Berlusconi: “Grande Coalizione”, Prodi e Bertinotti: “No, e basta”

L’Unione ha vinto le elezioni. Al governo c’è il cambio della guardia. La destra lascia, dopo cinque anni, e il centrosinistra si prepara ad affrontare una sfida assai complicata, quella di rimettere in sesto un paese dissestato dalle difficoltà economiche e da una crisi sociale profondissima, che ha lacerato, indebolito, incattivito, reso più ingiusta e slabbrata la società italiana.
Il centrosinistra ha vinto le elezioni, sulla base della nuova legge elettorale, ma solo per un soffio. Alla Camera 25 mila voti di maggioranza su circa 38 milioni di votanti. Un’inezia, una cifra che ha un gigantesco valore politico ma un significato statistico quasi nullo per la legge dei grandi numeri. Al Senato la sinistra ha ottenuto una maggioranza di due seggi, nonostante abbia ottenuto qualche centinaio di migliaia di voti in meno rispetto a quelli raccolti dalla Casa delle Libertà (per l’esattezza 428.179 voti in meno). La vittoria dell’Unione al Senato è stata determinata da una legge elettorale fantasiosa, che assegna i premi di maggioranza non su base nazionale (cioè, non, come alla Camera, a chi prende più voti in tutto il paese) ma su base regionale. In questo modo l’Unione, vincendo per pochi voti in Campania, ha ottenuto un solo seggio meno della destra tra i seggi assegnati sul territorio nazionale, ma ha ribaltato il risultato – del tutto a sorpresa – vincendo nelle elezioni che si sono tenute tra gli italiani all’estero (con legge maggioritaria uninominale) e ottenendo 4 (o forse anche 5) dei 6 seggi in palio.
E ora? C’è poco da discutere. La democrazia italiana, come tutte le democrazie occidentali, prevede che chi ha più seggi in Parlamento governa. Niente di strano se c’è qualche discrepanza tra seggi in Parlamento e voti popolari. In America, ad esempio, questo succede molto spesso. Lo stesso Bush, nel 2000, fu eletto sebbene Gore avesse preso mezzo milione di voti più di lui. Dunque l’Unione dovrà governare, guidata da Prodi, e dovrà dare una presidenza alla Camera e al Senato e poi affrontare la questione del presidente della Repubblica.
E Berlusconi che fa? Potete giurarci: il premier uscente non rimane con le mani in mano. Pensa bene tutto il giorno sul comportamento da tenere, poi, a sera, convoca una conferenza stampa e getta di nuovo lo scompiglio nella politica italiana. In quattro mosse: prima contesta i risultati con toni abbastanza vivaci, ma senza molta convinzione. Dice che ci sono 40 mila schede contestate, che bisogna controllarle, e poi bisogna vedere bene se nei conteggi non è stato commesso qualche errore, eccetera eccetera. In sostanza getta sospetti sul Viminale…
Seconda mossa. Se la prende con Prodi e Fassino che l’altra notte, prima che il voto della Camera fosse chiuso, e quando ancora sembrava che il Senato fosse in mano al centrodestra, si sono dichiarati vincitori e hanno annunciato che avrebbero governato il paese. Berlusconi sostiene che Prodi avrebbe fatto meglio a dire: «Sediamoci tutti intorno a un tavolo e vediamo cosa serve al paese».
Terza mossa dell’ex premier, chiedere scusa per i toni troppo accesi in campagna elettorale (specie per quell’epiteto, coglioni, lanciato contro gli avversari).
Quarta mossa, clamorosa, proporre la Grosse Koalition. vale a dire un governo alla tedesca, sostenuto da una maggioranza formata da tutti e due gli schieramenti che si sono affrontati in campagna elettorale, o almeno da parte di essi. Il ragionamento di Berlusconi è semplice: «Le cifre ci dicono che le elezioni sono finite in pareggio; benissimo, prendiamone atto e nessuno sia il vincitore e nessuno lo sconfitto». Gli chiedono, lei è pronto a telefonare a Prodi per discutere di questo? Lui risponde di sì, dice che telefonerà «al signor Prodi» appena i risultati elettorali saranno definitivi.
Si riapre tutto? No. la risposta di Prodi e di Bertinotti è nettissima. Chi ha vinto ha vinto chi ha perso ha perso, il sistema bipolare è bipolare, niente pasticci, niente inciuci, il centrosinistra ha i numeri per governare e governerà. Anche D’Alema in serata si associa. Forse non del tutto convinti Piero Fassino, Gavino Angius e vari esponenti della Margherita, che già da lunedì notte hanno iniziato ad accennare a ipotesi bipartisan.
Discorso chiuso? Sulla carta dovrebbe essere chiuso, ma potete star sicuri che le prossime settimane non saranno settimane semplicissime, perché Berlusconi ha acceso una miccia, sapendo bene quel che faceva, e conta sulla fibrillazione dei due schieramenti politici soprattutto in vista di scadenze complicatissime come sono l’elezione dei presidenti delle due Camere e poi – appuntamento chiave della tarda primavera – la scelta del nuovo capo dello Stato.
Vedremo quali saranno i prossimi passaggi della battaglia politica. Per ora possiamo prendere atto delle novità che ci sono state consegnate dal 9 e dal 10 aprile. Molto brevemente possiamo dire che sono 4. La prima è l’uscita dal governo di Berlusconi, che sebbene avvenga non per trionfo elettorale del centrosinistra ma per il rotto della cuffia, comunque cambia completamente lo scenario politico italiano. Perché interrompe un progetto politico, populista ma anche “padronale”, che spingeva l’Italia verso una china superliberista, e cioè verso l’idea che la precarizzazione del lavoro, l’aumento dei profitti, la redistribuzione dei diritti e dei poteri verso l’alto, fossero le sole soluzioni ad una crisi generale dell’occidente che il vecchio liberalismo conservatore e democristiano non è più in grado di risolvere. Questa idea, questo esperimento, comunque vengono fermati.
La seconda novità, sulla quale dovremo ragionare molto, è quella che ci fa vedere un paese nel quale l’opinione pubblica è spaccata in due e il fascino del berlusconismo è ancora molto più forte di quel che pensassimo.
La terza novità è la battuta d’arresto dei Ds, cioè del partito guida dello schieramento riformista e dei soci fondatori dell’Ulivo.
La quarta novità – lasciatecelo dire – è lo straordinario successo elettorale di Rifondazione, che ridà fiato alla sinistra radicale, anche perché accompagnato da un buon risultato degli altri partiti che tre anni fa parteciparono al cosiddetto fronte dell’articolo 18 (quello che sostenne il referendum per allargamento dello Statuto dei lavoratori) e cioè i Verdi, il Pdci e la lista di Di Pietro.