Bertinotti parla con Marini del dopo Prodi, Veltroni si agita

Roma. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha incontrato il presidente del Senato Franco Marini. Hanno parlato per due ore del percorso parlamentare del dl sulla sicurezza, del welfare e della Finanziaria. Ragionando sulla perigliosa navigazione della maggioranza prodiana si sono soffermati anche sulla legge elettorale. Il presidente della Camera ha detto al collega del Senato che, come lui, gradirebbe il proporzionale tedesco (corretto). Forse nella formula nuova che risente dell’intervento del duo D’Alema-Rutelli. Bertinotti ha messo in chiaro che non può permettersi di farsi scavalcare dai suoi e per questo – ha ripetuto a Marini – il suo partito potrebbe considerare a gennaio l’ipotesi di un governo istituzionale appoggiato dall’esterno dal Prc. D’altra parte le pressioni su Bertinotti, interne a Rifondazione, sono fortissime. Malumori profondi per i quali si potrebbe anche rinunciare al governo, qualora questo coincidesse con il successo di una riforma elettorale favorevole all’aggregazione dell’estrema sinistra.
Ma il leader di Rifondazione, dopo aver definito “fallita” l’Unione, ieri è incorso nella censura del segretario del Pd. Walter Veltroni lo ha ammonito: “Mettere in difficoltà il governo fa male alle riforme”. E forse Veltroni teme che la mossa troppo smaccata di Bertinotti nasconda altro. Ovvero sia solo un messaggio, per quanto brutale, rivolto a correggere la rotta anti dialogo all’interno della quale Romano Prodi
si è indirizzato.
Walter Veltroni lo attacca perché ha capito che il suo gioco si sta facendo pericoloso e comunque troppo smaccato: “Così metti a rischio il dialogo sulla riforma elettorale”. Ma ormai Fausto Bertinotti ha fatto lo scatto in avanti rispetto al proprio partito, ha accettato la bozza di legge elettorale proporzionale (tedesco modificato) e da oggi rappresenta l’asse di garanzia assieme al presidente del Senato Franco Marini. I due si sono incontrati, hanno parlato del pericoloso incastro dei passaggi della Finanziaria (dalla Camera al Senato) e dl sulla sicurezza (dal Senato alla Camera). Hanno riflettuto sul welfare: il protocollo non può essere approvato senza la copertura della manovra economica. Così, ragionando dei rischi che gravano sul governo, hanno anche parlato di legge elettorale. Bertinotti non può farsi scavalcare da suoi e al tempo stesso deve assolutamente infliggere a Prodi un ultimatum che scongiuri il referendum. Per questo Rifondazione è pronta a ritirare a gennaio la delegazione dal governo e a prepararsi all’appoggio esterno. Si tratta di un’extrema ratio, ma è un piano che potrebbe innescare la crisi di governo. Nel Palazzo si parla di un “nuovo corso politico” al quale non sarebbe estraneo il patto proporzionalista tra D’Alema e Rutelli (Marini benedicente). Per Rifondazione l’abbandono della barca prodiana rappresenterebbe la chiusura di un’epoca, ma sarebbe anche un passo a cui Bertinotti approda per gradi. Il rapporto personale tra lui e il presidente del Consiglio si è, in questi mesi di governo, progressivamente deteriorato e l’immobilismo prodiano sta portando Rifondazione alla Caporetto dei sondaggi. Tuttavia pare che il colpo di grazia Prodi se lo sia dato da sé, sabotando il dialogo sulla riforma elettorale. L’asse proporzionalista è quasi omnicomprensivo e quando tutti parlano con tutti si ha sempre l’impressione che il governo in carica sia prossimo alla fine. Rifondazione proporrà un referendum tra i suoi sostenitori sulla permanenza nell’esecutivo, poi potrebbe prendere la via dell’uscio. Bertinotti vuole ancora evitare la crisi, ma è anche incalzato dal suo partito da cui non vuole esser scavalcato. Le manovre da oggi saranno rapidissime. A pressare sul capo ci sono i malumori profondi del Prc, che secondo l’analisi del presidente della Camera superano perfino le esternazioni di quanti, tra i dirigenti, credono di rappresentarli. Lunedì, nel corso della direzione nazionale, Elettra Deiana incalzava: “La verifica è un passo irrinunciabile”. Ramon Mantovani ammoniva: “Una verifica seria prevede anche il rischio della crisi di governo”. Ecco perché la mossa di Bertinotti spiazza, ma allo stesso tempo risolve. Con l’accordo sulla riforma proporzionale accontenta e anticipa tutti. In un solo colpo si distanzia dalla “fallimentare” esperienza di governo con Prodi, si libera dal peso degli insuccessi sulla politica sociale, si instrada verso una riforma che costringerà la Cosa rossa a nascere. E questo, se gli riesce, evitando le elezioni anticipate.
Il Prc è disorientato dallo scatto bertinottiano, reagisce con umori che vanno dallo sconcerto all’euforia. Sconsolato il commento del ministro Paolo Ferrero a cui è stato annunciato che forse dovrà lasciare il posto: “Il governo può migliorare”. D’altra parte lunedì, mentre il capo preparava la svolta, i rifondaroli parlavano, ignari, di congresso e consultazione referendaria. Una discussione felliniana, spazzata via nello spazio di un’intervista a Repubblica. Bertinotti si è mosso con circospezione e pare che nemmeno il segretario, Franco Giordano, fosse stato informato. All’inizio era un po’ offeso, ma la svolta che lo ha scavalcato gli piace. Come piace al vicepresidente del Senato Milziade Caprili, che ai colleghi ha spiegato: “Compagni è una fase nuova, adesso ci sarà una verifica seria anche se – ha aggiunto – chi pensa che Fausto guiderà un governo istituzionale pensa una vergogna”. E’ infatti possibile che Bertinotti stia solo manovrando per aggiustare il tiro politico di Prodi. Eppure il presidente della Camera non parla a sproposito e ha detto che “l’Unione ha fallito”. Sentenza definitiva? Di fatto arriva dopo prese di distanze e schiaffettini. Come quando definì il governo “un malato che ha preso il brodino”. E già si offriva l’immagine di un legame irreparabilmente spezzato.