Bertinotti: possibile governo per fare la riforma elettorale

Si può dire che il malato ha preso un brodo»: e con questa battuta fatta ieri sera dal presidente della Camera dei deputati Fausto Bertinotti, intervistato in studio dal Tg1, si può sintetizzare il senso della scorsa giornata per il governo. Scampato conl’esposizio-ne diretta di Romano Prodi all’alzata di scudi del ministro guardasigilli Clemente Mastella e perciò ripagato dal ministro stesso e dai suoi senatori dell’Udeur con il disinnesco della mina pronta a Palazzo Madama: la prima pregiudiziale di costituzionalità sul decreto fiscale collegato alla Finanziaria, respinta con 157 voti – compreso il senatore a vita Giulio Andreotti – contro 156. Ora, però, resta tutta davanti all’esecutivo la partita vera: che è quella dell’esame parlamentare dell’intera Finanziaria, in prima lettura proprio nell’accidentato Senato. Se da Mastella per il momento, invece di un gesto alla Sansone trai Filistei, è arrivato un «brodino», resta pur vero che il capo dell’opposizione di centrodestra, Silvio Berlusconi, ostenta molta sicurezza. Da giorni ha indicato tra la seconda e la terza settimana di novembre la “spallata” che sancirebbe la crisi formale, a colpi di defezioni tra i senatori della maggioranza e in particolare tra alcuni dell’ex Margherita in odore d’essere “giubilati” dal futuro del Piddì veltroniano. Non dev’essere un caso se ieri anche l’unico leader d’opposi-zipnefuori dalla Casa delle Libertà, Pierferdinando Casini per l’Udc, da sempre più proclive a scenari di trattativa in particolare sulla legge elettorale (sullabase del modello tedesco), ha invece dato per scontata l’imminente caduta del governo, invitando Prodi alle dimissioni.
Resta d’altra parte intatta la tensione politica nel governo e nella maggioranza sulle questioni di contenuto: dopo làvi-cenda del Protocollo su pensioni e mercato del lavoro, in vista di riproporsi rielle Camere in parallelo alla Finanziaria, ierinellariunionedigabinetto sono state eloquenti le resistenze al ”pacchetto sicurezza” – infatti rinviato – da parte dei ministri rappresentativi delle componenti garantiste e di sinistra dell’Unione. Il rapporto tra questa tensione e la dinamica d’agguato, tutta “al centro”, annunciata da Berlusconi resta oscuro: e infatti lo stesso Bertinotti ieri serahala-mentato un bisogno di «maggiore trasparenza». Ma il presidente della Camera ha accettato di parlare anche sugli scenari d’ùn”dopo-crisi” Fatto salvo che «della stagione conclusa sì parlerà quando saràtale»e che in quel caso costituzionalmente «la parola tocca solo al presidente della Repubblica», Bertinotti ha risposto così: «Siccome l’attuale legge (elettorale, ndr) è molto cattiva credo che, nel rispetto delle prerogative del Quirinale, si tenterebbe la formazione diungovemochepossafarele riforme minime necessarie». Il che, in verità, potrebbe avvenire solo previa constatazione d’unacongruadisponibilitàin Parlamento.
Poiché finora l’unico modello di sufficiente convergenza è quello tedesco, avversato però da Veltroni per primo, se ne può dedurre che un passaggio diretto da una crisi alle elezioni anticipate sta proprio nelle manidelPiddì.Come,benpri-ma, la stessa possibilità di evitare o attivare una precipitazione della crisi “a sinistra”: aprendo o meno al cambiamento delle scelte di politica economica e sociale in corso.