Bassi salari, alti contributi

Un tempo, quando si poteva manovrare il tasso di cambio, la competitività delle imprese italiane sui mercati esteri veniva migliorata con un colpo di bacchetta magica, cioè con il doping della svalutazione della lira. Storie dell’altro secolo, ad esempio dei primi anni ’90. Con la moneta unica, i margini di manovra sono ridotti e di questi tempi il candidato a restituire forza al nostro export che arranca è stato individuato nella riduzione del cuneo fiscale.
In parole povere, il cuneo fiscale è dato dalla differenza fra la retribuzione netta di un lavoratore dipendente (cioè quanto gli entra materialmente in tasca) e il costo che il suo datore di lavoro sostiene per farlo lavorare (il costo del lavoro, appunto). In mezzo a questi due importi ci sono molte poste. Alcune le pagano i lavoratori, sotto forma di imposte sul reddito e sotto forma di contributi sociali. Altre le pagano i datori di lavoro: contributi sociali e altri oneri. Il cuneo fiscale, dunque, va a finanziare la fiscalità generale e il sistema pensionistico, tradizionali luoghi di evasione per molti «furbetti»..
Ridurre il cuneo fiscale significa allora due cose: decidere come coprire i mancati introiti fiscali e pensionistici, e in quale misura andare ad aumentare le retribuzioni nette o a ridurre le contribuzioni a carico del datore di lavoro. Quanto in maggiori retribuzioni e quanto in minor costo del lavoro.
Da quando Romano Prodi ha lanciato il sasso con la proposta di ridurlo di cinque punti, di cuneo fiscale si parla molto, e se ne parla per la verità soprattutto come misura per ridurre il costo del lavoro per le imprese e molto poco come misura per aumentare le retribuzioni nette o lorde. Va anche detto che aiuta molto questo genere di lettura il fatto che di cuneo fiscale si parla soprattutto in termini percentuali. Secondo le stime diffuse dall’Ocse nei giorni scorsi e ampiamente riportate dalla stampa l’Italia è ai primi posti nella classifica mondiale e seconda nell’Ue solo al Belgio, con il 45% del costo del lavoro assorbito dalle varie poste del cuneo. «Occorre ridurre il costo del lavoro», incalza pronta Confindustria dalla trasferta brasiliana.
Questo record non si discute, tuttavia, se si considerano i valori assoluti non siamo un paese che si distingue per avere un costo del lavoro particolarmente alto. Nei settori dell’industria in senso stretto, ad esempio, in Italia il costo del lavoro per dipendente (secondo le stime armonizzate di Eurostat) era nel 2000 – ai tempi dell’ultimo boom dell’export – di poco superiore a 37 mila euro su base annua e di fatto coincideva con la media dell’Ue a 15. In Germania, che quanto a competitività non scherza, superava i 43 mila euro. Nei settori dei servizi, meno esposti direttamente alla concorrenza estera, il costo del lavoro per dipendente si colloca da noi a 38 mila euro l’anno, 4 mila in più della media dei quindici ma pur sempre 2.400 in meno dei tedeschi.
Se così stanno le cose, la presenza di un cuneo fiscale così ampio significa solo una cosa: le retribuzioni nette sono parecchio basse nel nostro paese. E anche quelle lorde, ossia al netto delle imposte sui redditi. Dal confronto con i nostri partner comunitari le retribuzioni lorde medie orarie per un dipendente del settore privato nella Ue a 15 sono più alte in Italia solo di quelle dei lavoratori spagnoli, greci, portoghesi, irlandesi: 15.2 euro nel 2000 contro i 16.3 della media comunitaria. In Germania, la retribuzione media oraria supera di un terzo quella italiana e supera i 20 euro. La Francia si aggira invece attorno alla media Ue. Nelle piccole imprese le retribuzioni lorde medie orarie non raggiungono i 13 euro.
In realtà esiste un grave problema di reddito, anche per le fasce «privilegiate» dei lavoratori dipendenti. Sia le scelte sul modo con cui finanziare la riduzione del cuneo fiscale sia quelle relative al come ridistribuire le risorse che si liberano non possono evidentemente prescindere da questo dato. D’altra parte ridurre il problema della competitività a un problema di costo del lavoro rischia di essere la solita cambiale in bianco lasciata alle imprese. I risultati della grande svalutazione degli anni ’90 non hanno lasciato tracce nelle tasche dei lavoratori.