Bertinotti magnetizza le critiche di maggioranza

Sarà il comitato politico convocato per gli ultimi due giorni di ottobre a convocare il sesto congresso di Rifondazione comunista. Così ha deciso ieri la direzione del Prc. Anche se il ritorno di fiamma tra Prodi e Bertinotti sul palco della festa di Liberazione ha in qualche modo fatto strage di cuori nel corso della riunione di ieri. Numerose delle riserve espresse in questi mesi da parte dell’area di prevalenti origini cossuttiane dell’Ernesto, attualmente parte della maggioranza che sostiene il segretario, sono infatti rientrate. Il documento conclusivo è stato perciò approvato con 23 voti sui 27 presenti (12 gli assenti). Una «resa», a giudizio dei bertinottiani e delle due aree di minoranza: Progetto comunista e Erre. Al contrario, «un passo avanti positivo», a detta degli interessati. Fatto sta che contro la corrente e la buona sorte, dicono i detti, non si può nuotare. Ed è poco ma sicuro che Fausto Bertinotti in questo momento goda del favore del moto ondoso e del tocco politico fatato.

Il segretario conferma dunque l’intenzione di ricandidarsi alla leadership con una propria piattaforma. A partire da questo si aprono i giochi congressuali. «Siamo in una fase completamente nuova – spiega Bertinotti a proposito dei rapporti con il resto dell’opposizione – è stata coniata l’espressione Grande alleanza democratica con cui si dice che il periodo del centrosinistra è finito e se ne apre un altro. Abbiamo molte cose da fare, in primo luogo il programma». Non per questo Bertinotti si dice interessato a un ruolo da ministro: «Come diceva Petrolini – se la cava ironico – non ci tengo né ci tesi mai…». Quanto invece alle architetture organizzative uliviste, Bertinotti si chiama fuori senza sabotare: «C’è in campo l’ipotesi della federazione delle forze riformiste – osserva – noi che non siamo riformisti e pensiamo ad un rapporto più organico con i movimenti, intendiamo lavorare per una sinistra di alternativa».

Questo e altro secondo l’Ernesto indica correzioni «positive» della posizione di Bertinotti. Che riguardano una più precisa valutazione dell’offensiva berlusconiana e liberista e l’indicazione di discriminanti programmatiche per l’intesa con Prodi. E inoltre il tema della guerra, rispetto al quale viene valorizzata la ripetizione della parola d’ordine, per altro scontata, del ritiro delle truppe. Perciò la minoranza della maggioranza ha votato a favore del documento della direzione. Nonostante restino punti di dissenso. In particolare sulla riflessione bertinottiana a proposito del terrorismo: pratica politica che prevede una soggettività autonoma, da combattere non solo per le modalità ma per le stesse finalità distruttive delle vita, ma mettendo in opera la politica contro le «concause», prima fra le quali la guerra.

Un passaggio difficile, che ha ulteriormente lacerato anche il rapporto con una parte dei movimenti. Rispetto a questo l’area dell’Ernesto sottolinea la mancanza di una parola sul tema della legittima resistenza del popolo iracheno. Tuttavia la minoranza della maggioranza ha ammorbidito molto anche l’opposizione alla scelta di Piero Sansonetti per succedere a Sandro Curzi alla guida di Liberazione. L’ipotesi, caldeggiata dal direttore uscente che potrebbe tornare in Rai come membro del prossimo Cda, ieri ha ottenuto un sostanziale via libera che archivia le contestazioni dei giorni scorsi. Con qualche riserva confermata ad esempio da Alberto Burgio nel momento in cui rileva che la direzione del giornale andrebbe meglio selezionata dopo il congresso anziché prima.

L’esito della direzione di ieri confonde parzialmente le carte di un congresso che comunque si annuncia quadripartito. Il segretario conferma che presenterà una propria piattaforma. L’intenzione dell’area dell’Ernesto guidata da Claudio Grassi è quella di spingere per un documento a tesi o emendabile – di qui probabilmente anche il voto di ieri -, in modo da qualificare così la propria presenza. Ma quest’ipotesi è stata già respinta da Bertinotti.

Sull’altro fronte opposto non sembra invece possibile una convergenza tra l’area di Progetto comunista guidata da Marco Ferrando e Erre guidata da Salvatore Cannavò. Dato che le assise discuteranno «della ragione sociale del partito», Ferrando propone tre assi per una componente alternativa unitaria: rottura con Prodi, appello alla sinistra radicale in questo senso, presenza irrinunciabile di un’opposizione comunista nel paese. «Al momento non ci sono le condizioni», rileva invece Cannavò. L’area Erre ieri ha invece lanciato 15 tesi «alternative» a quelle del segretario il cui nocciolo centrale è «sviluppare sul serio la svolta verso il movimento avviata dopo la rottura col governo Prodi» e che invece Bertinotti «mette a repentaglio».