Betlemme muore imprigionata dal muro d’Israele

Una fotografia di Benedetto XVI che stringe la mano a Victor Batarseh, il sindaco cristiano di Betlemme, domina una parete, assieme al ritratto di un Yasser Arafat. «Quella foto? – si alza in piedi Batarseh, abbandonando per un attimo la sua poltrona di pelle nera – è stata scattata qualche settimana fa, quando sono andato in Vaticano. Ho parlato al pontefice e spiegato la condizione in cui vive la nostra città, la culla del Cristianesimo. Gli ho anche consegnato un documento sulle conseguenze della costruzione del muro (israeliano) intorno a Betlemme». «Il Papa cosa ha detto?», chiediamo con curiosità. «Mi ha risposto che pregherà per noi, proprio così, pregherà per noi, che dire…speriamo che le sue preghiere abbiano qualche risultato». Non aggiunge altro Batarseh ma l’espressione dipinta sul suo volto spiega più di mille parole il disappunto di una città a cui le preghiere non bastano. Betlemme è prigioniera. «In scatola», puntualizza Batarseh cercando di descrivere l’effetto che il completamento del muro e l’apertura del nuovo posto di blocco a ridosso di Gerusalemme, ha avuto sulla città che amministra da sei mesi, alla testa di una coalizione molto particolare sostenuta dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (il suo partito), il movimento islamico Hamas, otto consiglieri cristiani indipendenti e con l’appoggio esterno dell’unico rappresentante del Jihad islami. «Betlemme è stata lasciata sola, più di tutto la comunità internazionale ha abbandonato i palestinesi al loro destino. Neppure l’arrivo del Natale serve a smuovere i governi occidentali», afferma con tono perentorio Batarseh.

L’amarezza del sindaco è profonda. E’ sufficiente recarsi da Gerusalemme a Betlemme per comprenderne le ragioni. I lastroni di cemento armato, alti fino a 8-9 metri, circondano e opprimono la città e due centri vicini, Beit Sahur e Beit Jala, sul lato che confina con la zona Est di Gerusalemme, anch’essa occupata secondo le risoluzioni dell’Onu ma che Israele ha di fatto annesso al suo territorio, approfittando del silenzio del mondo. Il posto di blocco assomiglia ad un terminal di frontiera, dove i militari israeliani effettuano controlli minuziosi su turisti stranieri e residenti palestinesi. Edifici, parcheggi, capannoni circondano l’unica via di accesso e di uscita da Betlemme, larga non piu’ di cinque-sei metri, ricavata nel muro di cemento.

Il governo israeliano ha speso alcuni milioni di dollari – la cifra ufficiale non è nota – ed è evidente che nei progetti unilaterali del premier Ariel Sharon questo posto di blocco-terminal in futuro sarà il confine tra la Cisgiordania meridionale e Gerusalemme. «La situazione è grave – ci dice Suhail Khalilya, di Arij (Istituto di Gerusalemme di ricerca applicata) – le autorità militari israeliane hanno costruito il muro anche sulla strada principale che dava accesso a Betlemme, allo scopo di strappare alla città il sito religioso della Tomba di Rachele». Per farlo, aggiunge Khalilya, «hanno dovuto confiscare 300 ettari di terra palestinese. E questo è niente di fronte agli 80 km quadrati del distretto di Betlemme che il muro (alla fine in questa regione sarà lungo 70 km) isolerà totalmente, negando l’accesso ai terreni a decine di famiglie contadine».

Il quartiere a ridosso della Tomba di Rachele si sta lentamente spegnendo. Molti palestinesi sono andati via per non dover vivere a ridosso del muro e, soprattutto, delle postazioni con mitragliatrici dell’esercito israeliano. I negozi hanno chiuso, le strade sono deserte. Non va molto meglio più in alto, alla Piazza della Mangiatoia, davanti alla Chiesa della Natività. La signora Giacaman è proprietaria di un negozio di artigianato locale aperto più di trenta anni fa. «Negli ultimi mesi, grazie anche alla fine dell’Intifada, avevamo visto una leggera ripresa del flusso turistico – ci racconta mentre mette in ordine sugli scaffali i piccoli presepi di legno tipici di Betlemme – era ancora poco rispetto alle nostre esigenze ma finalmente ricominciavamo a respirare. Poi hanno inaugurato il posto di blocco e i pellegrini adesso sono molti di meno». Giacaman sostiene che gli operatori turistici israeliani, facendo riferimento ad una presunta presenza di «terroristi» in città, cercano di dissuadere gli stranieri dal pernottare a Betlemme e «suggeriscono» di scegliere hotel e ristoranti di Gerusalemme.

Pellegrini e turisti sono frenati anche dai controlli minuziosi in entrata e, soprattutto, in uscita dalla città. Circondata dal muro, senza risorse oltre al turismo, Betlemme paga a caro prezzo la sua condizione: 50% di disoccupazione, vuoti gli hotel con i loro 2.500 letti, ristoranti e negozi deserti. Il comune cerca di dare il suo contributo nei casi piu’ drammatici ma può fare ben poco con un bilancio che nel 2005 non ha toccato i 3,5 milioni di dollari e i suoi debiti per un milione di dollari.

«Anche Abu Mazen e l’Autorità nazionale si sono dimenticati di Betlemme – si lamenta il sindaco Batarseh – avevano promesso fondi ma non abbiamo visto nulla. Il mese scorso ho dovuto chiedere prestiti alle banche per pagare i salari ai 180 dipendenti del comune. Non ci sono soldi in cassa e con la disoccupazione così alta gran parte della popolazione non è in grado di pagare le tasse municipali». Batarseh si rivolge a coloro che di Betlemme si occupano solo per denunciare gli abusi veri o presunti subiti dalla minoranza cristiana per mano di musulmani. «Ci sono stati alcuni atti a danno di cittadini cristiani ma si tratta di episodi isolati in una realtà dove le due religioni convivono in pace da secoli – ammette il sindaco – i problemi veri, più gravi di Betlemme sono il muro e le politiche delle forze di occupazione israeliane che strangolano la città. I cristiani non sono liberi di andare a pregare a Gerusalemme senza un permesso israeliano. Coloro che denunciano abusi a danno dei cristiani hanno dimenticato tutto questo, hanno smesso di condannare l’occupazione israeliana».