Beirut muore, si salva chi può

Le truppe israeliane entrano per la prima volta nel sud del Libano e i governi occidentali danno il via a un’evacuazione di massa dei propri connazionali nel Paese dei cedri. Il sesto giorno della «crisi degli ostaggi», quello che ha visto le vittime civili superare quota duecento e l’aviazione e l’artiglieria israeliane martellare il Libano da nord a sud mentre gli hezbollah centravano nuovamente Haifa, può essere riassunto nelle immagini dei soldati delle tsahal che sfondano a nord e degli occidentali che scappano, ed entrambe le mosse fanno temere un attacco di terra da parte di Tel Aviv.
Gli americani faranno rotta verso Cipro a bordo della Orient Queen, una nave commerciale che oggi dovrebbe imbarcare i primi 750 statunitensi e sarà scortata da due navi da guerra. Altri saranno trasportati nell’Isola del mediterraneo a bordo di elicotteri. Sono circa 25.000 gli statunitensi (tra loro molti arabi con doppia cittadinanza) e l’ambasciata Usa li ha avvisati tutti di tenersi pronti a fuggire. E a Larnaca ieri sera è arrivata anche una nave italiana. Tante donne, bambini e anziani erano saliti nel pomeriggio sul «Durand de la penne», della Marina Militare, che alle 15.45 è salpata dal porto di Beirut con un carico di circa 350 persone. I francesi (20.000 presenze) hanno affittato un traghetto greco.
I portavoce dell’esercito di Tel Aviv riferiscono di «un’incursione molto limitata durante la notte (tra domenica e lunedì) per distruggere alcune posizioni di Hezbollah appena al di là del confine», ma secondo altre fonti a penetrare nel sud del Libano sarebbero state le forze speciali, per saggiare la resistenza del nemico in vista di una possibile invasione. Gli esperti militari continuano ad escluderlo, perché la quantità di riservisti finora mobilitati non sarebbe sufficiente per un attacco di terra. Israele mira comunque a creare una «zona di sicurezza» nel sud del Libano, come annunciato ieri dal ministro della Difesa Amir Peretz. Con la buffer zone l’esercito spera di respingere verso nord i guerriglieri hezbollah.
Sia come sia, per ora a flagellare la popolazione civile sono le batterie d’artiglieria e i carrarmati con la stella di David. I cannoneggiamenti – riferiscono i corrispondenti della Bbc al confine – hanno messo in fuga una gran parte degli abitanti di quelle fertili colline, migliaia di persone che a bordo di macchine o autobus intasano le strade semidistrutte e cercano di evitare le bombe facendo rotta verso nord. La capitale Beirut ma anche, da nord a sud, Abdeh, Tripoli, Hermel, Baalbek, Sidone, Jiyyeh, Wazzani, Tiro, sono stati colpiti da una sessantina di raid dell’aviazione: almeno 42 morti soltanto ieri e tra loro tanti civili. Il premier Fouad Siniora, in un’intervista alla Reuters, ha definito Israele «stato terrorista» e denunciato che con i bombardamenti lo Stato ebraico «sta facendo tornare il Libano 50 anni indietro». «Miliardi di dollari di danni ci sono stati inflitti – ha continuato Siniora – con la distruzione di strade, ponti, aeroporti e infrastrutture». La strage più efferata è avvenuta sul ponte Rmeileh, che collega il sud con la capitale. I caccia israeliani l’hanno centrato proprio mentre vi stavano transitando veicoli affollati di gente che fuggiva verso il nord: due auto colpite in pieno, almeno dieci i civili ammazzati e numerosi feriti. A Tiro i cadaveri di nove civili (tra cui sei bambini) sono stati estratti dalle macerie di un palazzo colpito l’altro ieri.
Ehud Olmert ha informato il paese della campagna militare iniziata dopo la cattura di due soldati israeliani da parte delle milizie sciite. Alla Knesset, il parlamento, il premier israeliano ha dettato le sue condizioni per un cessate-il-fuoco: rilascio di Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, cessazione dei lanci di razzi verso lo Stato ebraico e smantellamento di Hezbollah. Nello stesso tempo ha respinto la proposta del G8 di una forza internazionale nel sud del Libano.
Hezbollah continua a colpire la popolazione civile israeliana con il lancio delle armi a sua disposizione, razzi a media gittata, imprecisi ma letali. Dopo il massacro, domenica, di otto lavoratori di una rimessa di treni ad Haifa, ieri il simbolo di convivenza tra arabi ed ebrei è stato nuovamente violato: un razzo Katyusha ha semidistrutto un edificio nel quartiere di Bat Galim, ferendo gravemente una persona e in maniera lieve altre undici. Il livello d’allerta nella città industriale è così alto che è stata decretata la chiusura del porto. Decine di missili sono piovuti anche sulle cittadine israeliane di Kiryat Shmona, Acri, Tiberiade, Safed, Talal, Julis, Abu Snan, Kafr Yassif. Civili terrorizzati nei rifugi delle città della Galilea, dramma degli sfollati a Beirut, dove si sta ammassando gran parte della popolazione scappata dal sud. Almeno 60.000 gli sfollati nelle scuole e nei centri di raccolta della capitale libanese che continua ad addormentarsi e svegliarsi al suono delle bombe.