Bashar Assad prepara la Siria al peggio

Tra un mese «Damasco sarà comunque accusata dell’omicidio Hariri perché da anni gli Usa ci dicono: uccidetevi o vi uccideremo»

La Siria collaborerà con la commissione d’inchiesta Onu sull’uccisione di Hariri ma farà la sua parte consapevole dell’inutilità di qualsiasi sforzo in questo senso. Tra un mese Damasco sarà in ogni caso accusata di non aver fatto quanto le era stato chiesto e, come tutta la regione mediorientale, si troverà davanti ad un bivio: resistere ai piani americani o precipitare nel caos. Questo il senso del messaggio che il presidente siriano Bashar Assad, con un discorso appassionato, definito da molti come il più importante tra quelli pronunciati dal 2000, da quando è succeduto al padre Hafez Assad, ha invitato i suoi concittadini, il Medioriente e la comunità internazionale a prepararsi ad un nuovo devastante scontro con gli Usa. L’intera Damasco, immersa in un luminoso mattino autunnale, ieri mattina si è fermata per ascoltare alla televisione il lungo intervento del presidente, circa settantacinque minuti, tenuto all’Università, nel centro della città, da giorni mobilitata contro l’imminente varo delle sanzioni e contro la politica dei «due pesi e due misure dell’Onu».

Il presidente Bashar Assad, dopo aver sostenuto l’assenza nel rapporto della commissione Mehlis sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri di qualsiasi prova contro la Siria, ha ricordato come gli Usa negli ultimi anni non avrebbero fatto altro che dire a Damasco «uccidetevi o vi uccideremo». A nulla sarebbe valso alla Siria l’aver collaborato con gli Usa contro Al Qaeda dopo l’ 11 settembre, cercare di controllare gli oltre 600 chilometri di confine con l’Iraq, l’arrestare e rimandare nei rispettivi paesi oltre 1500 aspiranti mujaheddin stranieri, così come la proposta di riprendere le trattative con Israele sul ritiro dello stato ebraico dalle alture del Golan occupate nel 67. Al contrario l’assedio e le minacce, soprattutto dopo il ritiro dal Libano, si sono fatte sempre più dure. Secondo il presidente siriano, l’obiettivo Usa non avrebbe nulla a che fare con la vicenda Hariri ma punterebbe piuttosto a «distruggere l’unità e l’identità araba del paese» «nell’interesse d’Israele». Una corda, quella della minaccia da parte di vecchie nuove potenze coloniali, alla quale i siriani sono molto sensibili.

Nella folla festante fuori dell’università troviamo anziani che ricordano il bombardamento di Damasco da parte degli occupanti francesi nel 1945, o chi, più giovane, punta il dito verso sud, verso l’orizzonte dove si erge sullo sfondo a non più di una quarantina di chilometri il classico ciuffo bianco del Jebel sheik quasi sempre innevato (il monte Hermon) da dove gli avamposti israeliani possono guardare la capitale senza neppure usare troppa tecnologia.

Bashar Assad avrebbe deciso di preparare il paese al peggio dopo aver verificato l’indisponibilità degli Usa e della Francia, e quindi della commissione Mehlis, di arrivare ad un’intesa per un’indagine sull’uccisione di Hariri che avrebbe portato all’individuazione di eventuali colpevoli senza ledere gli interessi nazionali della Siria. Il governo siriano ha infatti istituito, come richiesto da Mehlis una propria commissione di indagine e ha proposto alla Commissione di interrogare sei alti ufficiali dei servizi segreti, dal capo dell’intelligence militare Asef Shawkat, cognato dello stesso Bashar, al fratello del presidente, Maher Assad, comandante della guardia repubblicana, in una sede Onu in Siria o in quella della Lega Araba al Cairo. Detlev Mehlis però avrebbe risposto con un totale rifiuto ordinando ai sei ufficiali di presentarsi al suo ufficio di Beirut est, la parte della città più ostile a Damasco. E proprio parlando dei «legami storici» tra la Siria e il Libano Bashar Assad ha criticato duramente il premier libanese Fouad Siniora e Saad Hariri, per aver permesso che il loro paese diventasse «una base per i complotti contro la Siria».