Bellofiore e Halevi attenti, le vostre proposte rischiano di non avere efficacia politica

Caro direttore, al netto della retorica e delle ricostruzioni di comodo (di cui dirò tra un momento), il dissidio fra me e Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi verte sul giudizio circa la ripresa in atto e sullo stato del capitalismo contemporaneo.
Sono d’accordo coi miei critici che un quotidiano non è il luogo adatto per parlarne al meglio: si tratta di argomenti troppo complessi per essere costretti in cento righe e non intendo infliggere ai lettori un sacrificio analogo a quello di cui sono stati gravati domenica scorsa.

Osservo tuttavia che è difficile discutere (su un giornale, su una rivista accademica o altrove) con chi, come Bellofiore e Halevi, non lesina di ricorrere alla statistica economica per corroborare le proprie ipotesi, ma le nega plausibilità scientifica quando sui suoi dati altri costruiscono altre ipotesi: se davvero dobbiamo tacere, non possiamo farlo a corrente alternata.

Per quanto mi riguarda, ho imparato da Keynes che le statistiche vanno considerate come semplici strumenti per alimentare l’intuito nella costruzione di “modelli” (cioè, appunto, “ipotesi”) relativamente semplici, dotati di quel livello di astrazione adeguato a cogliere le caratteristiche più rilevanti della situazione storico-sociale di cui si cerca una spiegazione; e poiché molti modelli econometrici stimano il valore del moltiplicatore nell’arco del biennio successivo alla maggiore spesa per investimenti, ho supposto che qualcosa del genere potesse valere per il disavanzo pubblico, offrendone un principio di spiegazione.

Suppongo che Bellofiore e Halevi rimprovererebbero perfino a Keynes di usare «una forma di argomentazione che non è scientifica nello spirito, prima ancora che nella lettera», ma a questo punto dovrebbero pur chiarire che cosa sia per loro “scienza”, nello spirito o quanto meno nella lettera.

Trovo invece incomprensibile la seconda parte dell’articolo di Bellofiore e Halevi. Di fatto, essa è una severissima reprimenda rivolta a quanti invocano politiche dei “due tempi” o sostengono che si possano praticare politiche espansive disinteressandosi della composizione sociale del prodotto; di diritto, però, è letteralmente insensata, perché né io né – a mia conoscenza – alcuno degli ormai ottanta sottoscrittori dell’appello per la stabilizzazione del debito pubblico l’ha mai sostenuta, né su questo giornale, né su una rivista accademica, né altrove.

Personalmente ho scritto altro, cioè che i fatti di questi ultimi mesi confermano che uno stimolo dal lato della domanda, in presenza di vincoli non troppo stringenti dal lato dell’offerta (e dunque della bilancia dei pagamenti), può ancora indurre effetti espansivi del reddito nazionale. Ma di qui a dire che “tout va bien” ne corre e – nei limiti degli spazi propri di un giornale, e anzi talora abusando della pazienza dei lettori – ho sempre avvertito che l’obsoleta specializzazione produttiva del nostro Paese costituisce al riguardo un problema rilevante: nel mio articolo del 29 agosto (ora disponibile sul sito: www. appellodeglieconomisti. com) ho anzi imputato proprio a questa strozzatura la minor crescita dell’Italia rispetto a Francia e Germania. (Le quali, detto per inciso, se certo non hanno abbracciato nuovamente il keynesianesimo, hanno tuttavia ben compreso – a differenza dei miei critici – che senza una benevola disattenzione verso i conti pubblici non c’è “neomercantilismo” che tenga: per quale motivo, se no, il ministro delle Finanze tedesco avrebbe risposto alle critiche rivoltegli per aver sforato il bilancio che «il patto di stabilità non era stato mica inventato per la Germania»?).

Ignoro il motivo che ha spinto Bellofiore e Halevi a dedicare così tanto tempo e dispendio di energie a costruire una posizione inesistente per poi far sfoggio di sapienza e dottrina per demolirla. Non so neanche, viste le loro proposte di finanza pubblica, se si interroghino sui vincoli cui deve soggiacere ogni azione che voglia essere politicamente efficace e non semplicemente nobile (ma inutile) testimonianza. E su ciò di cui non si può parlare, appunto, si deve tacere.