Battaglia al centro di Baghdad

Battaglia per le strade di Baghdad all’uscita del tunnel nel quartiere di Shorta, nella parte occidentale della città, vera e propria roccaforte della resistenza irachena. Un convoglio di automezzi con a bordo alcuni ingegneri della società telefonica egiziana «Iraqna» e una ventina di miliziani, è stato attaccato da una cinquantina di guerriglieri nascostisi nella case della zona. Ne è seguita una lunga sparatoria nel corso della quale sarebbero stati uccisi una decina di vigilantes della società «Salamat al Iraq» mentre un ingegnere kenyota sarebbe stato rapito. Scomparso negli scontri un altro tecnico malgascio. La strada principale del quartiere, in uscita dal tunnel di Shurta, dove ha avuto luogo la battaglia, porta verso il quartiere Hail El Adil, lo stesso nel quale sarebbe liberata ieri Umm Murtada – la sorella dell’odiato ministro degli interni, il filo-Usa e filo-Iran, Bayan Jabor, responsabile della creazione di veri e propri squadroni della morte – e dove il 7 gennaio scorso fu sequestrata la giornalista americana Jill Carroll. Si tratta di una zona, a maggioranza sunnita, abitata in gran parte da ex militari e funzionari del Baath epurati dalle autorità di occupazione e dal governo collaborazionista curdo-scita.

Notizie di guerra anche da Basra, la capitale del sud Iraq, dove due «consiglieri» Usa sono stati uccisi in un attentato ad un convoglio nella parte nord-ovest della città e altri due sono stati gravemente feriti. E’ di almeno cinquanta morti il bilancio di attentati, scontri e agguati che hanno avuto luogo ieri in tutto il paese dove la tensione è di nuovo alle stelle alla vigilia del previsto annuncio dei risultati delle elezioni truffa del 15 dicembre scorso. I sunniti, gli sciiti e i laici contrari all’occupazione, a differenza di quanto avvenne lo scorso quindici gennaio, questa volta si sono recati in massa alle urne ma avendo gli occupanti lasciato la gestione del voto alle milizie etniche e confessionali filo-ocupazione, il risultato darà di nuovo una schiacciante vittoria ai partiti di governo e questa cocente delusione non potrà non portare altra acqua al mulino della resistenza. Una commissione intrenazionale incaricata di verificare lo spoglio delle schede del resto si è pilatescamente limitata ad annullare poco più dell’1% dei voti ed ha già lasciato precipitosamente l’Iraq senza neppure tenere una conferenza stampa. La comunità sunnita e le province dove più forte è la guerriglia, Baghdad, Anbar, Ninive, Salah eddin, sono di nuovo chiuse da ieri dall’esercito americano e dalle milizie irachene nel timore di nuove clamorose azioni della resistenza. Falluja sarà completamente isolata dall’esercito americano per i prossimi quattro giorni. Per aumentare il caos, ma in realtà per impedire un coinvolgimento in funzione anti-guerriglia di alcuni settori della comunità sunnita tentato in queste settimane dagli Usa – resisi conto di aver consegnato agli uomini di Tehran il centro-sud dell’Iraq e metà Baghdad – la commissione per la «debaathizzazione», composta in gran parte da uomini del faccendiere Ahmed Chalabi e dei partiti di ispirazione iraniana, ha annunciato ieri di aver posto il veto alla nomina a presidente del tribunale speciale che dovrebbe giudicare Saddam Hussein e i suoi 7 co-imputati del giudice Sayeed Hamashy. Quest’ultimo (tra l’altro sciita a riprova che i problemi in Iraq sono politici e non di natura religiosa) era stato chiamato la scorsa settimana a sostituire il magistrato curdo, Rizkar Mohamed Al Amin, dimessosi perché accusato dal governo e dai partiti filo-iraniani di essere «troppo garantista» nei confronti dell’ex presidente Saddam Hussein e dei suoi co-imputati. Giustificando il veto alla nomina del nuovo presidente del tribunale speciale, la Commissione per la debaathizzazione ha motivato la sua decisione con il fatto che il giudice sarebbe stato iscritto in passato al partito Baath.

E proprio un importante esponente di questo partito, l’ex ministro degli esteri Tareq Aziz, dall’arrivo degli americani prigioniero in una piccola cella senza che contro di lui sia stata mossa alcuna accusa, verserebbe in gravi condizioni e, se noncurato, rischierebbe di morire: «Ho visto nei giorni scorsi mio padre in prigione – ha dichiarato ieri la figlia Zainab – il suo stato di salute è molto peggiorato in seguito ad una embolia». «Abbiamo potuto parlare per mezz’ora con lui alla presenza di quattro soldati americani. La malattia cardiaca sta peggiorando, ha bisogno di cure costanti e di analisi mediche ma l’ospedale del carcere è troppo piccolo e senza mezzi per poterlo curare». Per questa ragione Tareq Aziz, tramite i suoi avrebbe rivolto un appello all’Italia – e al Vaticano con il quale ha sempre avuto, lui cristiano caldeo, ottimi rapporti – perché venga rimesso in libertà e possa venire a curarsi nel nostro paese dove potrà ricevere quelle cure che gli sono state negate in Iraq.