Beirut, inferno di bombe

Tremendi boati, accompagnati dal rumore degli aerei israeliani che rompevano il muro del suono, dal crepitio della contraerea e dall’urlo delle ambulanze, scuotono da 72 ore la parte meridionale di Beirut con i quartieri sciiti, Hareth Hreik, Bir el Abed, Ghobeiri e i campi palestinesi di Bourje el Barajneh, Sabra e Chatila – gli stessi sotto il fuoco delle bombe israeliane dal 1968, gli stessi delle stragi del 1982 – e l’intero sud del paese dalla capitale, passando per le città fenice di Sidone e di Tiro, sino alla frontiera con Israele e tutta la fascia montuosa da Naqoura sino alle fattorie di Sheba sotto il monte Hermon.
La brevissima e insonne notte tra giovedì e venerdì, nell’afa di un’estate troppo simile a quella di 24 anni fa – soprattutto per l’insensibilità dell’opinione pubblica mondiale – si è subito spezzata all’alba con le bombe che hanno colpito di nuovo alcuni edifici della periferia sud. Sullo sfondo dei bagliori degli incendi gli undici aerei della compagnia di bandiera libanese la «Mea», ancora presenti a Beirut, e il jet privato dell’ex premier Najib Mikati, utilizzando una piccola pista di un chilometro e mezzo ancora agibile sono riusciti ad alzarsi in volo, dopo essere stati autorizzati dall’ambasciatore-governatore Usa di Beirut, per mettersi in salvo. Appena partiti, le bombe sono ricominciate a piovere sulle piste e, questa volta, anche sugli edifici del nuovissimo terminal simbolo della ricostruzione del paese dopo i quindici anni di guerra civile (75-90). Contemporaneamente l’aviazione israeliana, che ha compiuto oltre 1000 missioni in 48 ore e distrutto 300 «obiettivi», ha colpito i depositi della centrale elettrica di Jiyyeh, 30 chilometri a sud di Beirut, mettendola in parte fuori uso e provocando gravi black-out, e una ventina di importanti ponti autostradali spezzando in più punti sia la strada che va verso il sud, con Sidone e Tiro, sia quella verso la montagna in direzione della valle della Beqaa e la frontiera con la Siria. Spezzate queste due arterie, con un certo numero di vittime colpite a bordo delle loro auto o finite sotto i cavalcavia abbattuti – e considerando il blocco navale e il blocco aereo – l’unica strada per uscire dal Libano è quella del nord, verso Tripoli e quindi la Siria. Spaventose le esplosioni che ieri mattina hanno distrutto i cavalcavia verso l’aeroporto all’altezza del quartiere di Ghobeiri colpito più volte anche ieri in quanto colpevole di aver votato massicciamente per un sindaco vicino agli Hezbollah e quelle degli ordigni che hanno colpito Sfeir, Al-Raya, Haret Hreik, Jisr al-Matar, Mowad. I quartieri a maggioranza sciita, ma anche con forti minoranze cristiane, che hanno accolto a partire dal 1978 i contadini sciiti del sud in fuga di fronte all’invasione e ai raid israeliani. La popolazione locale in gran parte è rimasta nelle proprie case limitandosi a fare scorta di generi alimentari, di acqua e di benzina. Alcuni hanno portato i bambini dai parenti e poi sono tornati. Altri, residenti nei palazzi dove si trovano gli uffici e le abitazioni di esponenti degli Hezbollah sono stati consigliati ad andarsene dagli stessi militanti del movimento che scesi per le strade con le loro armi hanno creato un forte cordone di sicurezza attorno a questa parte della città imbandierata con le bandiere gialle e verdi della resistenza islamica libanese. Rimasti nelle loro loro case, quasi al completo, gli abitanti delle casette abusive costruite quasi sulla spiaggia nel quartiere di Ouzai, roccaforte degli Hezbollah, molti dei quali hanno passato la notte a guardare gli attacchi sull’aeroporto e sulla vicina autostrada. La strade sono semivuote. Tutti sono incollati alla televisione ed in particolare a quella vicina agli Hezbollah «al Manar» che, nonostante gli attacchi,continua a trasmettere – fino in Palestina – gli attacchi israeliani e quelli della resistenza libanese. Quest’ultima, anche ieri, ha lanciato decine di razzi sugli insediamenti israeliani al di là del confine nel corso dei quali avrebbero perso la vita altri due cittadini israeliani. Sale così a quattro civili e otto soldati uccisi e due presi prigionieri il bilancio di questi tre giorni di scontri iniziati con il blitz degli Hezbollah in solidarietà con i palestinesi di Gaza e per ottenere la liberazione dei prigionieri libanesi ancora nelle mani di Israele. Non c’è invece un bilancio ufficiale delle vittime libanesi ma dovrebbero aggirarsi attorno agli ottanta morti. Gli unici assembramenti che troviamo per le strade di Beirut sono quelli attorno ai ponti distrutti. All’ingresso del campo profughi di Borje al-Barajneh, davanti all’aeroporto, gruppi di militanti palestinesi scrutano preoccupati il cielo del mezzogiorno. Nel tardo pomeriggio sono ripresi i bombardamenti su Beirut sud dove sarebbero stati distrutti interi edifici dove si trovavano uffici degli Hezbollah. L’aviazione israeliana avrebbe anche cercato di uccidere con un raid lo stesso segretario degli Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah. Per fugare ogni dubbio, il leader del movimento ha parlato poco dopo alla radio «al Nour» dichiarando «Se Israele vuole la guerra, siamo pronti» e annunciando che la resistenza aveva appena respinto uno sbarco israeliano e colpito con due razzi una motovedetta.