Base Usa di Vicenza, Parisi smentisce Prodi

Per Arturo Parisi il via libera del governo alla nuova base militare al Dal Molin «è in coerenza con la linea di politica estera e di difesa» sulla presenza americana nell’area e «ha tenuto conto delle deliberazioni degli enti locali». Il ministro della Difesa lo ha spiegato ieri mattina alla Camera davanti a un’aula semivuota, non più di una trentina di deputati, nonostante le numerose polemiche delle ultime settimane. Parisi, in linea con quanto affermato lo scorso settembre in risposta a un’interrogazione parlamentare, ha sostenuto che sulla nuova base a Vicenza «l’amministrazione americana aveva aspettative consolidate» che si basavano anche sulla «disponibilità manifestata dal precedente governo», anche se «in assenza di impegni concretamente formalizzati». E ha nuovamente smentito il presidente del Consiglio Romano Prodi che invece aveva scaricato le responsabilità sul precedente governo e sul comune di centrodestra.
Per il ministro della difesa non c’era alcun impegno formale con gli americani, ma il presidente del consiglio Romano Prodi ha riconosciuto che «i rapporti di amicizia con gli Stati uniti imponevano una risposta». Che, seguendo la logica di Parisi, non poteva che essere positiva. Con buona pace della cittadinanza che il ministro ammette non essere rappresentata dall’amministrazione comunale vicentina, che comunque ha il potere di dire l’ultima parola su una questione così importante come quella della nuova base militare statunitense. Una questione evidentemente non solo urbanistica, come ha sostenuto Prodi, ma piuttosto una precisa indicazione di dove la politica estera di questo paese intende andare. Parisi conferma che il governo «procederà pertanto alla formalizzazione della cessione d’uso delle aree necessarie alla realizzazione del progetto dopo aver considerato i dettagli del piano di transizione nell’ambito degli accordi che regolano la concessione in uso di infrastrutture agli Stati uniti nel nostro paese».
Le parole di Parisi paiono confermare che la giunta comunale di Vicenza ha più potere dello stesso governo. Infatti, Parisi ha insistito più volte sul fatto che «di fronte al parere positivo del consiglio comunale non poteva certo essere il governo a dire di no agli Stati uniti». Affermazioni che suonano quanto meno ipocrite. Fatte le debite differenze, non si può dimenticare il fatto che il consiglio comunale di Venezia (e non certo per un voto come quello vicentino, ma all’unanimità) si è detto contrario alla realizzazione del Mose ma il governo ha bellamente ignorato quel pronunciamento. Così come sta ignorando le prese di posizione dei 34 consigli comunali della val Susa che hanno detto no alla Tav. Nel caso di Vicenza invece è bastato il sì del comune per mandare all’aria il programma dell’Unione, che parlava di svolta in materia di politica estera e prometteva una conferenza sulle servitù militari, anche per discutere della presenza americana nel paese.
Nonostante la gran parte dei deputati abbiano disertato l’aula, le reazioni politiche non sono tardate ad arrivare. Luana Zanella dei Verdi e Lalla Trupia dei Ds sono intervenute duramente sulla questione. Il capogruppo di Rifondazione Gennaro Migliore ha detto di non aver per nulla gradito le parole di Parisi. «Abbiamo capito che c’è stato un sollecito rispetto a una esigenza esterna, l’ultimatum dato dal parlamento Usa per l’erogazione di questi fondi, ma non abbiamo capito perché in tutti questi mesi non si sia riusciti a coinvolgere le popolazioni locali».
Il sottosegretario all’Economia Paolo Cento dice chiaramente che «il governo deve sapere una cosa: saremo davanti ai cantieri di Vicenza se non si farà marcia indietro. Assieme ai cittadini ci saranno i parlamentari delle forze politiche che sostengono questa battaglia. E a quel punto il governo dovrà fare marcia indietro perché non credo si potrà permettere di mandare le forze dell’ordine allo sbaraglio per spaccarci la testa». Per Cento sulla vicenda Dal Molin si «è incrinato il rapporto tra le forze politiche del centrosinistra». Per Jacopo Venier, Pdci, «la situazione è ulteriormente compromessa ma nulla è definitivamente perduto, compresa la possibilità di un ripensamento».