Batini: vi racconto i camalli nell’età di Internet

Si chiamano ancora «Compagnia unica lavoratori e merci varie» ma ormai, i camalli del porto di Genova, soci della Culmv, di unico hanno solo (e non è poco) una grande storia passata e presente. Basti pensare che alla vigilia del G8 del 2001 minacciarono di portare i camalli in piazza De Ferrari, coi
mezzi pesanti, per bloccare la manifestazione dei fascisti di Forza Nuova. Esattamente come nel ‘60, quando la Genova dei ragazzi con le magliette a strisce insorse contro il governo Tambroni. Tram saldati alle rotaie in via San Lorenzo, jeep ribaltate nella fontana e dopo giorni di scontri nelle piazze e nei carrugi, impedirono che nel santuario dell’antifascismo si tenesse il congresso del Msi. Paride Batini da più di vent’anni irriducibile console della Compagnia, mantiene un doppio volto, istituzionale e movimentista. Ha prestato la sua faccia alla campagna elettorale del presidente della Regione Claudio Burlando, ma ogni 20 luglio, da quattro anni, guida una delegazione di lavoratori portuali in piazza Alimonda per portare un cuscinetto di fiori bianchi e rossi che sono i colori sociali della Compagnia, al sacrario laico, allestito sulle cancellate della chiesa per ricordare Carlo Giuliani.
Oggi la Compagnia Unica non è più unica. Da anni ha perso l’esclusiva che consentiva ai portuali genovesi di portare a casa un salario garantito e ha dovuto accettare le leggi di mercato. «Ci accusavano di essere l’aristocrazia operaia e in effetti era vero – dice Batini – anche se la nostra forza era una garanzia per tutti. Adesso siamo dei cottimisti e quando va bene portiamo a casa 1200 euro al mese,facendo turni 365 giorni all’anno , 24 ore su 24».
Com’è cambiato il lavoro dei portuali in questi anni?
«Bisognerebbe scrivere un romanzo e non basterebbe. Ci sono state le trasformazioni tecnologiche per lo sbarco e l’imbarco delle merci. Dalla merce sfusa si è passati ai continer e il camallo si è trasformato in gruista, in direttore di mezzi meccanici, gru e camion».
Quindi più tecnologia e meno muscoli?
«Certo, ma il primo contraccolpo è stato quello occupazionale: eravamo 8 mila e adesso siamo un migliaio, ma i posti di lavoro si sono ridotti senza progetti, senza compensazioni. C’è stato uno scempio senza riconversione. Noi non siamo luddisti, non siamo contrari alla tecnologia, ma si dovevano salvaguardare i posti di lavoro».
E la qualità del lavoro, almeno quella, è migliorata?
«Le nuove tecnologie hanno portato un allargamento dei tempi di lavoro. Adesso si fanno quattro turni al giorno di sei ore per tutto l’anno, ma non è possibile programmare i tempi di lavoro: i portuali devono essere sempre disponibili. Vengono chiamati con due ore d’anticipo e devono essere sempre reperibili».
In tutti i settori le macchine sono destinate a sostituire il lavoro manuale, c’erano alternative?
«Ripeto, noi non siamo contrari alle tecnologie ma i padroni e i governi che li hanno sostenuti hanno picchiato secco, ne hanno approfittato per colpire i diritti dei lavoratori, la loro professionalità. I sindacati e le forze della sinistra hanno continuato a ripetere che non si doveva essere retrogradi, e così, in modo involontario, ma ugualmente colpevole si sono attivati in questo processo di indebolimento della forza lavoro».
Per un periodo vi eravate trasformati in imprenditori, con la gestione di un terminal…
«È stata una breve esperienza, ma non ha retto. Adesso i terminalisti ci usano quando sono saturi e hanno bisogno di rinforzi. Noi tappiamo i buchi».
E la concorrenza si basa sul lavoro nero?
«No, utilizzano i giovani coi nuovi contratti consentiti dal mercato del lavoro, senza tutele, destinati alla precarietà a vita. Quando chiamano noi ci pagano a cottimo: a tonnellata, a metro lineare oppure a continer e in quei soldi dobbiamo far rientrare tutto, tasse spese, salari».
I dipendenti della Compagnia sono tutti soci, quindi dividono gli utili?
«Gli utili e le perdite. Vengono pagati a giornata, ma non c’è più un salario fisso, garantito. La busta paga dipende dalle giornate di lavoro, varia dai 1000 ai 1200 euro, se c’è molto lavoro si porta a casa qualcosa di più, ma il lavoro non è mai programmabile. Possono essere necessarie 40 persone o 500 e quindi bisogna essere sempre disponibili».
E se non c’è lavoro?
«Adesso c’è una forma di cassa integrazione decisa dal governo, che viene redistribuita, ma non ha senso. Ci vuole un contratto che tenga conto della disponibilità. Se ne parla, ma non c’è ancora niente di definito e i sindacati continuano ad accettare questi meccanismi selvaggi».
Insomma, una battaglia persa su tutta la linea?
«Noi abbiamo la testa dura e non molliamo. Bisogna pensare a uno sviluppo per vivere meglio dentro a un porto come questo, che ha grandi potenzialità. Bisogna puntare sulla qualità e non sulla quantità, perchè a Genova non ci sono gli spazi fisici per puntare tutto sui continer. Quindi bisogna puntare sul vantaggio offerto dalla posizione geografica, sulla qualità dei servizi, su un porto multi-uso in cui possono convivere merci, settore croceristico, riparazioni navali, cabotaggio. E tra le merci si devono selezionare quelle che occupano poco posto ma garantiscono un’intensa occupazione: tanta gente e poco spazio».
Batini, si è parlato di lei come presidente dell’Autorità portuale. È un po’ come parlare di Epifani come presidente della Confindistria, non le pare?
«Tutte chiacchiere. Hanno cercato di mettermi nel tritacarne, ma io cosa c’entravo? Era un modo per togliermi di qui, ma io sono nato nella Compagnia, ho 71 anni e non mi muovo da qui».