Bertinotti: «Vado avanti. Se perdo pezzi, pazienza»

Bertinotti, le contestano di non aver chiesto al governo il ritiro delle truppe. Pensa a un passo successivo alla liberazione delle due Simone?

«Non c’è un prima e un dopo, se non quello fisico dell’incontro col governo. Il punto è: qual è lo scopo che si vuole raggiungere? Ecco, di fronte a questa tragedia si aggiunge un nuovo terreno. Non è il cambiamento di spalla del fucile, piuttosto una formula “giovannea”: tutti gli uomini e le donne di buona volontà partecipino al bisogno di combattere la barbarie, per la salvezza di due donne impegnate in un lavoro umanitario. Ora, tra noi, il movimento pacifista e il governo c’è un contrasto di fondo: siamo contrari alla guerra e da subito siamo stati per il ritiro delle truppe. Ecco, puoi risolvere questo contrasto adesso, mentre vai all’incontro per la salvaguardia delle vita di due persone, chiedendo al governo il ritiro? Interromperebbe subito le relazioni».

Intende un ricatto dei terroristi?

«Se si parla di ritiro ci si mette nelle loro mani, offri al terrorista la possibilità di non interloquire. E poi tutto il paese, anche chi ha posizioni diverse sulla guerra, deve potersi mobilitare per la liberazione delle due Simone e degli altri. E, d’altra parte, se tu poni l’obiettivo del ritiro al governo nel momento in cui vuoi che intraprenda tutte le strade per salvare le vite umane, non ti consente di chiedere al governo quello che abbiamo chiesto».

Cioè?

«Assumere l’esperienza francese e correggere l’atteggiamento precedente su un punto essenziale: l’apertura di un dialogo con i paesi arabi e con le componenti dell’Islam, nel reciproco riconoscimento delle civiltà che si affacciano sul Mediterraneo. Riconoscere che la guerra al terrorismo non è un conflitto di civiltà dev’essere la base dell’iniziativa diplomatica. Sarebbe già un passo avanti e dobbiamo cogliere il valore della mobilitazione del mondo arabo. In quella richiesta di trattare, trattare, trattare per salvare le due donne, chiediamo di produrre una condizione ambientale che renda efficace l’azione del governo».

Il contrario di quello scontro di civiltà che sia Pera che lo stesso Berlusconi lasciavano intendere?

«Esattamente. Del resto non siamo andati “mascherati” a Palazzo Chigi, tutti abbiamo detto che noi, in opposizione al governo, siamo contrari alla guerra e al coinvolgimento delle truppe italiane, così come siamo contrari al terrorismo, eppure ci siamo seduti al tavolo. Ma non è vero che ora c’è una sorta di moratoria sulla rivendicazione del ritiro dei militari».

È questo che le viene contestato.

«Non è così, non c’è moratoria né cambiamento di posizioni, questo è un gravissimo equivoco. Piuttosto il ritiro non viene posto al governo come condizione della sua trattativa diplomatica. È un terreno distinto, per non creare un corto circuito. Insomma, oggi partecipiamo alla fiaccolata proprio perchè il movimento della pace, di cui siamo parte integrante da sempre, sia più libero nel continuare a chiedere la fine della guerra e il ritiro dall’Iraq».

Si può parlare di unità nazionale?

«Qui si rasenta il grottesco. Ma come può vedere qualcuno l’unità nazionale quando c’è una discriminante politica e culturale col governo come quella sulla guerra, scritta anche nel comunicato?».

Il corto circuito però si è creato nel suo partito e nel rapporto con i movimenti. Le si contesta l’alleanza con l’Ulivo, anche?

«Ma sì, si sommano molte cose. Prendo sul serio le contestazioni, ma c’è una dilatazione un po’ politicista. Sono stato alla Festa dell’Unità a Genova, c’era un mare di gente, il popolo delle sinistre, ho esposto queste tesi e un’accoglienza così calorosa è difficile da incontrare. Non voglio mettere la sordina ai dissensi, ci sono, ma da un nocciolo duro. Però a chi mi dice che bisogna porre al governo la questione del ritiro delle truppe mentre si chiede un’iniziativa diplomatica e politica per salvare delle vite umane, dico no».

Lo dice a Ferrando del Prc?

«A chi lo ha detto». Cannavò le contesta la frase: «Il conflitto non fa nascere il terrorismo ma ne alimenta la violenza». «Questo è un altro punto di dibattito politico nel movimento, lo riconosco».

È d’accordo con Ingrao quando dice che la sinistra deve comprendere meglio la natura del terrorismo?

«Il terrorismo è co-generato dalla guerra e da altre cause, questo è un punto comune di analisi nel movimento e nel mio partito. Ma io penso anche che il terrorismo non è meccanicamente derivato dalle ingiustizie, dalla povertà, dalla morte e dalla guerra, ma si autocostituisce come progetto politico, il cui “successo” tragico dipende da quelle concause».

Vuol dire uno scontro di poteri?

«Come c’è un partito della guerra c’è un partito del terrorismo, e noi ci opponiamo a entrambi. Il terrorismo è un atto di volontà politica, è un avversario in sé, oltre a dare morte spazza via la partecipazione di massa. Su questo ha ragione Ingrao, nella sinistra serve un approfondimento culturale».

Con i Disobbedienti si è creata una frattura anche per quella che viene vista come una svolta ulivista?

«Una svolta “accordista”, più che ulivista. Nel movimento e in Rifondazione c’è chi è radicalmente contrario a un’alleanza fra tutte le opposizioni per costruire un’alternativa programmatica a Berlusconi. Ma è una lettura fuorviante per due motivi: la crescita dei movimenti ci permette l’obiettivo ambizioso della costruzione di un’alternativa. Poi la gravità della situazione economica e i danni che crea il governo Berlusconi chiedono che sia pronta l’alternativa. Questo crea malessere in una parte del movimento».

Ma lei va avanti su questa strada, anche a rischio di perdere dei pezzi?

«Certo, ma non è detto che accada, tutto si discute. E poi, non voglio rivendicare le medaglie ma…».

Ma?

«Questo partito è stato così poco prono al potere da rompere l’alleanza in cui stava. E siamo stati con il movimento fin dall’inizio, a Genova».