Bertinotti: per le riforme Silvio resta indispensabile

ROMA — «Ho detto che Silvio Berlusconi è un animale politico, e che sulle riforme è un interlocutore indispensabile. E non cambio idea». La riservatezza imposta dal ruolo istituzionale nella vicenda non fa velo a Fausto Bertinotti, che ieri nei suoi colloqui riservati non solo ha confermato il giudizio politico sull’ex premier, ma ha fatto intendere chiaramente come la strategìa del dialogo non possa essere messa in discussione, tantomeno dai pregiudizi, che peraltro non gli sono mai appartenuti. Dunque, siccome resta convìnto che «una nuova legge elettorale è una esigenza prioritaria per il sistema politico», bisogna andare avanti «per arrivare a un’intesa».
Ma c’è di più. Il caso giudiziario nel quale è stato coinvolto il «deputato Berlusconi» lo investe direttamente da presidente della Camera. E il garantista Bertinotti, da garantista si è appellato al procuratore dì Napoli per verificare se e’è stato il vulnus che sembra appalesarsi nei confronti di un membro del Parlamento: «Le regole sono l’essenza della democrazia. E qui mi fermo». Non c’era bisogno che andasse oltre per intuire la sua riprovazione per l’ennesima fuga di notizie, un rito che «danneggia anche la magistratura».
E per capire quale fosse il suo umore, bastava sentire Sandro Curzi, consigliere Rai e amico strettissimo della terza carica dello Stato: «Se lo conosco, e lo conosco, è arrabbiato e seriamente preoccupato. Anche perché, lui che si è speso generosamente sulle riforme, avverte una vischiosità, una resistenza. E questa vicenda è un’ulteriore zeppa per far saltare il dialogo, e mettere in difficoltà Walter Veltroni. Ma dopo che è saltato il dialogo, dove si va? Qui c’è qualcuno che non si rende conto del clima nel Paese. Altro che Beppe Grillo, siamo già oltre il “vaffa”». Curzi giura di non aver parlato con «Fausto»: «No, non l’ho chiamato. Non l’avrei fatto — sorride — con ‘sti telefonini…».
Tutti nel Palazzo sanno che il vulnus c’è stato, «ma siccome la classe politica è debole — commenta Francesco Cossiga — non reagisce ai soprusi della magistratura, che prima colpisce Massimo D’Alema e poi riparte contro Berlusconi. Vogliono tornare, a comandare: basta vedere cos’hanno fatto a Clemente Mastella». «So io cos’ho passato», sussurrava ieri pomeriggio in Transatlantico il Guardasigilli: «Eppoi — ha detto allargando le braccia in segno d’impotenza — che posso fare se al Senato non si approva la legge sulle intercettazioni? Fino ad allora saremo tutti esposti al vento».
Ma il nodo come al solito è politico, non solo giudiziario, e il democratico Peppino Caldarola punta l’indice contro «una rete che si annida negli stati maggiori del centrosinistra e che ha in Romano Prodi il suo punto di riferimento»: «Quella rete, fatta anche di magistrati e intellettuali, non è preparata alla pace, non vuole la pace, entrerebbe in crisi con la pace. Sono quelli i nemici di Veltroni». È un retaggio culturale che Ciriaco De Mita ha rammentato, ascoltando a un dibattito l’ex magistrato del pool di Milano Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore dell’Ulivo: «Parlava di legalità e garanzie… Se quelle cose le avesse dette quindici anni fa, sarebbe passato alla storia. Ma non lo fece. Così oggi gli epigoni di quella stagione, per imitarli, combinano disastri».
E innescano le dinamiche di un tempo: dall’ira di Berlusconi, all’accusa di doppio-pesismo lanciata da Pier Ferdinando Casini, «dispiaciuto per chi il meccanismo delle garanzie lo applica solo a se stesso, con i casi de Magistris e Forleo». In questo clima si alimentano terrìbili sospetti, come quelli adombrati da Fabrizio Cicchitto,uno dei forzìsti più vicini al Cavaliere: «Diciamo che Prodi lavora bene con i servizi…». Ecco perché Bertinotti è turbato. Ma proprio per questo si appella alle «regole» e non demorde sul dialogo con Berlusconi: «E non cambio idea».