Bertinotti:«Vi spiego che vuol dire allargare la maggioranza

Compagno presidente, come va? «Fondamentalmente va bene. Ma siamo ad un passaggio molto difficile…». Fausto Bertinotti, da quasi cento giorni presidente della Camera, risponde alle domande, ai dubbi, alle ansie, nella modalità che ben gli conosciamo: un approccio complesso e al tempo stesso molto concreto. «Fondamentalmente va bene» ripete passeggiando nella sua stanza di Montecitorio, tra un Sironi sulla parete sinistra e un enorme mappamondo alla Mercatore sul lato destro.
«Ma le forze centrifughe, anzi i rischi di disgregazione, sono molto evidenti. Questo governo, finora, ha fatto cose molto buone e cambiamenti anche coraggiosi – politica estera, indulto, decreto Bersani. Immigrazione. Che cosa è mancato, però? La capacità di animare le proprie scelte attraverso una costruzione coinvolgente, partecipativa, non riducibile solo alla tattica o alla manovra parlamentare…». Mi permetto di tradurre: manca un po’ l’anima. Latita quello slancio riformatore che ha prodotto i momenti migliori dell’Unione (dalle primarie al programma), e che non si definisce su questo o quel provvedimento singolo, ma sulla logica d’insieme. Recuperare l’“anima” dell’Unione: è questa la ricetta suggerita dal presidente della Camera? «Sì, anche se forse questo termine si presta ad equivoci. Il fatto di fondo è che finora non si è determinato quel rapporto tra scelte riformatrici e popolo, senza il quale ogni scelta rischia di rimanere priva di carica significativa. Senza il quale, poi, anche le innovazioni vengono oscurate dai modi con i quali sono state prodotte, dal “come” – e restano quindi segnate, in qualche modo sovradeterminate dalle divisioni della sinistra, dalle differenze interne alla coalizione». E quindi? Quindi – anticipiamo le conclusioni della riflessione di Bertinotti – «il problema vero è la nostra capacità di innalzare la sfida. Se rimaniamo prigionieri delle emergenze quotidiane, della politica data, insomma del compromesso tout court – penso alla finanziaria d’autunno – rischiamo di uscirne comunque disfatti, o per sfinimento o per disgregazione. Se invece rimettiamo al centro il tema del cambiamento, e del “compromesso dinamico” da costruire con i soggetti che sono disponibili, possiamo farcela: a quel punto, la politica ne trarrebbe le conseguenze…». Il tema dell’allargamento della maggioranza? «Sì, ma è bene precisare di che cosa si tratta. La maggioranza attuale, quella che ha vinto le elezioni del 9 e 10 aprile, ha sempre avuto di fronte a sé il problema dell’allargamento: cioè accrescere il consenso sociale, oltre le cifre risicate di quello elettorale, aumentare la sua influenza e capacità di orientare i cittadini. Mi è già capitato di dire che questa operazione, se non vuole diventare puro politicismo, significa, per esempio, un’alleanza del popolo di sinistra con quel pezzo di borghesia che è disposta ad andare oltre il liberismo – quella che ammette che la compressione dei salari non è la strada giusta per uscire dalla crisi italiana. Marchionne, per fare anche un nome. Se si procede su questa strada, ritracciando i confini di un nuovo patto sociale che aiuti il paese ad uscire dalle devastazioni del neoliberismo, rilanciando per questa via la strategia riformatrice del programma dell’Unione, è logico pensare che la politica ne potrebbe prendere atto. E se ci sono forze dell’attuale schieramento moderato disposte ad assecondare questo disegno, non sarò io ad oppormi. Perché sarebbe un allargamento che consente comunque di tenere sullo schema dell’alternanza, anzi di potenziarlo. L’altra strada possibile, tutt’affatto diversa, è quella della Grosse Koalition, che ha al suo centro l’obiettivo privilegiato della governabilità». Bertinotti propone queste riflessioni, sempre passeggiando. Siamo ad una “svolta” politica? Ma no, lasciate stare le semplificazioni di cui ha bisogno il sistema dell’informazione. Il cuore del discorso, in realtà, è sempre quello: non farsi chiudere mai sulla difensiva, proporsi di superare – sempre – l’alternativa secca tra cedere, più o meno di schianto, e fuggire, insomma spostare il terreno sulla direttrice più avanzata possibile.

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Tra un interrogativo e l’altro, il Bertinotti presidente si muove, oramai con buona disinvoltura, in quella che, per uno come lui, resta comunque un luogo “in partibus infidelium”. La sua diversità ha già preso alcune forme pubbliche, che hanno a suo tempo occupato le cronache – ora, basta circolare per gli uffici della Camera per capire che questo presidente gode di una popolarità forse quasi del tutto inedita tra coloro che alla Camera ci lavorano – quelli che formano la struttura, la macchina operativa, la continuità tra una legislatura e l’altra. Poco dopo la sua elezione, Bertinotti ha incontrato tutti, ma proprio tutti – e continua, ogni giorno, a salutare tutti, ma proprio tutti. «Per la prima volta da quando lavoro qui» dice una funzionaria di mezza età «mi sono sentita trattare come un essere umano, non come l’appendice umana di una funzione». Non è un complimento rituale, né un riconoscimento banale: è la ricezione di un messaggio che è insieme umano e politico, non attiene solo alla gentilezza e alla buona educazione, ma ad una opzione politica. Un’altra sfida, dice Bertinotti. «Quel che mi sono proposto, venendo qui» dice «è una duplice lealtà: quella all’istituzione che oggi presiedo, sorretta dall’etica repubblicana – spero che sia chiaro il senso di questa espressione, e la bussola della Costituzione che la sostiene – nonché dall’impegno a garantire fino in fondo la funzione centrale del parlamento, il suo pluralismo, le sue prerogative di dibattito, i diritti dell’opposizione. E quella alla parte – dico parte più che partito – da cui provengo, e di cui sono, appunto, partigiano». Si può realizzare un programma dall’apparenza così schizofrenica? «No, non ci possono essere divisioni meccaniche tra l’una e l’altra faccia della questione. La lealtà istituzionale chiede, per essere esercitata davvero da uno come me, con la mia storia politica, una nuova elaborazione: non può ridursi ad una sussunzione, più o meno immobile, della tradizione. A sua volta, la mia partigianeria, che resta parte di me, ha bisogno di essere filtrata anche alla luce del ruolo istituzionale che ho assunto. Non avrebbe un gran senso che per gran parte della giornata lavoro come Presidente, poi alla sera – dire – mi metto la giacca del militante. Così non funziona».

E quindi si tratta anche di lavorare ad una nuova nuova pratica, e forse perfino ad una nuova teoria politica «Mi batterò per spostare il confine dell’istituzione e della politica, per immettervi quel sovrappiù di democrazia partecipativa di cui la politica ha bisogno grande. Ma non credo che questo sia sufficiente…». Bertinotti prende in mano un vecchio libro di Gianni Ferrara, dedicato al ruolo del presidente dell’assemblea di Montecitorio: vi trova molte conferme, e molte sofisticate argomentazioni, a favore di una teoria della “parzialità” insita nel ruolo, o comunque con esso non contraddittoria. Poi mostra con compiacimento il primo nucleo della biblioteca che sta ammassando nel grande studio dai colori verde-oro e dalla solennità ottocentesca: varie raccolte di discorsi parlamentari. Si va dagli antenati socialisti a Togliatti e Amendola. Da Murri ad Aldo Moro. «Una biblioteca cattocomunista». A parziale riequilibrio, un grazioso libricino che narra aneddotica varia della storia del parlamento britannico. Una piccola civetteria liberal.
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A proposito di liberal e liberalismo, la conversazione con Bertinotti si svolge nel giorno in cui la Camera ha approvato l’indulto. «Una bella giornata», dopo le preoccupazioni scatenate non solo da Di Pietro, ma dall’evidente pericolo di sfrangiamento del quadro politico, tante, troppe microopinioni così diverse e lontane da rasentare un’implosione strisciante. Una soddisfazione che non fa velo ai problemi che restano sul tappeto. Bertinotti è del tutto consapevole del carattere «di avanguardia» dell’indulto: sa che è assai impopolare, anche perché una gran parte del popolo, e dell’opinione di sinistra, risponde con un nervo giustizialista alle ingiustizie di classe, alle disuguaglianze, ai privilegi. Aggiunge che c’è una diffusa «disconoscenza» sia della natura di classe del carcere, dove sono confinati migranti, marginali, poveri – «davvero, in carcere stanno soprattutto gli ultimi, come sa la Chiesa cattolica – sia della natura stessa del provvedimento. “L’indulto” non si stanca di ripetere il Presidente della Camera “è un atto di clemenza nei confronti di una popolazione, la popolazione carceraria, che versa oggi in condizioni intollerabili. Punto. Non è un favore, o un premio. Non è un atto di depenalizzazione. Molte persone, quasi tutte, continuano a percepirlo come un favore fatto ai potenti, che per altro in carcere non ci stanno». Quindi? Quindi c’è un problema gigantesco di informazione e, soprattutto, di formazione di una nuova coscienza civile. «Ecco un esempio molto chiaro di ciò che prima intendevo dire. All’interno del parlamento, è riuscita a vincere, nonostante tutto, una cultura politica democratica, contro le tentazioni giustizialiste. Ma nel nostro popolo è andato avanti un altro processo, lontano e diverso da quello delle aule parlamentari: un processo molto difficile da analizzare e da capire, perché vi si mischiano pulsioni differenti, di destra come di sinistra. Ecco, non possiamo sfuggire al compito, anche pedagogico sì, di ricostruire un contatto, una dialettica vera, una connessione virtuosa». Qui, ci inoltriamo, di nuovo, con il problema che più oggi ci assilla: il rapporto “triangolare” tra la politica, la nostra politica, la nostra gente. Domando a Bertinotti se non gli pare di avvertire, su vari fronti, un moto anche molto forte di delusione: come se l’aspettativa del 9 aprile fosse già stata disattesa. O come se l’impazienza fosse così grande, da risultare difficilissima da soddisfare. Come quel pensionato che, il 10 aprile, ha scritto a Bertinotti una lettera di congratulazioni e auguri, che si concludeva con una perentoria richiesta: «Adesso, ho bisogno che mi paghiate voi il nuovo boiler di cui ho bisogno. Io non me posso permettere, sono un pensionato al minimo. Ma se non mi date il boiler, che cosa cambia nella mia vita? Nulla».

Con calma, e aggrottando parecchio la fronte, il compagno presidente invita tutti – anche se stesso, ovviamente – a liberarsi da alcuni occhiali della tradizione, che rischiano di risultare fuorvianti: non è ancora tempo di visioni unitarie, di sintesi. «Conviene sospendere la ricerca di una conclusione, e concentrarsi sull’analisi». E che cosa dice l’analisi? Cose, appunto, che al momento non stanno insieme. Tutti i sondaggisti, per esempio, sono unanimi: la popolarità del governo Prodi è molto alta, lo stesso presidente del consiglio vede crescere i consensi, il Prc va alle stelle, come gli altri partiti dell’Unione.

Poi, c’è l’altro lato della medaglia: l’aspettativa che è grande, perché grande resta il disagio sociale; l’impazienza dei risultati, che è altrettanto grande; insomma, quella distanza tra le scelte del governo e la sensibilità popolare che non si riesce a colmare. Infine, e non da ultimo ci sono il movimento, i movimenti: «Su di essi agisce un effetto di spiazzamento». Per un verso, anche in virtù dell’immaturità del processo di trasformazione, per le difficoltà dell’alternativa, essi tendono a diventare spettatori. Ma per l’altro verso una parte dei movimenti sono diventati istituzione – parlamento e governo – non in senso metaforico, ma fisico, diretto. Non sono loro, perciò, ad elaborare il compromesso dinamico che serve, o, se vuoi, il punto di caduta accettabile – ovvero, sono loro ma in forma istituzionale, come è accaduto sull’Afghanistan, e senza il momento, che resta decisivo, della partecipazione soggettiva. Il “come” resta essenziale, quanto il “che cosa”: non abbiamo detto che essa era il primo punto del programma dell’Unione? Non l’abbiamo detto a caso. Io resto convinto – come Paolo Cacciari – che il compromesso sull’Afghanistan era il migliore che potessimo ottenere, nelle condizioni date. Così come mi pare evidente che il ritiro dall’Iraq e la nuova politica mediorientale configurano un riposizionamento strategico dell’Italia – da un ruolo atlantico a un ruolo mediterraneo, per intenderci. Questi risultati politici non possono, tuttavia, esser legati, se vogliamo dirla così, a uno spirito di delega, che resta lontano, se non incompatibile, dalla natura dei movimenti: nasce da qui il carattere freddo, un po’ asfittico, delle scelte del governo Prodi.

Torniamo, in conclusione, alla questione dell’“anima”. Meglio sarebbe dire, dell’ordine simbolico che è forse il limite vero del governo Prodi: senza un chiaro e forte ordine simbolico, dentro il quale prendono senso le cose singole, come tappe di un percorso, ogni singola cosa rischia di assumere un improprio – e anche confuso – senso totale.

E’ successo ieri sull’Afghanistan, succede oggi sull’indulto. Proviamo ad uscirne, compagno presidente?