Bene la critica, ma il ‘900 non può essere rimosso

La discussione sulle 15 Tesi elaborate dal Segretario in vista del Congresso si è prevalentemente incentrata sulle questioni inerenti allo scenario politico nazionale e alla questione delle questioni: il tema delle alleanze per vincere le prossime elezioni politiche, e degli impegni programmatici per un possibile (ma non certo) accordo di governo con le altre forze di opposizione. E’ ben comprensibile che l’attenzione si polarizzi, in questa fase, su questo terreno. Nondimeno, anche altre questioni meritano approfondimento. Il documento di Bertinotti tocca aspetti rilevanti del quadro internazionale (la globalizzazione neoliberista, la guerra, il movimento per la pace) e del contesto storico e culturale (il bilancio del Novecento, l’identità comunista) con i quali il Partito deve fare i conti e sui quali il Congresso vivrà momenti impegnativi. Vale la pena di discutere anche di questi.

Un punto condivisibile: l’unificazione dei movimenti
Dico subito che ho trovato nel documento spunti suggestivi e passaggi condivisibili. Penso, per esempio, alla quarta Tesi, dove l’accento cade sull’importanza di una iniziativa volta a produrre l’unificazione dei movimenti che si sono dispiegati in questi anni nei conflitti di lavoro, nell’opposizione alla guerra, nella critica del neoliberismo e, per quanto concerne il nostro Paese, nella denuncia del degrado istituzionale e morale prodotto dal berlusconismo. Si tratta effettivamente di una esigenza cruciale, che non decide solo della vitalità dei movimenti, ma anche della loro qualità politica. La sintesi delle rispettive piattaforme – di più: la messa in comunicazione delle rispettive culture e agende è condizione essenziale per un salto di qualità che, solo, può assicurare ai movimenti un protagonismo e un’adeguata capacità di proposta.

Scacciare la guerra dallo scenario internazionale
Lo stesso vale per un passaggio dell’ottava Tesi, dove Bertinotti afferma che la pace – la pace come valore e come obiettivo di lotta – è il «terreno di rinascita della politica». In particolare oggi non si può non consentire con questa valutazione. La guerra è divenuta l’espressione più propria della crisi della politica, intesa come pratica di autogoverno, di partecipazione e di democrazia. E’ l’esatto contrario di tutto questo. E’ la negazione dei diritti fondamentali (a cominciare dal diritto alla vita) di milioni di persone. Ed è il principale strumento per la conservazione di un capitalismo ridotto a puro sistema di sopraffazione, di distribuzione iniqua delle risorse, di devastazione dell’ambiente e delle relazioni umane. Per questo non potrà esserci rinascita della politica finché non si sarà posta fine alla guerra, finché non la si sarà scacciata dalla scena internazionale.

Accanto a passaggi condivisibili, il documento ne contiene tuttavia altri meno persuasivi. Anche in questo caso mi limito a pochi esempi, riferiti a temi che mi paiono di particolare rilievo.

Ma la categoria di terrorismo oscura i movimenti di resistenza
Il primo riguarda proprio la guerra, e in particolare la lettura della catastrofe irachena. Naturalmente sono del tutto d’accordo con l’attribuzione della responsabilità della guerra all’amministrazione Bush e con la ferma condanna del terrorismo. Quello che non pare convincente è il modo con cui Bertinotti imposta la questione del rapporto tra la guerra e il terrorismo. Il motivo è semplice (è lo stesso che mi ha sempre indotto a considerare infelice la tesi della «spirale guerra-terrorismo»). Limitarsi a scrivere che «la guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra» non suggerisce solo una non condivisibile simmetria tra elementi diversi per entità e gravità. Fa sì, soprattutto, che si perda di vista il terzo protagonista dello scenario iracheno: quella Resistenza di popolo che ha sin qui impedito agli Stati Uniti e ai loro alleati di vincere la guerra, che sta imponendo loro di rimandare ulteriori (e già pianificate) campagne di aggressione (in Medio Oriente e non solo), e che mantiene aperto lo spazio di intervento per un movimento di massa contro la guerra imperialista che forse, altrimenti, avrebbe ammainato le proprie bandiere.

No alla rimozione del Novecento e delle rivoluzioni operaie
Un secondo insieme di temi meritevoli di discussione sono affrontati nella sesta Tesi, dedicata alla vicenda storica del movimento operaio e al problema della rifondazione culturale di una identità comunista all’altezza di questi tempi. Bertinotti sintetizza l’esperienza del cosiddetto «socialismo reale» in un giudizio molto netto: parla di «fallimento». Quindi indica nella «critica al potere» il fondamento teorico di una «nuova idea e pratica della politica». Il primo giudizio mi pare storicamente e politicamente errato; il secondo, quanto meno opinabile.

La necessaria denuncia dei processi degenerativi e delle violenze che hanno macchiato la storia di alcune società post-rivoluzionarie non dovrebbe portare alla rimozione dei successi delle rivoluzioni operaie del Novecento, a cominciare dall’Ottobre. L’emancipazione di enormi masse di popolo, il riconoscimento di diritti sociali, la prima pur problematica esperienza di abolizione dello sfruttamento capitalistico del lavoro vivo, il sostegno alle lotte anticoloniali e alle battaglie del movimento operaio e democratico nei Paesi occidentali – per non parlare della vittoriosa resistenza contro il nazismo – restano enormi meriti del movimento comunista novecentesco. Perdere di vista questi risultati significa disperdere un grande patrimonio di esperienza e impedisce di valutare correttamente le responsabilità del capitalismo.

Il potere è uno strumento: la sua natura dipende dal fine
Quanto alla critica del potere, il motivo della perplessità è semplice. A meno di collocarsi su un terreno metafisico (o mistico), non si dovrebbe mai ragionare in termini assoluti. Il potere è uno strumento; la sua natura (progressiva o regressiva) dipende dal fine al quale obbedisce. Se il potere serve a liberare il lavoro e a difenderne l’autonomia, a impedire un’ingiustizia o una violenza (per esempio una guerra), quel potere non va criticato, ma difeso e rafforzato. Pena la rinuncia a qualsiasi concreta prospettiva di trasformazione.