Big democratico perde la guerra

Joe Lieberman ha perso, ma solo la «prima metà della corsa», come ha detto lui stesso. Martedì gli elettori democratici gli hanno preferito Ned Lamont, un businessman con un’esperienza politica scarsissima a livello locale ma contrario alla guerra di Bush in Iraq, come candidato democratico al seggio senatoriale del Connecticut in palio alle elezioni del 7 novembre. Ma lui ha deciso seduta stante – nel senso che lo ha annunciato martedì sera, mentre raccontava di avere appena telefonato a Lamont per congratularsi della vittoria – di presentarsi lo stesso alle elezioni come indipendente. Ieri mattina, poi, si è presentato negli uffici di Harford, la capitale, per depositare gli incartamenti per cui da oggi i candidati al seggio senatoriale del Connecticut sono tre: Lamont, il candidato repubblicano Alan Schlesinger e lui.
C’è più psicologia che politica in questa decisione di Lieberman. La parte psicologia è del tipo: ma come, sono al Senato da diciotto anni durante i quali mi sono guadagnato il rispetto di tutti i miei colleghi; nella Washington politica mi sono sempre collocato fra coloro che rifiutano le spaccature nette perché convinti che non esiste una sola verità e che c’è del buono da una parte dall’altra; sono stato a un centimetro da diventare vice presidente degli Stati Uniti e ora dovrei farmi da parte di fronte a questo signore che nessuno conosce?
L’aspetto politico invece riguarda il supposto «estremismo» di Lamont che lui da indipentente intende contrastare ritenendolo una sciagura per lo stesso partito democratico. Fra i primi aspetti che i vari commenti sulla sua sconfitta hanno colto, però, c’è proprio il contrario di ciò che lui dice, e cioè il fenomeno del «moderato arrabbiato», cioè di chi detesta proprio l’estremismo, rappresentato non da Ned Lamont ma da George Bush, dal quale Lieberman ha finito per farsi risucchiare. La leadership democratica, che fino alle primarie di martedì si era tenuta in disparte dalla battaglia fra Lieberman e Lamont (anche se lo stesso Bill Clinton aveva cercato di aiutare Lieberman), si è subito schierata a fianco del vincitore nel tentativo di neutralizzare sul nascere il «pericolo» di Lieberman candidato indipendente. Il capo dei senatori Harry Reid e il responsabile del comitato elettorale senatoriale Charles Schumer hanno espresso senza mezzi termini il loro «pieno appoggio» a Ned Lamont e si sono pubblicamente congratulati con quello che hanno subito cominciato a chiamare semplicemente Ned, «per la sua vittoria e la sua ottima campagna». Ma hanno anche cercato di «lisciare il pelo» a Lieberman, nella speranza che rinunciasse a candidarsi. Lui, dice la dichiarazione da essi rilasciata, «è stato un efficace senatore democratico per il Connecticut e per l’America» e la sua sconfitta è stata causata solo dal fatto che «c’era la percezione che lui fosse troppo vicino a George Bush e questa elezione era, sotto molti aspetti, un referendum sul presidente più che su ogni altra cosa».
Altri democratici di spicco non hanno ancora deciso che fare. Per un John Kerry (che aveva avuro Lieberman fra i suoi concorrenti per la nomination democratica alla corsa presidenziale del 2004) che ha subito dichiarato il suo sostegno a Lamont, ecco una Hillary Clinton (per la quale il problema non è tanto la rielezione – scontata – a senatore di New York quanto la sua candidatura alle presidenziali del 2008) almeno fino a ieri era impegnata a capire cosa le convenisse di più. Chi non è sembrato preoccupato della presenza di Lieberman al voto di novembre è proprio Ned Lamont. «Mi aspetto che i democratici del Connecticut votino uniti per il loro candidato», ha detto. «Il mio compito è di presentare una forte, chiara e costruttiva alternativa alla politica di George Bush. Se lo faremo tutti unitariamente saremo più forti che mai». L’obiettivo dei democratici, infatti, è notoriamente quello di riconquistare la maggioranza al Senato, alla Camera o in tutti e due. Un risultato che potrebbe trasformare in una sorta di calvario gli ultimi due anni di Bush alla Casa Bianca. Tutte le cose orribili della sua presidenza – una guerra scatenata costruendo menzogne, il suo disprezzo per le leggi internazionali, per le prerogative del Congresso e per l’autorità dei tribunali – sono state sostanzialmente avallate dalla maggioranza repubblicana, a volte per convinzione, altre per paura, che ha bloccato ogni tentativo di contrastare lo scivolamento verso livelli sempre più bassi di costituzionalità. La speranza di tanta gente è che con una maggioranza diversa tutto ciò non sarebbe più possibile e la sconfitta di Lieberman è anch’essa, paradossalmente parte di questa speranza. Lui è quello che Bush ama chiamare «il mio democratico preferito» e quello che non ha perso occasione – specialmente quando si trattava di sostenere Bush su votazioni che avevano a che fare con la guerra in Iraq – per meritarsi quell’appellativo.