Bene la crescita. Pericolo inflazione

«Per quanto concerne l’analisi economica, i recenti dati e i risultati delle ultime indagini congiunturali permangono positivi e hanno mostrato, in generale, un ulteriore miglioramento negli ultimi mesi», parola della Banca centrale europea. Il presidente Trichet, insomma, è ottimista sull’evoluzione dell’economia europea che sta consolidando la propria ripresa: «la crescita economica – spiega il Bollettino mensile pubblicato ieri – ha ripreso slancio ed è divenuta più diffusa e sostenuta nella prima metà del 2006».
Tutto bene, allora, Non proprio: sulla tenuta della crescita «a lungo termine prevalgono rischi al ribasso, connessi principalmente a possibili ulteriori rincari del prezzo del petrolio», ma anche «un disordinato riassorbimento degli squilibri mondiali e potenziali pressioni per un maggiore protezionismo». Quando la Bce parla di «disordinato riassorbimento» si riferisce soprattutto agli squilibri degli Stati uniti; mentre il maggiore protezionismo trova fondamento nell’incapacità dei paesi di raggiungere accordi in sede Wto per eliminare (o ridurre in modo sostanzioso) la barriere protezionistiche con le quali i paesi industrializzati bloccano le possibilità di espansione dei paesi in via di sviluppo.
I timori di Trichet sul prezzo del petrolio trovano conferma in queste ore dalla vigorosa ripresa delle quotazioni: dopo alcune settimane di relativa stabilità i prezzi del greggio hanno ripreso a impennarsi e ieri sono stati toccati i nuovi massimi storici – abbondantemente sopra i 76 dollari al barile – sia in Europa che negli Stati Uniti. Certo, la speculazione impazza, «sfruttando» i timori della guerra in Libano. In ogni caso il prezzo del greggio ha ripreso a salire e secondo molti analisti potrebbe toccare gli 80 dollari al barile entro la fine del mese. E la risalita potrebbe far diventare certezza i timori della Bce, tutti proiettati sul «lungo termine» e potrebbe frenare seccamente la crescita, soprattutto se i paesi industrializzati rispondessero agli aumenti dei prezzi con una politica monetaria restrittiva.
Per ora, però, a Francoforte sono ottimisti. E scrivono: «l’attività economica a livello mondiale resta vigorosa, sostenendo le esportazioni dell’area dell’euro». Quanto agli investimenti «dovrebbero rafforzarsi, grazie al protrarsi di un periodo caratterizzato da condizioni di finanziamento molto favorevoli, ristrutturazioni dei bilanci societari e guadagni di redditività e di efficienza, realizzati e tuttora in corso di realizzazione».
Sul fronte della politica monetaria, la Bce sostiene che la sua politica in questo momento è estremamente accomodante e che la liquidità messa a disposizione degli operatori è abbondante. E fornisce un dato che dovrebbe far riflettere: «il protratto vigore dell’attività creditizia a favore delle famiglie continua a essere riconducibile, in particolare, ai mutui per l’acquisto delle abitazioni, cresciuti negli ultimi mesi di otre il 12 per cento». In ogni caso i timori sui prezzi dei banchieri di Francoforte, sembrano eccessivi: attualmente il tasso di inflazione medio è del 2,5% e tendenzialmente (nel secondo semestre dell’anno e nel 2007) dovrebbe scendere al 2,0%. Insomma, nulla di sconvolgente, ma ottimo alibi per far chiedere alla Bce che prosegue la politica di moderazione salariale.
A Francoforte sono anche un po’ preoccupati per gli aumenti delle imposte indirette decisi da alcuni stati. In testa la Germania nella quale a partire dal primo gennaio del 2007 l’Iva salirà di tre punti. E questo potrebbe provocare una nuova piccola ripresa inflazionistica.
L’aumento dell’Iva in Germania servirà a mettere sotto controllo i conti pubblici. La Bce lo sa bene, ma curiosamente rimprovera molti stati europei di non fare abbastanza sforzi per risanare i deficit di bilancio soprattutto in un contesto congiunturalmente favorevole come l’attuale. Apparentemente una contraddizione. Ma non lo è: la Banca centrale per risanare i conti pubblici preferisce non la politica fiscale, ma quella di bilancio. Ovvero i tagli di spesa a quelle che vengono giudicate eccessive. E come al solito il dito è puntato sulla previdenza e la sanità. E come al solito non manca l’appello perché gli stati della zone dell’euro compiano il massimo sforzo per realizzare una «maggiore flessibilità del mercato del lavoro e dei beni e servizi» Sostenendo che tutto questo sarebbe di «grande beneficio» e darebbe maggiori «opportunità alle occasioni offerte dalla globalizzazione».
Come dire: nulla di nuovo a Francoforte. Ovvero: i banchieri non cambiano mai.