienza di sviluppo in corso in Cina dal 1980, i suoi aspetti ‘positivi’ (l’accelerazione della crescita) o ‘negativi’ (la crescente ineguaglianza), i suoi rapporti con il sistema capitalistico mondiale (dipendenza o autonomia?), il suo contenuto sociale (capitalista o socialista) e politico (prospettive democratiche o conservazione di forme autocratiche del potere) rappresentano indubbiamente uno dei punti principali di riflessione non solo per l’avvenire di questo paese-continente, ma per l’intero sistema mondiale.
Tutti questi punti sono in Cina oggetto di animate discussioni. Sentir dire a Pechino che “esiste in Cina come ovunque una destra e una sinistra” è certamente positivo, se si pensa al carattere unanimistico dei discorsi del socialismo di ieri e del ‘pensiero unico’ del capitalismo liberale in Occidente.
Il dibattito contrappone i molti sostenitori di un capitalismo completamente integrato nel sistema mondiale o controllato sul piano nazionale, ai difensori di una prospettiva che si proclama socialista. Queste discussioni sono bene argomentate e sebbene io abbia accesso solo alle pubblicazioni tradotte in inglese, conosco per averli sentiti dai diretti interessati gli argomenti sviluppati in un certo numero di documenti importanti non tradotti. Tutte le discussioni si basano su un attaccamento scrupoloso ai fatti, e da questo punto di vista le statistiche cinesi sono di qualità migliore rispetto a quelle della maggior parte dei paesi del Terzo mondo, per non parlare poi di quelle dei paesi dell’Est! I dibattiti, inoltre, non sono limitati al settore accademico e coinvolgono gli ambienti di potere e il mondo politico.
Ritengo che la discussione a sinistra sia limitata dall’insufficiente analisi della fase maoista (1949-1978).
Esiste tuttavia un accordo generale su alcuni punti essenziali riguardo questa fase. Dal 1952 al 1978 il tasso di crescita annuale del Pil è stato del 6,2% (il 3,8% pro capite): il 3,4% in agricoltura, il 9,4% nell’industria e il 4,5% nei servizi. Ciò ha rappresentato un tasso di crescita più che doppio rispetto all’India, come riconosce la stessa Banca mondiale. Nel frattempo l’ineguaglianza è stata ridotta a un livello minimo, che non ha avuto eguali nel resto del mondo: nel 1978 la società urbana cinese aveva un coefficiente di Gini dello 0,16 e quella rurale dello 0,22 (Zhao Renwei), rispetto allo 0,42 dell’India e allo 0,35 della Corea del sud, che peraltro è considerata uno dei paesi meno ineguali del mondo capitalista.
Le sfumature, se non le divergenze, nella valutazione dei risultati riguardano due aspetti diversi. Il primo si riferisce alle ineguaglianze regionali. A causa delle particolari caratteristiche geografiche e storiche il reddito rurale medio, anche se su scala nazionale era vicino a quello dell’operaio urbano, variava molto non solo tra una provincia e l’altra, ma anche al loro interno tra i singoli distretti e comuni. Ciò comporta un coefficiente di Gini maggiore per le campagne rispetto alle città, mentre il livello dei salari urbani era identico in tutto il paese. Il secondo aspetto riguarda il divario medio città-campagne durante il periodo maoista, oggetto di valutazioni diverse. Per alcuni questo divario era grande – a tutto vantaggio delle città – (2,5 per la Cina del 1978 rispetto all’1,4 per l’India, secondo Zhao Renwei), ma spiegabile attraverso il controllo, inesistente nel terzo mondo capitalista, esercitato in Cina sull’emigrazione dalle campagne verso le città. Secondo Liu Wenpu la povertà in Cina rimaneva limitata alle regioni rurali, anche se andava gradualmente scomparendo (da 300 milioni di persone nel 1954 a 250 milioni nel 1978, per una popolazione che nel frattempo era raddoppiata) ed era quasi inesistente nelle aree urbane (era ancora enorme nel 1954), mentre la tragedia delle bidonville che ha sostituito quella dei contadini senza terra è un fenomeno generale nel mondo capitalistico periferico.
Spesso gli economisti, per una sorta di deformazione professionale, finiscono per concentrarsi solo sui tassi di crescita. Tuttavia le realizzazioni della Cina maoista non possono essere ridotte ai soli tassi di crescita, peraltro rilevanti. La rivoluzione cinese ha restituito al popolo cinese la propria dignità, oltraggiata dall’aggressione imperialista, ha ricreato la sua unità messa in discussione dai Signori della guerra, ha costruito un clima di solidarietà sociale attraverso le politiche ugualitarie adottate. William Hinton ha ragione nel ricordare il ruolo positivo della radicale riforma agraria e della successiva collettivizzazione che, al contrario di quella imposta dall’Unione Sovietica a partire dal 1930, fu sostenuta dallo stesso mondo contadino. Il maoismo ha gettato le basi della rinascita cinese. Le realizzazioni apparentemente sorprendenti degli ultimi vent’anni sarebbero state impensabili in assenza di quella rivoluzione. Tuttavia la fase maoista non è stata ‘priva di errori’, talvolta anche gravi; soprattutto ha raggiunto i limiti di quello che potevano produrre le sue strategie e si è esaurita senza essere stata in grado di preparare la propria transizione. Ritorneremo su questi argomenti, che peraltro il dibattito cinese non aiuta a chiarire.
Per i liberali del pensiero unico occidentale il maoismo, come tutte le forme di socialismo, è un’aberrazione. Questo a priori ideologico, reazionario, astorico e senza fondamento scientifico, è ovviamente ripreso dalla destra cinese, anche se finora questo movimento è costretto a fare prova di moderazione, almeno fino a quando la figura di Mao continuerà a essere venerata in Cina. Così questa destra si limita alle invettive contro i ‘crimini della Rivoluzione culturale’ e non prende in considerazione le realtà della fase maoista. Alcuni riprendono la leggenda orchestrata dai media occidentali di una ‘carestia’ che avrebbe provocato milioni di morti, sulla quale però William Hinton faceva giustamente osservare l’inesistenza di qualunque prova o traccia demografica. Altri, più moderati e ispirati a metodi scientifici, criticano con sistematica esagerazione gli aspetti discutibili o sbagliati della teoria maoista e la rifiutano in blocco. Tra i punti più discussi: le distorsioni del sistema produttivo, troppo orientato verso le industrie pesanti a scapito del terziario, e le ambizioni smisurate riposte nelle comuni.
A loro volta i difensori del maoismo, rifiutando di discutere seriamente gli errori e soprattutto i limiti della fase maoista, non contribuiscono a promuovere un’alternativa alle soluzioni raccomandate dalla destra cinese.
Le conclusioni alle quali ero giunto su questi argomenti ( L’avenir du maoisme , 1981; Le projet de la Chine post-maoiste , 1996) non mi sembrano essere state smentite dai dibattiti più recenti.
La Cina maoista camminava con le proprie gambe e, al contrario di quello che dicono i liberali odierni come Justin Yifu Lin, Fang Cai e Zhou Li, non aveva tutto sacrificato sull’altare dell’industria pesante. Particolare attenzione era stata data all’agricoltura cerealicola, la cui produzione annuale media tra il 1952 e il 1978 era passata da 160 a 280 milioni di tonnellate. Questo grande risultato – che tra l’altro escludeva la possibilità di eventuali ‘carestie’ – è stato ottenuto con l’intensificazione del lavoro di una crescente popolazione rurale. I metodi utilizzati, compresa la collettivizzazione e il mantenimento nelle campagne di quattro quinti della popolazione, erano largamente giustificati. Grazie a questi metodi la Cina ha garantito la propria sicurezza alimentare meglio di qualunque altro paese del Terzo mondo (anche più ricco di risorse naturali) e ha evitato la creazione di bidonville nelle città. Resta il fatto, però, che questo sistema ha dato tutto quello che era in grado produrre e ha raggiunto i suoi limiti alla fine degli anni Settanta. Si pensi che il numero di giornate lavorative per adulto attivo era passato da 160 nel 1957 a oltre 250 nel 1975.
Contemporaneamente la Cina maoista ha eliminato il secondo collo di bottiglia rappresentato dalla povertà delle sue industrie di base all’indomani della rivoluzione. Così il paese ha portato in un quarto di secolo la produzione di elettricità da 7 a 256 milioni Mwh, quella di carbone da 66 a 618 milioni di tonnellate e quella dell’acciaio da uno a 32 milioni di tonnellate. In quella prima fase si doveva dare la priorità al rafforzamento delle basi necessarie a qualunque processo di industrializzazione degno di questo nome.
Tuttavia quei grandi risultati non escludevano gli errori. Ad esempio il basso livello di sviluppo delle forze produttive nell’agricoltura non esigeva una collettivizzazione che andasse oltre l’ambito delle squadre di lavoro, poiché le brigate e le comuni non erano in grado di gestire l’organizzazione del lavoro. Ma la razionalità delle comuni, in anticipo sulle esigenze immediate dell’organizzazione della produzione agricola, trovava la sua giustificazione sotto altri punti di vista: apprendimento dei criteri di amministrazione e dei valori culturali del socialismo (l’uguaglianza), creazione delle condizioni di decentramento dell’industria. Così le ‘cinque piccole industrie’, affidate in gran parte alle iniziative locali, hanno rappresentato quella base di apprendimento che più tardi avrebbe permesso l’esplosione industriale delle aree rurali.
Lo sforzo compiuto nel campo delle industrie di base è andato probabilmente troppo oltre, come possiamo vedere dal consumo per unità di Pil, che in Cina è di 2,9 per l’energia e di 127 per l’acciaio rispetto a 1,05 e a 45 negli Stati Uniti (Yifu Lin). E poiché le industrie pesanti non offrono molto lavoro, questa distorsione ha bloccato la riduzione della manodopera rurale in eccedenza e il suo trasferimento verso le industrie urbane. Tuttavia questo problema, frutto di un accostamento troppo dogmatico al modello sovietico, era già stato criticato dallo stesso Mao nelle tesi sui Dieci grandi rapporti (1956) e sulla riabilitazione dell’industria leggera. Purtroppo però quelle critiche non furono ascoltate dall’apparato di partito e dallo Stato. La distorsione provocava inoltre uno sforzo insufficiente nel campo dei servizi (in particolare di quelli in rapporto diretto con il miglioramento dell’efficienza dei circuiti finanziari e commerciali), che rappresentavano solo il 24% del Pil nel 1978 rispetto al 28% dell’agricoltura e al 48% dell’industria (per tre quarti costituita da industria pesante).
La partecipazione della Cina al commercio mondiale, ancora molto debole nel 1978 (21 miliardi di dollari), non era solo il risultato di una scelta voluta, ma anche la conseguenza delle strategie di isolamento imposte dall’imperialismo e poi dalla rottura con l’Unione Sovietica. Tuttavia quelle distorsioni rendevano più difficile lo sviluppo delle esportazioni delle industrie leggere fondate sul vantaggio relativo della manodopera a buon mercato.
L’insieme delle strategie applicate tra il 1952 e il 1978 si è concluso con una crescita modesta del consumo finale (il 2,2% secondo Yifu Lin), se paragonata con quella del Pil. In altre parole l’efficienza degli investimenti decresceva via via che aumentavano gli errori e le distorsioni a cui abbiamo accennato. Per riprendere l’esempio di Tugan Baranovsky, i beni strumentali prodotti erano destinati alla produzione di altri beni strumentali, rimandando a un secondo momento la produzione di beni di consumo. Questo spreco di mezzi indicava che si erano raggiunti i limiti storici permessi dalle scelte del modello di pianificazione centralizzata. Anche se dobbiamo ricordare che la semplice sostituzione del concetto di efficienza con quello di competitività non rappresenta una risposta adeguata al problema.
2.Verso la fine degli anni Settanta il sistema di pianificazione centralizzata e le scelte che vi furono associate dovevano comunque essere profondamente riformate. Si passava a una nuova fase di sviluppo. Non si doveva più ‘mantenere il sistema’ così com’era o abbandonarlo, ma individuare quali riforme avrebbero potuto essere prese in considerazione per accelerare lo sviluppo e approfondire – anziché indebolire – il suo carattere potenzialmente socialista.
Le fasi e le direzioni delle riforme adottate a partire dal 1978 sono note. Da questo punto di vista la Cina non è caduta nella trappola della ‘terapia d’urto’, i cui effetti distruttivi sul tessuto sociale, politico ed economico sono oggi evidenti. La classe dirigente cinese ha scelto l’opzione, per utilizzare la sua stessa espressione, di “attraversare il fiume per piccoli passi, passando da un sasso all’altro”. Il problema è sapere che cosa attende la Cina dall’altra parte del fiume. Gli aspetti teorici e pratici riguardano sia la gestione micro e macroeconomica sia il contenuto sociale e politico del progetto.
La riforma si basa sul principio della divisione del sistema. Non dimentichiamo che l’intera economia del paese era gestita dal suo proprietario esclusivo (lo Stato) come se si trattasse di un’impresa unica Un sistema del genere si rivelava efficace finché si imponeva la necessità di creare una base solida per l’industrializzazione e la possibilità di aumentare la produzione agricola attraverso l’intensificazione del lavoro. Ma se il sistema industriale deve cominciare a soddisfare una domanda finale considerevolmente più elevata e diversificata, e se l’aumento della produzione agricola può ottenersi solo con l’intensificazione dell’uso di attrezzature e di fattori produttivi diversi dal lavoro (provocando un surplus di manodopera), l’unità del mercato del lavoro nazionale acquista un carattere necessario.
L’affermazione di questa unità del mercato del lavoro – abolizione dei controlli amministrativi sugli spostamenti individuali – che poi è l’affermazione stessa di libertà (borghese), sopprime la garanzia dell’occupazione e del reddito, che non dipende più dall’efficienza della politica macroeconomica e dal grado di priorità dato all’obiettivo del pieno impiego. I lavoratori cinesi hanno capito l’ambiguità della nuova situazione. Apprezzano la maggiore libertà ottenuta, ma sanno che ormai dovranno lottare per far rispettare i loro diritti sociali (in primo luogo il lavoro). Da questo punto di vista la Cina però non è nella situazione dei paesi del Terzo mondo capitalista: i lavoratori, che conservano il ricordo della rivoluzione fatta, sanno difendersi, come testimoniano le centinaia di migliaia di mobilitazioni e di scioperi che si verificano ogni anno e di cui si parla molto poco.
La dipendenza della gestione microeconomica dalle leggi di mercato implica tutta una serie di regole istituite progressivamente nel corso degli anni Novanta. Per le imprese si tratta della libertà di assunzione, di licenziamento (anche se subordinato ad alcune condizioni), di contrattazione salariale (collettiva o individuale), di stabilire i prezzi dei prodotti, ma anche il vincolo finanziario associato alla richiesta di capitali in prestito da parte di istituti di credito, che sostituiscono i trasferimenti gratuiti erogati dallo Stato.
La riforma, come si sa, era cominciata con la responsabilizzazione delle famiglie rurali e con l’ulteriore scomparsa delle comuni (1978-1984), ha proceduto con la diffusione delle regole di mercato per quanto riguarda l’allocazione microeconomica delle risorse – beni intermedi, beni strumentali e mezzi finanziari (1984-1991) – per arrivare infine alla riforma dell’ambiente macroeconomico attraverso l’applicazione di un’imposta sul profitto al posto dei prelevamenti diretti (a partire dal 1992), contropartita degli stanziamenti gratuiti di bilancio. Oggi l’economia cinese è andata molto avanti su questa strada.
La riforma – intesa come l’affermazione di rapporti commerciali che si sostituiscono ai rapporti paracommerciali della pianificazione centralizzata, così come era stata concepita e applicata fino agli anni Ottanta – era inevitabile e probabilmente necessaria per evitare il degrado del sistema economico. Ma c’è riforma e riforma, e se si rifiuta il dogmatismo liberale si offre un gran numero di scelte possibili.
In primo luogo una economia di mercato non implica affatto l’esclusività o il predominio dell’impresa privata. Di fatto una gestione microeconomica fondata sui soli principi della razionalità capitalistica (la retribuzione economica di tutti i ‘fattori della produzione’, la concorrenza delle imprese e la massimizzazione del profitto) non produce ‘un’allocazione ottimale delle risorse’, come afferma la cosiddetta teoria ‘dell’economia pura’, ma molti sprechi e distorsioni associati alla sistematica ineguaglianza sociale che tale gestione favorisce. Il discorso non cambia se consideriamo un’economia basata sull’esclusiva proprietà pubblica. Una strategia di sviluppo degna di questo nome esige quindi una regolamentazione attenta dei rapporti di mercato, che vada oltre il confronto di specifiche politiche macroeconomiche di correzione (misure fiscali, politiche di gestione del credito, interventi nella gestione della valuta nazionale e del commercio estero, ecc.). È necessario dare coerenza globale alle politiche macroeconomiche, se vogliamo che tali interventi raggiungano gli obiettivi nazionali e sociali che definiscono il progetto di sviluppo, ad esempio la piena occupazione, la riduzione delle ineguaglianze sociali e regionali, il rafforzamento dell’autonomia della nazione nel sistema mondiale. Tutto ciò significa scegliere una pianificazione centrale, che non dovrà in alcun modo essere confusa con la pianificazione centralizzata del modello sovietico.
La contrapposizione semplicistica ‘pianificazione centralizzata’ (paracommerciale di tipo sovietico) e ‘libertà dei mercati’ (‘deregolamentati’ secondo la logica dogmatica liberale) esclude la scelta più efficiente da un punto di vista economico e più avanzata socialmente, in generale, ma particolarmente per un paese che si trovi nelle condizioni attuali della Cina. Questa opzione – caratterizzata dal prevalere di forme pubbliche e cooperative d’impresa, e da un grande ricorso ai rapporti commerciali e alla loro regolamentazione attraverso una pianificazione centrale – potrebbe definire una nuova fase nel lungo processo di transizione verso il socialismo. C’è chi definisce questo modello con il nome di ‘socialismo di mercato’. Ma quello che conta realmente è che le condizioni a cui abbiamo accennato siano rispettate, per evitare che questa definizione perda il suo contenuto sociale e nazionalprogressista.
Vediamo ora in che modo lo sviluppo della Cina negli ultimi vent’anni ha risposto a tali esigenze.
3.Durante i trent’anni di maoismo (1950-1980) la Cina aveva già fatto registrare una crescita eccezionale – il 6,2% medio all’anno secondo le stime della Banca mondiale – cioè un tasso di crescita doppio rispetto a quello dell’India e di qualunque altra grande regione del Terzo mondo. Di conseguenza i risultati degli ultimi due decenni appaiono ancora più straordinari: il 6,8% all’anno per il Pil pro capite (Li Jing Wen, Zhang Xiao)! Nessun’altra regione del mondo ha mai fatto meglio.
Dobbiamo tuttavia ricordare che questi risultati senza precedenti non sarebbero stati possibili in assenza di quelle basi economiche, politiche e sociali costruite nel corso del periodo precedente. L’accelerazione dello sviluppo è stata accompagnata da un balzo in avanti del tasso di crescita del consumo, passato dal 2,2% all’anno per il periodo 1952-1977 al 7,4% per il periodo 1978-1994 (Justin Yifu Lin, Fang Cai, Zhou Li). In altre parole, mentre nel periodo maoista la priorità era data alla costruzione di una solida base a lungo termine, la nuova politica economica ha posto l’accento sul miglioramento immediato del consumo reso possibile dallo sforzo compiuto in precedenza. Non è quindi azzardato ritenere che i decenni maoisti siano stati contrassegnati da un processo di sviluppo distorto, incentrato nella costruzione di basi a lungo termine. Del resto lo stesso Mao aveva raccomandato di correggere il tiro nei Dieci grandi rapporti . Ma allo stesso modo la prevalenza data alle industrie leggere e ai servizi a partire dal 1980 non potrà durare all’infinito, poiché la Cina è ancora in una fase che richiede l’espansione delle sue industrie di base.
In cifre l’inversione delle priorità si traduce in una modifica sensibile delle proporzioni che ognuno dei quattro grandi settori (agricoltura, industria pesante, industria leggera e servizi) occupa nel Pil. La parte dell’agricoltura si riduce dal 28% nel 1978 al 21% nel 1995 e al 10% stimato per il 2010, a vantaggio del terziario che passa rispettivamente dal 24% al 31% e al 40%, mentre la quota dell’industria rimane stabile intorno al 48-50% (Li Jingwen, Zhang Xiao). Tuttavia all’interno della produzione industriale la quota rappresentata dalle industrie pesanti si è ridotta dal 75% al 45% (Yifu).
La nuova strategia cinese si avvicina a quella dell’India per quanto riguarda la struttura (priorità data all’industria leggera e ai servizi, con il pretesto di approfittare della manodopera a buon mercato), ma non nei tassi, che rimangono considerevolmente più alti in Cina.
I migliori risultati della Cina non derivano dalla struttura della strategia scelta, fondata sugli stessi principi dell’India, ma dal fatto che nel periodo maoista erano state costruite in Cina delle basi superiori a quelle dell’India per quanto riguarda le potenzialità di sostegno allo sviluppo globale. Se quindi la Cina dovesse continuare nella sua strategia attuale, il tasso di crescita dovrebbe a sua volta ridursi per avvicinarsi a quello dell’India. Infatti questa strategia, fondata sul cosiddetto vantaggio comparato della manodopera a buon mercato, non massimizza e non rende ottimale lo sviluppo, come afferma l’ideologia del liberalismo nel suo elogio acritico del mercato; al contrario è fonte di sprechi crescenti (sui quali torneremo) e di un approfondimento delle ineguaglianze sociali e regionali, che comportano una diminuzione dell’efficienza.
La forte crescita dei servizi osservata negli ultimi vent’anni compensa probabilmente il forte ritardo accumulato nel corso del periodo maoista. Ma a termine è portatrice di quelle forme di spreco peculiari del capitalismo e sulle quali il dogmatismo liberale non si pronuncia.
La scelta in favore della logica di mercato non implica automaticamente la privatizzazione, sebbene di fatto la incoraggi. Così la quota della proprietà dello Stato (in percentuale sul Pil) è scesa dal 56% nel 1978 al 41% nel 1996, e quella della proprietà collettiva dal 43% al 35% mentre il settore privato, inesistente all’epoca maoista, rappresenta ormai il 24% del Pil. Nel 1996 lo Stato dava lavoro a 112 milioni di lavoratori urbani, le collettività e il settore privato a 30 milioni ciascuno (Lui Rong Cang).
L’elemento più problematico è senza dubbio l’aggravarsi dell’ineguaglianza nella distribuzione sociale del reddito e quello – peraltro più discutibile – nei rapporti tra città e campagne e nella ripartizione regionale del prodotto e del reddito. Queste dinamiche negative sono in parte il prodotto, difficilmente evitabile, dell’accelerazione della crescita e delle riforme istituzionali in favore del mercato; anche se avrebbero potuto essere considerevolmente ridotte attraverso un’efficace pianificazione economica e sociale centrale, ma così non è stato poiché il potere si è limitato a politiche macroeconomiche congiunturali.
Il grado di ineguaglianza, misurato attraverso il coefficiente di Gini, è passato da 0,16 nel 1978 a 0,28 nel 1995 per il settore urbano e da 0,21 a 0,34 per il settore rurale, mentre l’indice di reddito urbano medio è passato da 2,36 a 2,79 (Zhao Renwei).
Nelle zone urbane, in cui sono concentrate le industrie moderne, i servizi e il nuovo capitalismo privato, la forma principale della nuova ineguaglianza è associata alla costituzione di una nuova ‘classe media’, di professionisti (meglio pagati, come vedremo più avanti, nel settore privato e in alcune imprese locali di proprietà formale delle amministrazioni locali, delle province e delle altre collettività) e di piccoli imprenditori. Ci sono poi i ‘nuovi ricchi’ (talvolta molto ricchi), soprattutto tra gli imprenditori (per lo più cinesi residenti all’estero), che si associano allo Stato, alle collettività e al capitale straniero in joint ventures . Ma possiamo parlare anche di ‘nuovi poveri’? La soppressione della barriera amministrativa che isolava il mondo contadino dal mercato del lavoro urbano e la scomparsa delle comuni hanno liberato una popolazione rurale “in eccedenza”, che è affluita nelle città. Inoltre l’applicazione da parte del settore pubblico urbano del principio del licenziamento ha aggravato la disoccupazione, che non esisteva in epoca maoista. Oggi la disoccupazione e la precarietà colpiscono un settimo della popolazione attiva urbana (Lin Wenpu). Il numero di licenziati dal settore pubblico dall’inizio delle riforme fino alla fine del 1997 è di 13 milioni, di cui solo la metà ha trovato una nuova sistemazione nel lavoro sommerso o nel settore privato in espansione (Zhang Zhuoyan).
Il forte aumento dell’ineguaglianza nel mondo rurale, espresso dal coefficiente di Gini, è il prodotto di cause diverse. Lo sviluppo di una domanda urbana in forte espansione basata su prodotti alimentari diversi dai cereali (legumi, frutta, carne) ha avvantaggiato le regioni geograficamente meglio situate, accrescendo la povertà relativa delle altre. Il sistema delle comuni aveva già avviato un’industrializzazione rurale, destinata fra l’altro a occupare utilmente la popolazione in eccedenza che l’industria urbana non poteva assorbire. Questo processo è letteralmente esploso a partire dal 1980. Oggi le imprese rurali sono centinaia di migliaia. Alcune sono private a tutti gli effetti, ma la maggior parte è formalmente ‘collettiva’ poiché la sua proprietà è nelle mani di vari organismi locali. Tuttavia la realtà sociale che si nasconde dietro la loro definizione giuridica rimane molto vaga, perché nasconde gli interessi privati dei vari notabili locali. Questo incredibile sviluppo delle imprese rurali è stato ed è distribuito in modo molto eterogeneo sul territorio nazionale, a tutto vantaggio dei distretti ricchi che hanno i mezzi per finanziare i loro programmi (Zhao Renwei).
In epoca maoista la causa quasi esclusiva di ineguaglianza nel mondo rurale era prodotta da fattori storici e dalla qualità delle terre; questa ineguaglianza era quindi sinonimo di ineguaglianza regionale. Nelle comuni – povere o ricche – regnava una forte uguaglianza, poiché i ‘punti’ attribuiti ai membri delle squadre erano distribuiti in modo paritario. Ma la situazione cambia con la responsabilizzazione delle famiglie. Sebbene il controllo del potere pubblico sulla destinazione delle terre date in usufrutto alle famiglie contadine (e l’assenza di un mercato della terra) sia riuscito finora a evitare il peggio, una nuova fonte di ineguaglianza tra le famiglie rurali è apparsa con l’accesso ai fattori di produzione (crediti, attrezzature, fertilizzanti, ecc.) subordinato alle incertezze congiunturali che colpiscono in modo diverso le varie regioni del paese. La povertà, che è evidentemente sempre relativa e non risponde a una rigorosa concettualizzazione, è sempre esistita nelle campagne cinesi. Il sistema ugualitario delle comuni e la politica statale avevano comunque permesso, durante il periodo maoista, di eliminare le situazioni più gravi di povertà della Cina tradizionale e soprattutto le carestie. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: i discorsi e gli scritti sulle ‘carestie’ dell’epoca maoista sono semplice propaganda e, come ha scritto giustamente William Hinton, non corrispondono affatto alla verità. In compenso ci sono oggi famiglie contadine impoverite, soprattutto in termini relativi. Questo impoverimento – che è all’origine del nuovo esodo rurale – è vissuto con un disagio ancora maggiore in quanto si colloca in una fase di sensibile miglioramento dei redditi di gran parte del mondo rurale, ancora più evidente per una piccola minoranza. È sufficiente viaggiare nelle campagne cinesi – come ho avuto recentemente occasione di fare – per constatarlo direttamente. Per inciso vorrei osservare che in Cina non ho mai visto quello che invece è comune in tutto il Terzo mondo: una miseria estrema su vasta scala. E i villaggi della Cina che ho visitato, anche nelle regioni considerate povere, ricordano quelli dell’Europa povera di mezzo secolo fa e non certo quelli del Terzo mondo contemporaneo, che si tratti dell’India, dell’Egitto, del Messico, del Brasile o dell’Africa subsahariana.
Il confronto tra i coefficienti rurale e urbano di Gini contribuisce a capire con maggiore precisione l’evoluzione del rapporto città-campagne.
Per alcuni c’è sempre stato nel periodo maoista un rapporto disuguale in favore delle città, nonostante le affermazioni contrarie dei difensori del sistema dell’epoca. Nel 1978 il reddito medio urbano era 2,3-2,5 volte superiore al reddito medio rurale (Zhao Renwei). La spiegazione di questa ineguaglianza è semplice e, almeno in parte, plausibile. Il sistema dei salari e dei prezzi, omogeneo in tutto il paese, dava alle città un grande vantaggio (non c’era povertà nelle città) rispetto alle campagne, che invece subivano in pieno l’effetto delle ineguaglianze regionali. Il sistema maoista non aveva realizzato l’uguaglianza – obiettivo del salario di base urbano e del reddito medio contadino – ma piuttosto allineato il salario urbano sul reddito rurale medio delle regioni più ricche. Tuttavia questo confronto in termini di livello di vita rimane poco indicativo perché gli abitanti urbani sono (sempre) relativamente privilegiati sotto alcuni punti di vista (qualità dell’istruzione e della sanità, accesso ai servizi amministrativi), mentre altri vantaggi a favore del mondo contadino (l’autoconsumo) sono stati forse – come spesso accade – sottovalutati. Se c’è meno ineguaglianza apparente città-campagne in India (in questo paese il reddito medio urbano è 1,4 volte quello rurale), lo si deve semplicemente al fatto che in India, come nel resto del Terzo mondo, la povertà della maggioranza degli abitanti urbani non si differenzia molto da quella dei contadini (Zhao Renwei). Come è cambiato il rapporto città-campagna? Sembra che in un primo tempo la situazione si sia modificata in favore delle campagne (per Yifu il rapporto scende a 1,7 nel 1984), per poi risalire (dal 1984, sempre secondo la stessa fonte, sarebbe aumentato a 2,6). Ciò si spiegherebbe con il fatto che la riforma è cominciata nelle campagne ma che lo sforzo ulteriore della modernizzazione delle città abbia cancellato le provvisorie conquiste del mondo rurale.
In ogni modo l’ineguaglianza crescente, sia per ampiezza sia per significato sociale e politico, non può essere semplicisticamente identificata con la povertà. La situazione della Cina all’indomani della rivoluzione era quella del Terzo mondo capitalista: estrema povertà nelle città e nelle campagne. Il maoismo ha ridotto questa povertà, diventata nel 1978 trascurabile nelle zone urbane e ridotta a 250 milioni di contadini concentrati per l’80% nelle province del nord-ovest e del sud-est (povere, ma non colpite da carestie!). Le inchieste qualitative condotte in Cina da alcuni ricercatori mette in evidenza come la povertà rurale si sia ridotta a circa 50 milioni di persone nel 1997 (Liu Wenpu), mentre oggi interessi 32 milioni di persone che vivono in città, rispetto al 1978 in cui era quasi inesistente (stessa fonte). Queste cifre tuttavia nascondono le nuove fonti di impoverimento del mondo rurale e la sua comparsa nelle aree urbane. Sono perciò molto scettico sull’efficacia di una ‘lotta alla povertà’ incentrata su ‘progetti ad hoc’ – come quelli proposti dalla Banca mondiale e ripresi da alcuni intellettuali cinesi – in assenza di una macropolitica (pianificazione centrale) che si assuma direttamente questo obiettivo e gli dia l’importanza che merita.
La questione delle ineguaglianze regionali è fondamentale per un paese-continente come la Cina. Ma anche in questo caso le conclusioni frettolose – in un senso o nell’altro – non aiutano a identificare i meccanismi responsabili delle evoluzioni e riducono l’efficienza dei mezzi correttivi da proporre. Secondo l’opinione generale queste ineguaglianze si sono aggravate nel corso degli ultimi vent’anni a tutto vantaggio delle province costiere, che storicamente hanno sempre avuto più contatti con il capitalismo mondiale e in cui sono concentrate le industrie e le attività innovative.
In realtà le cause di tali ineguaglianze sono varie e la loro interazione complessa, mentre gli eventuali correttivi forniti dalle politiche statali non hanno sempre dato i risultati sperati. La stessa accelerazione della crescita a partire dal 1952 e poi dal 1980 ha contribuito a produrre ineguaglianze regionali; ma da questo punto di vista il modello di sviluppo scelto, in particolare per quanto riguarda l’insediamento e il tipo di industrie e il modello di sviluppo rurale adottato, ha avuto un effetto diverso.
Di fatto tra il 1988 e il 1995 le differenze tra le campagne a est e a ovest del paese sono molto aumentate:
L’aumento più rapido del reddito rurale nell’est del paese non è dovuto esclusivamente alla crescita della produzione agricola, favorita dalla domanda urbana; vi contribuisce anche il reddito prodotto dalle piccole imprese industriali rurali, a sua volta favorito dalle stesse cause: gran parte di queste piccole imprese rurali ricevono lavoro in subappalto dalle industrie urbane.
Se in materia di ineguaglianze regionali l’efficacia della pianificazione maoista è stata relativa – per non parlare di un vero e proprio fallimento –, la liberazione delle forze di mercato nella fase successiva non ha fatto che accentuare il problema. Questa tendenza può essere combattuta solo attraverso una pianificazione centrale basata sulla priorità data al mercato interno e allo sviluppo sistematico di complementarità interprovinciali. Al contrario la politica che si è scelta, dando la priorità ai mercati esteri, non fa altro che favorire le regioni orientali; mentre le politiche correttive applicate sono troppo deboli per poter contenere questi effetti. Si deve quindi analizzare il problema dei rapporti interni-esterni nei concetti di sviluppo dei rispettivi periodi maoista e postmaoista.
Vale comunque la pena di ricordare che questa analisi delle ineguaglianze riguarda solo le grandi masse urbane e rurali e le classi o gli strati medi che le dirigono. Ma non dice nulla sui privilegi degli strati dirigenti che, anche se non sono significativi in termini macroeconomici, hanno comunque effetti politici importanti.

(Nel prossimo numero la seconda parte di questo saggio.
Economista egiziano, Samir Amin è presidente
del Forum delTerzo Mondo).