Bertinotti: noi con Prodi per riportare la democrazia

ROMA La prima domanda è meno politica e più personale: come mai la sua scelta per il nuovo direttore di “Liberazione” è caduta sul giornalista dell’“Unità” Piero Sansonetti?
«Intanto, perché “l’Unità” è diventato un bel giornale, svolge un ruolo di attrazione di interessi. Poi, perché in questa attrazione che ha svolto “l’Unità”, secondo me Piero Sansonetti si è indubbiamente distinto. E lo dico anche per una, forse, comune sensibilità. Penso a tutti i servizi sui movimenti: sono, secondo me, i migliori che si siano letti in Italia. Tutto questo, però, naturalmente non basta e va aggiunta, invece, la scelta soggettiva del giornale. Perché davvero questa scelta è maturata in “Liberazione”, con un progetto che è nato da Sandro Curzi, da Rina Gagliardi. È forse la prima volta che nel rapporto tra il partito ed il giornale è nata, da dentro il giornale, l’ipotesi del suo rinnovamento».
«La cosa è assai importante – dice Bertinotti – e penso sarebbe bene che questa scelta inaugurasse anche un nuovo corso nel rapporto tra i giornali delle sinistre: “l’Unità”, “il manifesto”, “Liberazione” che, difendendo l’autonomia del proprio progetto editoriale e politico-culturale, se si riuscisse a far correre dei fili di connessione, sarebbero particolarmente utili in questa stagione in cui c’è l’esigenza di fare massa critica di intelligenze e di culture».
Sempre restando nell’ambito dei giornali della sinistra, dobbiamo tutti registrare – chi più, chi meno, senza drammatizzare e senza farne un caso – un calo di copie generalizzato, che è anche segno di un calo di attenzione, ma anche, forse, di passione politica. Non è un alibi, ma l’equazione è questa: se la politica non riscalda i lettori, i lettori non riscaldano i giornali. Perché la politica del centrosinistra è diventata così fredda, così distante? Perché sono state gettate da parte di alcuni leader secchiate di acqua gelida sull’entusiasmo che era stato prodotto dai Girotondi da un lato ed anche dal Movimento per la Pace dall’altro lato? Non c’è da fare autocritica?
«Se la domanda riguarda, come mi pare di capire, l’intero campo delle opposizioni, penso di sì, e in maniera significativa. Tenderei però, e non per ragioni di partito, a distinguere. E mi riferisco non solo a noi, ma a una parte della realtà delle opposizioni, quella che, grosso modo, possiamo configurare come la costellazione di forze che da qui in avanti propongo di chiamare “Sinistra alternativa” e che è una costellazione che va da noi alle presenze della sinistra dentro i Ds, che comprende realtà sociali, politiche e culturali insieme, elementi di direzione sindacale, di associazione. La risposta quindi è: sì per l’insieme, no per la parte. Vorrei però distinguere due piani: uno di medio-lungo periodo dei movimenti e uno a breve, riguardante la congiuntura politica attuale. Noi siamo di fronte ad un fenomeno mondiale e ad una nuova stagione politico-culturale: per nuova stagione intendo il ciclo dei decenni, non dei mesi. Questa stagione è stata inaugurata da Seattle, cioè dalla nascita del Movimento dei Movimenti – o comunque lo si voglia chiamare – che è stato il protagonista dell’apertura di una fase che si potrebbe definire dei movimenti oltre il Novecento. Su questo terreno c’è bisogno di una lettura di fondo che non guardi soltanto alle increspature. Questi movimenti possono alzarsi o abbassarsi come tutti e del resto nel secolo scorso anche il movimento operaio non ha sempre vissuto allo standard alto del conflitto, ha avuto un andamento carsico. Il punto è di capire la tendenza, e secondo me è quella al mantenimento di un protagonismo e di una soggettività di massa come critica nei confronti dell’esistente e di quel processo di modernizzazione di fondo che ha preso il nome di globalizzazione. Sono questi movimenti che hanno determinato la ripresa del conflitto sociale. Se guardiamo al panorama europeo, vediamo che il teatro di questo conflitto si è spostato molte volte, Francia, Spagna, Germania, senza trovare un punto di omogenizzazione, ma rendendo evidente questo protagonismo. In Italia possiamo datare questa ripresa con le grandi manifestazioni della Cgil sull’articolo 18, poi da lì in avanti c’è una cosa che andrebbe indagata specificatamente e in cui il protagonista essenziale, secondo me, per cultura politica, per costruzione di movimento, è stato la nuova Fiom. Questo movimento in Italia ha avuto un momento topico nell’estate e si è espresso in due grandi momenti di lotta riassuntivi di questa crescita oltre al Movimento della Pace: Scanzano e Melfi. La mia tesi è, lo dico grossolanamente, che non ci sarebbero stati né Scanzano, né Melfi senza questa onda lunga dei movimenti».
Veniamo alla tendenza congiunturale: il passaggio da luglio a settembre. Cosa è successo?
«La visione improntata a seri elementi di ottimismo si rovescia quasi nel suo contrario. A luglio avevamo l’espressione di quei movimenti nel loro punto di massima ascesa. Ha poca importanza se l’uno o l’altro fosse nella sua stagione migliore, persino l’andamento del voto nelle elezioni amministrative confermava questa vitalità e questa ripresa. Questo movimento aveva permeato e, in qualche modo, offerto alle forze di opposizione una grandissima chance, perché si era, insieme, prodotta una crisi del blocco sociale berlusconiano. Ma questa opportunità non è stata colta. Il deficit di progetto politico unitario delle opposizioni ha pesato moltissimo. I movimenti, cioè, hanno continuato a correre, depositando cultura, ma non ottenendo un’interlocuzione progettuale forte. Se il fallimento delle politiche neoliberiste non vede sorgere un’alternativa ad esse, non porta alla rinuncia delle politiche neoliberiste, porta, invece, al riposizionamento delle medesime, come il governo sta facendo. A questo si aggiunga la sofferenza incontrata dai movimenti nel rapporto con la politica e la distanza, il divario che ne è seguito. In più il rapporto tra le opposizioni e il Paese presenta questa tendenza: le parole che nascono dal campo delle opposizioni, quelle capaci di parlare a tutti, dunque quelle unitarie, non hanno alcuna forza né politica, né programmatica».
È un problema di linguaggio?
«Di simboli, perfino. Sono tra i pochissimi che non ha grande simpatia rispetto al nuovo corso della Confindustria, però nel gesto semplice di Montezemolo di togliersi la cravatta c’è un messaggio simbolico che vorrei noi sapessimo, sul nostro terreno, saper produrre come opposizioni. Cioè il nostro “togliamoci la cravatta” dovrebbe essere un messaggio ai nostri popoli – sempre per stare sul terreno dell’abbigliamento – tipo “rimbocchiamoci le maniche”».
Pensa che un messaggio del genere possa uscire dal vertice con Prodi di lunedì?
«Guardo all’incontro con ansia. Perché mentre in altre occasioni, scusate l’ambizione – mi rassicurava ciò che noi avremmo detto, noi intesi come Rifondazione comunista e come Sinistra alternativa, sento che questa cosa non sarebbe sufficiente. O lunedì esce un messaggio unitario del tipo “rimbocchiamoci le maniche”, con un passaggio dell’opposizione ad una capacità di presa nella vita politica del Paese, oppure questa onda – che è un’onda di sfiducia, di dissenso, di presa di distanze dalla politica – rischia di sommergerci».
Qual è il progetto che sta dietro a quello che viene definito “il matrimonio politico dell’anno”, quello tra lei e Romano Prodi? E che differenza c’è tra oggi e il 1998, quando tolse l’appoggio a Prodi e il primo governo dell’Ulivo andò in crisi?
«La risposta alla prima domanda sta essenzialmente nella risposta alla seconda, tanto più perché non si è mai trattato, è ovvio, di contrasti che riguardassero le persone. Se vengo riportato a discutere del 1998, trovo tutte le ragioni dalla parte della scelta che abbiamo fatto. Ma se confronto il 1998 con oggi, non trovo quasi nulla che gli assomigli, ed io penso che questa osservazione sia diffusissima anche nel centrosinistra. L’idea della totale differenza con quella stagione è una condizione necessaria per non recriminare. Il che, naturalmente, non vuol dire omettere un possibile giudizio».
Quali sono le differenze di cui parla?
«Intanto, la globalizzazione neoliberale ha rivelato tutta la sua contraddittorietà e ha contribuito a produrci un mondo completamente diverso ed inquietante. Abbiamo poi già parlato della nascita dei movimenti, quindi non ci torno, ma ricordo che negli anni Novanta abbiamo avuto una desertificazione dei movimenti, e nel conflitto tra noi e il centrosinistra tutto veniva riportato nella sfera della politica attraverso la contrattazione tra Rifondazione comunista e il centrosinistra. Terza differenza: il centrosinistra, realtà sostanzialmente omogenea, e noi vincemmo le elezioni con un’operazione politica astuta, quella della desistenza, non con una convergenza programmatica. Oggi il centrosinistra come tale non esiste più. E non lo dico io, basta guardare la riorganizzazione del listone e le forze che ne stanno fuori. Quindi è cambiata la scena, è cambiato il panorama dei movimenti, è cambiata la soggettività: mentre ieri ci costringeva alla desistenza, oggi ci chiede il programma comune».
La Sinistra alternativa la immagina ferma al quadro esistente, oppure prevede un processo parallelo a quello in atto nella Federazione unitaria?
«Intanto, capisco le obiezioni che si muovono dentro ai Ds nei confronti della costruzione della Federazione. Tra l’altro, le distanze che esistono tra la sinistra Ds e noi sono molto minori di quelle tra la sinistra Ds e le componenti moderate della lista. Tuttavia, per mia collocazione e per il mio ruolo mi sembrerebbe del tutto sbagliato avere un intervento attivo su questo processo. Anche perché penso che una cosa ci insegna la storia nei rapporti a sinistra, cioè che non si possono alimentare dall’esterno domande di rottura, di scissione. Questo non si può fare non solo perché è sbagliato contingentemente, ma perché produce un processo di avvelenamento dei rapporti generali. Guardo dall’esterno questo processo, e se devo pensare ad un esito interessante per tutti, è che questa organizzazione muova in direzione di una reale costruzione riformista: per usare una definizione che i riformisti davano di sé, ed io non lo sono, “riformista forte”, su un terreno radicalmente diverso da quello blairiano, in una direzione che non sia semplicemente una riedizione del pensiero neoliberale e della pratica neoliberale. Con questo riformismo penso che una forza di Sinistra antagonista, la cui costruzione è per noi un obiettivo fondamentale, deve avere un terreno di competizione e di ricerca di convergenza in nome di un’idea di società. Dentro una coalizione democratica, la compresenza di due soggettività forti, una riformista e l’altra della Sinistra alternativa, antagonista, anticapitalista, è un’ipotesi ragionevole, senza che questa costruzione binaria lasci pensare nessuno dei due contendenti di poter cancellare l’altro».