Beirut, gli arabi ora dicono «no»

Tra i boati delle bombe israeliane che per ore hanno preso di mira la periferia sud di Beirut, i ministri degli esteri della Lega araba hanno tenuto ieri nella capitale libanese una riunione d’emergenza che, contro le previsioni della vigilia, si è conclusa con una posizione unitaria di «pieno appoggio» al piano in sette punti approvato dal governo libanese (con i voti anche dei ministri di Hezbollah) ed enunciato al vertice di Roma dal premier Fuad Siniora. Non solo ma oggi all’Onu è previsto un incontro con una delegazione della Lega araba, composta dal segretario generale Amr Mussa, e dai ministri degli esteri di Qatar ed Emirati.
La missione è incaricata d’introdurre emendamenti nella bozza franco-americana della risoluzione di «fine delle ostilità» allo studio all’Onu, che è apertamente favorevole alle richieste di Israele, tanto da non prevedere il ritiro dei diecimila soldati dello Stato ebraico che ora occupano le regioni meridionali libanesi. Un nodo che rischia di allungare i tempi della guerra invece di accorciarli. I comandi militari di Hezbollah hanno già fatto sapere che continueranno a combattere sino a quando i soldati israeliani saranno sul territorio nazionale. Nell’esecutivo libanese il consenso è unanime. «La prima sfida è raggiungere un cessate il fuoco immediato e senza condizioni», ha dichiarato il premier Siniora, nel suo discorso al vertice arabo, aggiungendo che le truppe israeliane dovranno ritirarsi dall’intero territorio libanese, compresa la zona di confine delle Fattorie di Shebaa, per consentire il dispiegamento dell’esercito regolare. L’idea di Siniora, sarebbe quella di muovere rapidamente 15mila soldati nel sud del Libano, con il sostegno di una versione irrobustita della forza di interposizione temporanea dell’Unifil (osservatori Onu), ma solo dopo il ritiro completo di Israele. Da parte sua il ministro degli esteri francese, Philippe Douste-Blazy, ha fatto sapere che Parigi è favorevole a introdurre emendamenti alla bozza, fornendo sostegno alla posizione del governo libanese. Per gli americani è un boccone amaro. «Se i rappresentanti arabi hanno ritenuto importante venire a New York sarà importante per noi ascoltare le loro indicazioni», ha commentato l’ambasciatore John Bolton, braccio esecutivo di Bush alle Nazioni Unite. Da Israele il ministro della difesa Amir Peretz ha immediatamente fatto sapere che in caso di «fallimento della diplomazia», le forze armate allargheranno la loro offensiva in Libano.
Tra gli sviluppi più significativi di queste ultime ore c’è la ritrovata unità della Lega araba dopo il fallimento del vertice di metà luglio, subito dopo l’inizio della crisi. Re Abdallah di Giordania e il presidente egiziano Mubarak hanno fatto il possibile per tenersi a distanza e, assieme ai regnanti sauditi, hanno apertamente criticato «l’avventurismo» del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che avrebbe scelto di «andare alla guerra con Israele» senza consultarsi con il resto del mondo arabo. Ora, Amman e il Cairo sono costrette a prendere posizione di fronte agli effetti devastanti che l’offensiva israeliana sta avendo sul Libano.
A Giordania ed Egitto, che hanno rapporti diplomatici con Israele, gli altri Paesi arabi chiedono di richiamare i loro ambasciatori a Tel Aviv per dare un segno della compattezza del mondo arabo. Hezbollah imbarazza i dirigenti arabi. «Nasrallah ha strappato la foglia di fico con cui si coprivano, un immaginario processo di pace attraverso il quale facevano solo concessioni senza avere nulla in cambio», ha scritto al Ahram, che inizialmente aveva condannato il Partito di Dio, ricordando che il ritratto di Nasrallah è stato innalzato al Cairo accanto a quello del presidente e icona del pan-arabismo Gamal Abdel Nasser. Ieri, poco prima dell’inizio del vertice arabo, il ministro degli esteri giordano, Abdullah Khatib, ha esortato «ad includere nella risoluzione dell’Onu gli emendamenti presentati dal governo libanese».
Il suo collega egiziano Ahmed Abul Gheit, ha affermato che la bozza in discussione all’Onu deve tener conto delle questioni dei prigionieri libanesi in Israele e delle Fattorie di Sheeba. Soprattutto ha sottolineato che un contingente internazionale nel sud del Libano, deve lavorare «con l’approvazione di tutte parti, compreso Hezbollah». Alla fine Amman e il Cairo hanno dovuto fare marcia indietro fino al punto da sostenere le ragioni dell’«avventurista» Hassan Nasrallah. D’altronde da questo conflitto il leader di Hezbollah uscirà decisamente rafforzato. Anche il New York Times ha scritto che il mondo arabo ha ormai trovato una nuova icona e che il successo o il fallimento di un qualsiasi cessate il fuoco in Libano dipenderà ampiamente dall’opinione del leader di Hezbollah. Fuad Siniora l’ha capito sin dal primo giorno dell’offensiva israeliana.