Bari, 22.01.11: Incontro “Le lezioni della storia” – Il Partito Comunista nella Resistenza (1943/45)

“Marx XXI”
Incontro “Le lezioni della storia”
Bari 22 gennaio

Il Partito Comunista nella Resistenza (1943/45) – Sulla genesi e sviluppo della linea della democrazia progressiva e il partito ‘nuovo’

di Ferdinando Dubla (storico del movimento operaio)

Unità delle forze popolari, di tutti i democratici e gli antifascisti per sconfiggere il comune nemico, il nazismo e il tardo-fascismo suo ascaro: questa la linea che Togliatti espone al suo ritorno in Italia, nel marzo 1944 e che si collegherà strettamente ad una visione strategica che avrà come caposaldi la democrazia progressiva e il partito nuovo.
La cosiddetta ‘svolta’ del 1929 aveva preparato il PCd’I alla Resistenza, meglio di qualunque altra formazione politica italiana: l’alleanza operai-contadini, così necessaria per innescare un processo rivoluzionario nella prospettiva socialista, come già e argutamente nell’analisi delle Tesi di Lione di Gramsci del 1926, doveva costituire il perno per trasformare la lotta difensiva in lotta offensiva: bisognava opporre una capillare organizzazione delle masse, che rendesse anche ideologicamente meno permeabile l’attendismo passivo di matrice riformista.

Compito dei dirigenti comunisti della Resistenza sarà quello di coniugare, nell’azione concreta, la linea politica del partito (la tattica contingente, come l’abbandono della pregiudiziale antimonarchica e la disponibilità ad entrare nel governo di Badoglio) e la necessità di preparare l’insurrezione, contro la cui evenienza si scateneranno le resistenze dei reazionari e moderati presenti nei CLN (in molte regioni senza avere alcuna parte sul piano militare) e-ma, soprattutto, degli Alleati anglo-americani. Chi valuta l’esito della Resistenza non deve mai dimenticare questi due pesantissimi condizionamenti:  la differenziazione Nord/Sud e l’intervento alleato. Chi operava al Nord, come Secchia e Longo, non avrà quasi nessuna difficoltà ad accettare quella che poi passerà alla storia come ‘la svolta di Salerno’, in quanto piegherà la linea politica all’esigenza dell’azione concreta e dell’insurrezione; diversa la situazione del centro di direzione di Roma, guidato da Scoccimarro, il più fiero ‘resistente’  (almeno inizialmente) a quella che sembrava una tattica fin troppo arrendevole nei confronti dei conservatori e dei complici dei fascisti, e cioè le forze monarchiche.  Paradossalmente, sembra a noi, che la lettura data da Scoccimarro alla linea togliattiana fosse più propriamente politica, in quanto prefigurava una possibile involuzione del partito sul piano dei principi e un cedimento grave alla prospettiva strategica, la lotta per il socialismo.  Per cui Scoccimarro si vide ‘scavalcato’ da una leadership, quella togliattiana, che era maturata comunque fuori dalle lotte nel paese, anche se aveva ora l’imprimatur, l’assenso o la concordanza preventiva con Mosca. E l’assenso del centro di direzione di Milano fu prevalentemente dettato, oltre dall’elemento-azione (l’unità  all’interno del CLNAI era necessaria e indispensabile per raccogliere il massimo delle forze e stendere al massimo il vigore dell’organizzazione combattente), anche dalla considerazione di Longo sull’inattendibilità per la guida al più alto livello del partito da parte  di Scoccimarro e dal dissapore con quest’ultimo sulla questione del centro unico di direzione (che Scoccimarro voleva fortemente a Roma). Secchia è d’accordo con Longo . Ma ciò non significa una pedissequa sua accettazione delle direttive di Togliatti sulle prospettive strategiche: le considera in quel momento secondarie rispetto all’azione concreta da svolgere e le giudica in rapporto alle necessità dell’insurrezione, che può aver successo solo con il massimo dell’unità delle forze dell’opposizione antifascista e antinazista, superando le resistenze che si manifestano con l’attendismo e nella volontà di restaurazione delle forze conservatrici, spalleggiate dagli Alleati, e perciò sovrarappresentate e considerate rispetto al loro apporto concreto alla Resistenza.
–          Qual’era la situazione concreta che si presentava al partito nel 1944 e prefigurava i suoi nuovi compiti durante e dopo la Liberazione? Certamente, non era possibile un radicamento del partito se questo avesse mantenuto i connotati del partito di propaganda e agitazione che lo avevano caratterizzato fino all’organizzazione della Resistenza:  non bisognava disconoscere che  quel partito aveva avuto grandi meriti storici, ma bisognava mutarne la fisionomia come forza politica di massa. La linea politica, allora, non poteva non avere il respiro unitario che Togliatti le dava, tanto più che questo agevolava il compito dei comunisti all’interno degli organismi del CLN e faceva venir fuori con evidenza le sedimentazioni reazionarie dei  raggruppamenti moderati, i liberali e i democristiani in primis. Ciò che non poteva venire a mancare era l’obiettivo di prospettiva: ma di prospettiva appunto bisognava parlare, non essendoci le condizioni oggettive per trasformare l’insurrezione in rivoluzione popolare per il comunismo,  dovendosi lavorare ancora innanzi tutto per la stessa insurrezione, con il concorso di quelle stesse forze che pur le remavano contro. Nella lettura del gruppo dirigente del centro di Milano, l’unità delle opposizioni era funzionale alla democrazia progressiva, terreno più favorevole per la prospettiva strategica, che avrebbe permesso il radicamento popolare del ‘partito nuovo’, senza che questo mutasse le caratteristiche di partito di classe: nel senso di non smarrire mai anche la funzione di avanguardia da parte dei quadri e la ricerca della direzione (egemonia) della classe operaia sull’intero movimento delle masse.  Secchia era ad esempio ben consapevole delle insufficienze e limiti del partito cospirativo, specie per quanto riguardava l’organizzazione e il rapporto con le masse durante gli anni del regime mussoliniano:
 
“L’errore fu di non aver portato rapidamente il centro di gravità di tutto il lavoro di massa nelle file stesse del nemico, di non aver portato nelle forme opportune la nostra azione politica in seno alle organizzazioni di massa create o controllate dal fascismo (sindacati fascisti, dopolavoro, mutue, associazioni sportive, culturali, cooperative) utilizzando largamente per lo sviluppo della nostra azione ogni più piccola possibilità legale. Il partito doveva sì rispondere come aveva risposto all’offensiva reazionaria fascista, ma mentre si poneva alla testa delle avanguardie più coscienti e combattive doveva proporsi con nuovi metodi di lavoro di non perdere, anzi di allargare il contatto con tutti quegli strati popolari che il fascismo si sforzava in mille modi di ‘conquistare’ e influenzare.” [1]
 
La ‘svolta di Salerno’, dunque,  fu letta in questa chiave e l’interpretazione fu rafforzata dalla convinzione che la linea politica fosse stata, se non concordata preventivamente, sicuramente condivisa da Mosca: ciò non poteva non rafforzare il convincimento che l’azione combattente in quella fase potesse trarre giovamento dalla tattica del partito, sebbene potesse (e così fu) interpretarsi in diversi modi, come la più complessiva dimensione strategica della democrazia progressiva, che doveva accelerare, e non ritardare il processo rivoluzionario necessario in occidente.  Questi principi entrano, sebbene naturalmente non nella forma di compiuta riflessione che si avrà solo posteriormente, nella risoluzione del 17 aprile 1944 della direzione del Nord del PCI, in appoggio all’iniziativa di Togliatti, opera soprattutto di Longo e Secchia:
 
“La direzione del partito per l’Italia occupata approva all’unanimità l’iniziativa presa dal compagno Ercoli (P.Togliatti) tendente alla costituzione immediata di un governo nazionale democratico non escludente la collaborazione governativa con Badoglio, e la linea politica che ne risulta, fissata e illustrata dalle dichiarazioni e dal messaggio dello stesso compagno Ercoli. (..)Il Partito comunista italiano pone la necessità della creazione di un esercito italiano potente e grande che combatta e vinca, pone l’esigenza di epurare definitivamente la vita nazionale dal fascismo, come condizione elementare per la condotta della guerra e condizione primordiale per la rinascita nazionale. (..)  Si deve lavorare per mobilitare tutto il partito alla realizzazione dell’unità di tutte le forze nazionali, per portarle alla lotta di liberazione nazionale e alla vittoria e trovare così nel lavoro, nella lotta e nell’elaborazione delle comuni esperienze la via per realizzare l’unità organizzativa, politica e ideologica di tutto il partito, per fondere in un solo blocco tutti i compagni, i nuovi reclutati come i vecchi militanti.” [2]
 
Unità del partito, dunque, e il riferimento è implicitamente rivolto ad Amendola, Negarville e Novella, che avevano utilizzato ‘la svolta’ per aggravare, ‘appesantire’ le loro critiche alla leadership di Mauro Scoccimarro, a sua volta però in polemica nei confronti della direzione del Nord;  le maggiori remore e resistenze furono espresse dal ‘capo’ del centro di direzione di Roma, compiutamente, in una lettera del 9 novembre 1943,  firmata allora da Amendola a nome di tutto il gruppo dirigente (le divergenze si appaleseranno progressivamente a partire proprio da questa data) , critiche destinate a divenire netta posizione di minoranza nei gruppi dirigenti del partito dopo il ritorno e l’iniziativa di Togliatti nel marzo ’44, seppure non in minoranza presumibilmente nel corpo vivo della base e dei combattenti partigiani garibaldini. Come si vedrà, il gruppo dirigente milanese, si collocò a mezza strada tra le posizioni sostenute da ‘Scocci’ (con cui si aveva una polemica personale e una critica che potremmo definire di natura ‘attendista’ o comunque un giudizio sul ruolo del partito non all’altezza dei compiti che gli derivavano dall’essere in una situazione di ‘guerra’) e quelle di altri autorevoli membri del centro romano (Novella, Negarville, Amendola), che interpretarono sempre di più ‘la svolta’ in chiave strategica e non tattica, piano che non poteva trovare consenzienti, almeno in quel periodo e per quella fase, nè Longo nè Secchia, nè altri compagni dirigenti impegnati a guidare il movimento partigiano.  Il 9 novembre 1943 era giunta per radio, da Mosca, la direttiva precisa di Ercoli (Togliatti) e Garlandi (Ruggiero Grieco): unità con il governo badogliano. Scrive L.Gruppi: ” Ci dice Amendola (si riferisce alle Lettere a Milano, Roma, 1973, pp.300 e sgg., ndr) che nella direzione di Roma vi fu subito uno schieramento favorevole alla direttiva di Togliatti. Da parte di   Novella, ovviamente (schierato su quelle posizioni da tempo, ndr). Negarville, uomo di pronto ed agile intuito ed alieno da qualsiasi chiusura settaria o dottrinaria, intese perfettamente. Anche Amendola ci dice di aver ritrovato le posizioni da lui sostenute tra il 25 luglio e l’8 settembre, modificatesi per la “sbandata provocata dallo choc della fuga di Pescara”. Il più turbato e perplesso, anzi contrario, fu Scoccimarro, il quale criticò la sostanza della proposta, come di ‘compromesso’, il modo in cui era stata assunta, senza consultare i compagni di Roma. (..) Scoccimarro giunse alla conclusione che l’iniziativa di Togliatti accelerava i tempi, modificava solo la tattica, poichè un ingresso dei comunisti nel governo era previsto alla liberazione di Roma (ma non in quello di Badoglio), ma non modificava la linea strategica.” [3]
Ma vediamo più in particolare l’articolazione della posizione del partito di Roma, ispirata da Scoccimarro nella lettera del 9 novembre 1943, che costituirà poi anche il retroterra della  resistenza di quest’ultimo alla ‘svolta’ pochi mesi dopo e che si intrecciò con essa, nel dibattito, in maniera indissolubile (di qui la difficoltà di comprensione effettiva delle varie posizioni, di cui va comunque dato merito a Spriano di aver indicato le maggiori coordinate di interpretazione).[4] Tre punti sono fondamentali per il gruppo dirigente romano all’epoca:
“1. la questione dell’atteggiamento nei confronti del governo Badoglio e della monarchia;
2. il giudizio da darsi sul carattere e sulla base del governo Mussolini;
3. i nuovi compiti storici della classe operaia e la linea di sviluppo democratica e popolare dell’attuale politica di fronte nazionale”.
Ed è in particolare sul primo che si annotano critiche e differenze nell’azione del partito, essendo gli altri due punti strettamente collegati:
“E’ mancata anzitutto un’azione immediata pubblica di condanna del fallimento e della capitolazione del governo Badoglio davanti all’invasore.(..) (ciò) è stato un grave errore che non ha permesso al partito di orientarsi in modo giusto sul problema del nostro atteggiamento nei confronti del governo e di comprendere, ad esempio, perchè noi ci rifiutiamo di aderire al suo invito di entrare a far parte del suo governo.”
E’ chiaro come poi l’iniziativa togliattiana ‘spiazzi’ Scoccimarro rispetto a queste posizioni, ribadite con gran forza proprio nel giorno del massaggio-radio di ‘Ercoli’ e ‘Garlandi’: ma quale governo, allora? Deve prefigurarsi un governo del CLN, e in linea di principio, su questo, la direzione milanese non poteva non convenire, sebbene le esperienze si svolgessero in modo radicalmente diverso, come Secchia e Longo non mancheranno di far notare, tra i comitati del Nord e del Sud,  il primo impegnato, per così dire, sulla ‘linea di combattimento’, il secondo avviluppato in dibattiti e discussioni senza fine che appariranno burocratici e avulsi dal movimento reale: “Noi affermiamo che esso (il governo auspicato, ndr) deve essere, senza compromessi ambigui, un governo del CLN perchè solo questo governo potrà risolvere i compiti immani che ci sono davanti: creare uno Stato democratico, risollevare le energie della nazione, promuovere una larga partecipazione popolare alla guerra, in un clima rinnovellato di fede e di entusiasmo, in modo da permettere all’Italia di partecipare sul serio alla sua liberazione.”
I rapporti di forza sono quelli che sono, anche Scoccimarro lo sa bene, ma possono mutare a favore delle forze democratiche se si agisce  “con fermezza ed accortezza insieme”.
Ciò su cui chiama all’accordo è il giudizio da dare alla figura di Badoglio, rappresentante massimo delle forze reazionarie con le quali non sono possibili ‘compromessi ambigui’ e confusioni di linee politiche. Vi è anche il pericolo che si formino alla sinistra del Pci raggruppamenti politici  (come ‘Bandiera Rossa’ di Roma e il giornale omonimo fondato a Milano nell’ottobre del ’43 da Lelio Basso) che facciano breccia tra le avanguardie e nel popolo, oppure uno ‘scavalcamento’ a sinistra ad opera di azionisti e socialisti (questi ultimi allora anche influenzati dalla componente di Carlo Andreoni). Si può dunque restare anche all’opposizione, ma “quest’ opposizione non ci impedirà certo di dare il nostro concorso attivo ad ogni sforzo del governo per incrementare la lotta contro l’invasore, per fare riuscire la mobilitazione, ecc..”
Nel prosieguo della lettera, si rivendica un unico centro di direzione del partito a Roma, e qui è sicuramente l’errore che non poteva non trovare fiera opposizione nei ‘milanesi’, anche per la scarsità di argomenti politici a favore della tesi, “perchè Roma è il centro della vita politica italiana” e anche perchè ciò portava come conseguenza una rivendicazione di troppo forte autonomia, in quella contingenza, da Mosca,  tant’è che, quasi prefigurando le sempre più accentuate critiche delle altre forze politiche che il Partito italiano non fosse altro che una ‘dipendenza diretta’ dell’Urss, si scrive: ” Ora ci vuole una sola direzione, un solo organo responsabile: questo non può essere a Mosca, ed infatti di là ci vengono non delle direttive che noi siamo tenuti a seguire ma delle indicazioni, certamente di alto valore e che dobbiamo attentamente considerare, ma che sta a noi di interpretare e di valutare.” [5]
Per comprendere appieno come la svolta togliattiana venga interpretata e assunta dai gruppi dirigenti comunisti nel corso del 1944, non è possibile dunque non annodare il dibattito già in corso tra i due gruppi di direzione. Alla fine del ’43, la discussione non è sviluppata compiutamente sui nodi tematici (la tattica, la strategia, i principi, i fini e gli obiettivi, ecc..) che costituiranno invece il fondamento politico del dibattito dell’anno successivo; ma è sulla ‘condotta pratica’ e sulle direttive inerenti i compiti ‘immediati’ del partito comunista: dunque,  il retroterra su cui si intrecceranno i diversi accenti sulla ‘svolta di Salerno’ , connotando, ed è quello che vorremmo emergesse con chiarezza, una posizione di Secchia (e di Longo) polemica sì con Scoccimarro, ma anche con i tre, Amendola, Negarville e Novella. Infatti,  il primo era considerato, nemmeno tanto tra le righe, non all’altezza di dirigere il partito in una fase nuova, quella del combattimento all’interno del fronte antinazista e antifascista, seppure, elemento non secondario,  non criticabile sulle questioni di principio e sulla dimensione strategica dei fini della lotta;  i secondi, invece, erano criticabili per una forzatura ‘da destra’ che si intravvedeva nel piegare la linea del partito alle esigenze tattiche del momento, sconfinando così nell’opportunismo. Ma sarà chiaro ai ‘milanesi’ sempre di più, che la posizione di Togliatti era interpretabile davvero anche in senso ‘opportunistico’, sebbene nella fase contingente, specie al Nord,  rispondesse maggiormente ai nuovi compiti del partito.  E poi, se la leadership non poteva essere di Scoccimarro, bisognava riconoscere la guida a Togliatti: e Togliatti, da quel momento, sarà tout-court,  il  partito, in sintonia con le posizioni sovietiche (l’ Urss, anche ufficialmente, come si sa, spinse da subito per il riconoscimento del governo Badoglio).  Non è peregrino, dunque, seguire il dibattito a cavallo tra il ’43 e il ’44, una pagina che è a tutti gli effetti storia della Resistenza, per il contributo decisivo dai comunisti apportato ad essa.
Il 19 novembre 1943, ‘Vineis’, come si firmava nelle lettere interne ‘Botte’ (Pietro Secchia), scrive una lettera che vuole essere di risposta all’analisi del documento firmato da Amendola il 9 precedente e che, come abbiamo visto, rispecchiava le posizioni di Scoccimarro.  Ma Secchia era distante dal prender parte a qualsivoglia discussione che potesse apparire astratta e avulsa dai compiti urgenti, concreti e materiali, non dottrinali,  che attendevano il partito in quel momento, “il che non significa che noi non facciamo delle discussioni politiche, ma le nostre discussioni politiche riguardano già i problemi della traduzione in atto della nostra linea politica” , principio che sta alla base della personalità e di tutta l’azione e il pensiero  di Pietro Secchia.  La guerra di liberazione nazionale, la linea politica: non basta fissare teoricamente i compiti storici della classe operaia, ma saperli realizzare nel concreto,  “l’importante è di sapere adempiere a questo compito storico. In una parola l’importante è di sapere veramente condurre la guerra di liberazione, e questa la si fa combattendo e non semplicemente facendo dell’agitazione” . La guida di Scoccimarro, insomma, stenta ad adeguare il partito ai nuovi compiti della fase e sembra piuttosto il retaggio, importante, glorioso, ma con limiti certi riguardo l’efficacia e l’organizzazione materiale, del PCd’I durante il periodo della dittatura, e addirittura del prima di Lione, quando l’agitazione e la propaganda bastavano a se stesse. Non è più così, e a noi sembra che la consapevolezza di dirigenti quali Longo e Secchia sia proprio la necessità di coniugare, shematicamente, il ‘meglio del vecchio’ con  l’urgenza, dettata dalla guerra partigiana,  di aprire una nuova fase nella conformazione del partito, specie dal punto di vista organizzativo, altrimenti si commetterebbero errori che avrebbero come negativa conseguenza non solo la direzione inefficace del movimento di liberazione, ma l’isolamento del partito, non dalle altre forze moderate e/o reazionarie, ma dalle masse popolari e dalla stessa classe operaia che pur si vuol porre alla direzione del paese. Esempio ne è la redazione dell”Unità’ di Roma: “Se dovessi  fare un’osservazione – unica osservazione (ma di quanto peso politico!, ndr) è che anche da essa io non traggo l’impressione che in questo momento la nostra organizzazione sia mobilitata per condurre e cioè combattere la guerra di liberazione nazionale, non traggo l’impressione che il compito fondamentale, immediato, che si pone ai nostri compagni sia quello di lottare, di agire subito contro i tedeschi ed i fascisti. (..) Bisogna mobilitare sul serio il partito e le masse per la guerra.” [6] Con questo spirito viene redatta l’edizione dell”Unità’ di Milano, che può contare a malapena su due pagine e su cui viene data la priorità alle direttive utili alla lotta e alle battaglie concrete della classe operaia nei luoghi di produzione, per ‘resistere’ all’oppressore nazi-fascista e infondere coraggio ai combattenti, fiducia alla popolazione. In quanto al governo del CLN, “i Cln hanno sì una grande importanza, (..), ma ce l’hanno proprio nella misura in cui questi sono degli organismi di direzione delle masse, nella misura in cui la loro azione riesce a mobilitare le masse, hanno oggi la loro importanza nella misura in cui riescono a mobilitare delle forze per condurre la guerra contro i tedeschi ed i fascisti” . Il partito non deve abdicare al suo ruolo di guida della classe e del movimento di massa, non  può lasciarsi assorbire dall’attività “spesso inconcludente dei CLN” , anche perchè, come preciserà in una lettera successiva del 29 dicembre del ’43 alla stessa direzione di Roma, i CLN difettano di reale rappresentatività, almeno nei rispetti dei comunisti (“Certamente nei CLN noi oggi non siamo rappresentati in rapporto alle nostre forze. In ogni Comitato di LN il nostro partito ha un rappresentante come ce l’ha ogni altro partito, anche se taluni sono dei movimenti abbastanza ristretti per i quali il nome di partito è alquanto esagerato (..) bisognerà pure (.) che ognuno sia presente per quanto rappresenta e non conti per ciò che non esiste.”).   E in un’altra breve missiva del 26 novembre, Secchia riporta anche l’opinione di Longo riguardo l’edizione romana dell”Unità’: “Gigi  pur dichiarandosi d’accordo alle critiche che io ho mosso alla vostra Unità, fa rilevare che se ne dovrebbe aggiungere un’altra e cioè che il difetto dell’ ‘Unità’ di Roma è quello di non riportare alcuna corrispondenza di fabbrica e di non trattare alcun problema che interessi immediatamente la classe operaia e le larghe masse, le rivendicazioni immediate, ecc..” [7].  Questo è dunque il piano della discussione: evidente era il travaglio per l’adeguamento dello strumento-partito ai diversi compiti storici  ai quali la guerra di liberazione antifascista e antinazista chiamava; in non molti anni, il Pcd’I era stato protagonista di trasformazioni di non piccola portata, condensate nel termine riduttivo di ‘svolte’:  nel ‘ 26 l ‘affrancamento dagli streotipi dottrinari di Bordiga e la costruzione di una reale avanguardia che dirigesse nel concreto le lotte della classe operaia; nel ’29 la cesura definitiva con il riformismo e l’opportunismo, nonchè il tentativo di radicamento popolare all’interno del paese sotto l’infuriare della repressione fascista. Negli anni ’30 un partito cospirativo, in clandestinità, con un’organizzazione che mostrava limiti seri di efficienza e produttività, sebbene senza uguali nel periodo, in Italia, e proprio grazie alla svolta del ’29: ” (..) il contributo del PCI (secondo Secchia, ndr) alla guerra di liberazione fu così alto perchè il partito, impegnandosi senza risparmi di colpi e di costi nella lotta clandestina al fascismo, dal 1927 sino al 1943, avendo saputo effettuare, nel 1929/31, una ‘svolta’ di intensa presenza nel paese a tutti i costi, popolando i penitenziari del regime mussoliniano dei suoi uomini migliori, aveva fatto una scelta giusta, sparso una semina, accumulato un patrimonio umano e politico rivoluzionario che potè appunto raccogliere e spendere nella Resistenza” .[8] Ora il partito, per rispondere alla sfida della guerra e tenere le redini del movimento partigiano, deve migliorare quell’organizzazione, renderla appunto efficiente e produttiva, tentare, pur nelle difficili condizioni della lotta, il radicamento di massa e nello stesso tempo non perdere il ruolo di avanguardia del proletariato, con i suoi obiettivi avanzati, per una democrazia socialista,  riuscendo, nella tattica unitaria, a spostare i rapporti di forza a favore della classe operaia.  Le mutazioni sono  avvenute nel giro di due-tre generazioni di militanti:  
 
“L’organico dei rivoluzionari di professione del PCI che dirigono il partito e le formazioni garibaldine nella Resistenza si presta a considerazioni che vanno assai al di là di meriti e riconoscimenti personali e della stessa vicenda della  lotta di liberazione. Siamo di fronte a un raccordo essenziale tra il passato e lo sviluppo ulteriore di un movimento, di una ‘formazione storica’. La maggior parte di questi dirigenti hanno una quarantina d’anni, un pò di più, un pò di meno. Sono delle ‘classi’ dal 1900 al 1904, proletari e studenti entrati nel partito alla fondazione, dalle file della gioventù socialista, oppure durante gli anni della crisi Matteotti, tra il 1924 e il 1926; costituirono allora una nuova leva comunista concorrendo a fare del PCI quella che Gramsci chiamò una ‘falange d’acciaio’ ”  .[9] 
 
Ora Scoccimarro stenta a dirigere il partito secondo i nuovi compiti: il capo del partito è Togliatti, affermano i ‘milanesi’,  prima ancora di conoscere la linea politica per esteso e argomentata da ‘Ercoli’ stesso al suo ritorno in Italia nel marzo 1944.  Una linea che però viene valorizzata per il suo senso ‘tattico’; ciò che in definitiva asserirà ‘Scocci’ nella sua interpretazione ‘svoltista’ (egli, personalità sempre molto sensibile alla saldezza dei principi). La dimensione ‘strategica’ della linea togliattiana è forte argomento dei ‘tre’ (Novella in primis, poi Negarville, poi alfine anche Amendola),  che spingeranno alla necessaria ‘autocritica’, su cui però ‘i milanesi’ non concorderanno se non in parte, per la parte che poteva tornar utile all’azione concreta.
L’11 dicembre 1943,  Secchia, Li Causi e Longo, firmano una lettera in cui contestano vivamente la richiesta di Scoccimarro di voler unificare le due direzioni a Roma e si appellano invece esplicitamente alla leadership di Togliatti e, dunque, all’autorità di Mosca:  ” Non hai mai pensato – annotano i tre rivolti a Scoccimarro – che nominare
un’ unica direzione politica, nominare un responsabile di tutto il lavoro del partito quando ancora esiste una direzione del partito a M.(Mosca) della quale fa parte Ercoli, può assumere un significato particolarmente grave per il nostro partito, potrebbe significare qualche cosa che tu per primo non vorresti? (..) Ercoli non solo è il segretario di una direzione del partito ancora esistente, ma soprattutto perchè è il capo del nostro partito, da tutti noi riconosciuto e stimato come tale. (..) Voi prima fate una risoluzione nella quale sostanzialmente condannate le posizioni politiche di Ercoli e poi in altro documento ci proponete la nomina di un responsabile di tutto il lavoro del partito.”[10]
Si arriverà dunque alla risoluzione del 23 gennaio 1944, in cui viene sancita l’esistenza, a Roma e a Milano, di due nuclei di direzione del PCI che devono poter funzionare ed agire nel contempo in raccordo e autonomia.
Riassumendo quindi in breve, nel periodo che intercorre tra il messaggio-radio di Ercoli e Garlandi (9 novembre 1943) e il ritorno di Togliatti in Italia e il suo discorso conclusivo al Consiglio nazionale del partito a Napoli (31 marzo 1944), il dibattito fra i due centri del PCI di Roma e Milano si muove su linee che investono i compiti organizzativi del partito e i riflessi politici conseguenti, essendo la realtà del Sud differente da quella dell’Italia occupata, il ruolo dei CLN, la leadership Togliatti/Scoccimarro. Il tutto con un’articolata dialettica interna che però era ‘ristretta’ dalle condizioni oggettive, con predilezione degli aspetti più di principio per il centro di direzione romano guidato da ‘Scocci’ e quelli di ri/adeguamento organizzativo più urgente e necessario nella nuova fase, per il centro di direzione milanese guidato da Longo e Secchia. In quelle condizioni, la lettera alla direzione del partito comunista italiano che circola dall’ 8 febbraio 1944 in avanti, firmata da un gruppo comunista di Legnano, guidato dai fratelli Mauro e Carlo Venegoni (solo posterioremente pubblicata, e stralciata,  il 1 maggio successivo, sul giornale ‘Il Lavoratore’) in cui sostanzialmente si richiede un dibattito più aperto e articolato non centralizzato e burocratico (“Bisogna vivificare il partito iniziando un dibattito che metta tutti i compagni in grado di decidere della tattica e della strategia del P. per il decisivo periodo storico che stiamo affrontando”), viene considerata pericolosa e ingenerosa dai ‘milanesi’, preoccupati che tutto ciò porti non ad un rafforzamento delle capacità organizzative e di mobilitazione dei comunisti, ma, proprio mentre si richiedono dibattiti e dibattiti, prese di posizione e ragionamenti articolati sulla fase, ecc.., ci si sclerotizzi in un immobilismo, questo sì burocratico e incapace di articolare l’azione all’esterno, che deve invece diventare il proposito principale (“Voi avete sbagliato indirizzo, credevate di rivolgervi a qualche altro partito”, rispondono sarcasticamente i dirigenti del Nord, corrispondenza del 26 marzo ’44 – Archivio PCI). Anche se il caso-Venegoni dimostra dell’insofferenza di ampi strati del partito ad una linea politica i cui tratti sono decisi troppo dall’alto e quindi suscettibili di troppo ampia manovra tattica, a seconda delle convenienze del momento dei gruppi dirigenti. Ne è esempio la pregiudiziale anti-monarchica, che diventa più fievole solo dopo il congresso di Bari dei CLN il 28 e il 29 gennaio del ’44 “quando divenne sempre più evidente” – annota Secchia – “l’incapacità della giunta esecutiva dei CLN (essa avrebbe dovuto rappresentare l’anti-governo) di uscire e fare uscire le forze antifasciste dal vicolo cieco in cui si trovavano.”[11] E’ vero che già vi erano le premesse di un mutamento di linea politica, ma quando il 9 gennaio i dirigenti di Napoli, Velio Spano e Eugenio Reale, si erano incontrati con i componenti del Consiglio consultivo alleato in Italia e avevano ribadito la necessità della formazione, in tempi ravvicinati,  di un altro governo, guidato da una personalità non compromessa con la monarchia, non potendosi accettare, per questo motivo, le profferte di Badoglio di un ingresso dei comunisti nel suo governo, unanimemente si crede così di interpretare correttamente e le deliberazioni della Conferenza di Mosca e le opportunità politiche legate al rapporto tattica/strategia: “I dirigenti comunisti di Napoli commettevano senza dubbio un errore di prospettiva nel valutare la situazione (quella, in particolare, legata alla guerra di liberazione al Nord, ndr), ma si deve riconoscere che in quel momento la loro partecipazione al governo, senza che la questione fosse stata decisa da un regolare consesso del partito, senza l’autorevole presenza di Palmiro Togliatti, con l’opposizione dichiarata del Partito socialista e del Partito d’azione e con alcune organizzazioni comuniste fortemente orientate in senso estremista, avrebbe potuto provocare una scissione sia all’interno del partito, sia nel fronte unitario dei CLN.”[12]
L’iniziativa di Togliatti si situa in questo contesto, solleva reazioni, approvazioni, riprovazioni, intrecciandosi con la situazione del momento e con quella del passato, e non solo recente, come abbiamo cercato di evidenziare; comunque “scoppiò come una bomba suscitando negli altri partiti della giunta e del CLN vivaci discussioni, ma i più non potevano disconoscerne il realismo, ne accettarono l’impostazione e comunque ne subirono l’influenza.”[13] La ricezione della nuova linea togliattiana fu favorita, all’interno del PCI (nel suo gruppo dirigente, in quanto a livello di base sarebbe una storia da analizzare più compiutamente, sicuramente comunque e alfine assunta per quel profondo ‘senso di disciplina’ politica,  caratteristica saliente del partito ‘bolscevico e leninista’, come rivendicano orgogliosamente  Secchia e Longo riferiti alla lettera dei fratelli Venegoni di cui s’è scritto) dalla sua interpretazione in chiave tattica dal gruppo di direzione del Nord, che se ne giova sul contingente piano politico, perchè bisogna confermare la leadership di Togliatti rispetto a quella di Scoccimarro (elemento su cui concorda una parte del gruppo dirigente di Roma, che dà però alla ‘svolta’ un respiro strategico e non meramente tattico, che pretende profonda ‘autocritica’ rispetto alla linea politica perseguita fino a quel momento) perchè, ma non ultimo,  questa è evidentemente la linea concordata con Mosca e che quindi risponde ad una più larga visione  che guarda ai rapporti di forza internazionali. Ed in effetti, il 14 marzo il governo sovietico stabilisce rapporti diplomatici con il governo Badoglio, andando oltre i protocolli dell’armistizio e della Conferenza di Mosca. E il 30 marzo (lo stesso giorno della Conferenza nazionale del PCI a Napoli)  l’ ‘Isvestia’ pubblica un lungo articolo sulla situazione italiana in cui “Si precisa che l’attuale scopo degli sforzi dell’ Unione Sovietica è di far sì che tutte le forze antifasciste italiane si riuniscano intorno al governo Badoglio per la lotta contro la Germania hitleriana.”[14] Come può dunque non sostenersi che la linea di Togliatti (non imposta dall’alto e giudicata sulla base delle sole opportunità sovietiche, certamente)  sia stata comunque concordata preventivamente a Mosca?  Già in una lettera del 30 luglio 1943 a Dimitrov, Togliatti anticipa quella che verrà definita la ‘svolta di Salerno’, : “La nostra stazione incomincia ad attaccare violentemente il re, in particolare sulla questione della pace e sulla questione della sua responsabilità nei confronti dell’intera politica del fascismo”, e invece è necessario, egli fa notare ai sovietici, la “formazione di un governo nazionale provvisorio, fondato sul popolo, che prenda tutti i provvedimenti atti alla liquidazione della guerra e del fascismo e al ripristino delle libertà democratiche”.[15] E’ proprio perchè comincia a farsi strada questa convinzione che le autorità sovietiche consentono finalmente a che Togliatti possa raggiungere l’Italia. Alcuni passaggi intermedi importanti sono il suo articolo sulla ‘Pravda’ il 12 novembre, dopo la Conferenza dei ministri degli Esteri a Mosca, e il discorso tenuto alla Sala delle Colonne della Casa dei Sindacati il 26 novembre successivo; momenti preceduti dal celebre messaggio-radio del 9, insieme a R.Grieco che, sebbene non recepito immediatamente dai compagni italiani in tutta la sua rilevanza in quel momento, era destinato a tessere un filo che si sarebbe riannodato nel marzo del ’44. E immediatamente, nel rapporto ai quadri dell’organizzazione comunista napoletana, l’11 aprile, pochi giorni dopo il suo ritorno in Italia, Togliatti afferma con nettezza le coordinate della politica di unità nazionale del PCI, approvate pochi giorni prima al Consiglio nazionale del partito:
 
“E’ un fatto, compagni, che il problema monarchico non ha potuto essere risolto finora per la situazione stessa in cui ci troviamo ed è un fatto che se ci ostinassimo a volerne fare il perno intorno al quale dovesse muoversi tutta la vita del paese, non ci allontaneremmo di un passo dalla situazione odierna, rimarremmo incatenati ad essa, ci sarebbe impossibile formare un governo di guerra e realizzare quella unità nazionale senza la quale uno sforzo di guerra ordinato e potente non è possibile. (..) passiamo a risolvere il compito vero della situazione presente, la creazione di un governo il quale faccia convergere tutta la sua opera nel porre termine al più presto alla invasione straniera e nel liquidare tutti i residui del regime fascista.”
 
Seguivano le tre condizioni per la formazione di un governo siffatto, condensabili in 1) unità delle forze democratiche; 2) parola d’ordine dell’Assemblea Costituente; 3) coerente programma di guerra. “Rivoluzionario”, ammonisce Togliatti, ben consapevole evidentemente della breccia che poteva aprirsi così a sinistra, ” non è colui che grida e si agita di più, ma colui che concretamente si adopera per risolvere i compiti che la storia pone ai popoli e alle classi, e che essi devono assolvere se vogliono aprire il cammino allo sviluppo della civiltà umana.”[16]
Sono queste le basi su cui il massimo dirigente del PCI innesterà poco dopo la strategia della ‘democrazia progressiva’ e dei caratteri del ‘partito nuovo’. Nel luglio 1944 la ‘svolta’ è già completa:
 
“Democrazia progressiva è quella che guarda non verso il passato, ma verso l’avvenire. Democrazia progressiva è quella che non dà tregua al fascismo, ma distrugge ogni possibilità di un suo ritorno. (..) Democrazia progressiva è quella  che organizzerà un governo del popolo e per il popolo, e nella quale tutte le forze sane del paese avranno il loro posto, potranno affermarsi ed avanzare verso il soddisfacimento di tutte le loro aspirazioni.”.
 
Per l’applicazione di questa linea politica era necessario un partito comunista rinnovato, un ‘partito nuovo’:
 
“(..) un partito nuovo, un partito il quale, animato da un nuovo spirito, sia quello che noi non siamo mai stati in Italia, cioè un grande partito di massa e di popolo, solidamente fondato sulla classe operaia, ma capace di inquadrare tutte le energie progressive che vengono a noi da tutte le parti, gli intellettuali, i giovani, le donne.” [17]
 
‘Democrazia progressiva’ e ‘partito nuovo’ sono elementi caratterizzanti della svolta richiesta al PCI da Togliatti, certamente conseguenza della presa di posizione nei confronti del governo Badoglio, ma non immediatamente percepibili ancora nell’aprile del ’44, se è vero che gli ‘svoltisti’ più entusiasti, come  Negarville, Amendola e Novella, impostano i loro interventi, come quelli alla riunione della  direzione romana del 3 aprile e alla riunione delle due delegazioni delle  direzioni  tenutasi a Milano il 12/13 aprile, più con la testa rivolta al recente passato e alla critica alla guida politica di Scoccimarro, che  alle implicazioni profonde che saranno rese esplicite solo di lì a poco. Tant’è che si intreccia ancora il dissidio con i compagni milanesi.
 
La discussione deve prendere una piega tutt’altro che accademica, per il gruppo dirigente milanese, che già considera tutte quelle diatribe e chiarimenti una perdita di tempo rispetto ai compiti impellenti che urgono, i compiti della direzione generale e del coordinamento della lotta partigiana e delle Brigate Garibaldi. La dimensione strategica della nuova linea togliattiana apparirà dopo e significativo è che ‘custode’ di quella ne diventerà Mauro Scoccimarro, più di Amendola, sicuramente più di Secchia. Il quale, in sede di ricostruzione storica, dimostra tutta la sua distanza, coeva e posteriore, alla ricezione che della ‘svolta’ ne avevano fatto gli entusiasti del gruppo romano.
Ad ogni modo, il 17 aprile 1944, una risoluzione della direzione del PCI per l’Italia occupata viene approvata all’unanimità. Per Longo e Secchia la linea della democrazia progressiva non è niente differente da quella precedentemente propugnata con l’espressione ‘democrazia popolare’; l’impostazione togliattiana si traduce così: “nessun irrigidimento sull’estensione di un fronte di lotta, spregiudicatezza nel fare politica unitaria e insieme costante sforzo per spostare i rapporti di forza all’interno di un movimento reale, di uno schieramento effettivo, trasformazione dall’interno di una coalizione politica e ancora più sociale e militare. Non per un machiavellico travestimento ma per allargare la base popolare, di massa, della democrazia e della guerra di liberazione.” Alfine per “la creazione di un potere popolare che sia espressione diretta della volontà di lotta delle masse nelle zone che i partigiani riusciranno a liberare con l’estate”.[18]
Tutti gli sforzi, dunque, per l’organizzazione del partito combattente, semmai le differenze appariranno dopo: per Togliatti e per Secchia, e allora certamente per Luigi Longo, la linea politica della ‘democrazia progressiva’ non viene interpretata univocamente, e di questo s’è cercato di dar conto dei motivi. Ma anche ‘Ercoli’ è cosciente delle difficoltà che un’interpretazione in chiave di modifica strategica può presentare nella recezione complessiva fuori, ma specialmente dentro il partito,
La ‘svolta di Salerno’ destinata ad alimentare quella che è stata definita ‘la doppiezza’ del partito togliattiano? O piuttosto interpretazioni della stessa che rendevano funzionali alla contingenza politica ora un aspetto (quello tattico) ora un altro (quello strategico), senza un legame fisso tra l’uno e l’altro e senza che nè l’uno nè l’altro potessero offrire un’univoca lettura dei compiti presenti e delle prospettive?
Lavorare per l’insurrezione nazionale, ad ogni modo, è lavorare per il riscatto del popolo italiano dalla servitù nazifascista, è, in prospettiva, lavorare per la costruzione di un processo rivoluzionario che edifichi il socialismo: la parola d’ordine fu mobilitarsi e preparare tutte le forze per sollevare il movimento insurrezionale anche poche ore prima dell’arrivo degli alleati.
Solo l’insurrezione popolare poteva preparare il terreno fertile alla costruzione del difficile processo rivoluzionario verso il socialismo, nel momento inevitabile in cui  la dialettica armi/politica si sarebbe spostata a favore del peso specifico della seconda. La prima pietra della rivoluzione sociale era l’insurrezione nazionale;  elemento necessario per scatenare il movimento insurrezionale, sconfiggendo l’attesismo e l’egemonia politica conservatrice, quando non reazionaria,  era  la direzione della classe operaia e quindi del suo partito di classe, il partito comunista.
L’ora dell’insurrezione era scoccata,  la vittoria era giunta. Ora iniziava il duro cammino della nuova Italia. Per il gruppo dirigente del PCI la faticosa costruzione del necessario processo rivoluzionario, dalla critica delle armi alle armi della politica. 

Ferdinando Dubla. gennaio 2011

NOTE

[1] Cfr. P.Secchia: La generazione di Porto Longone, saggio pubblicato su Rivista storica del socialismo, nn.15/16 – gennaio-agosto 1962, sta in La Resistenza accusa, (1945/1973), Mazzotta, 1973, pag. 365.

[2] Cfr. L.Longo: I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Roma, 1973, pp.413/415. L’anno di pubblicazione dell’opera è quello della morte di P.Secchia, che non potè vederla editata, pur avendo fattivamente collaborato alla stesura con il suo archivio. Così viene presentato il testo in prima pagina: “Nella preparazione di questo volume, Luigi Longo aveva strettamente associato al suo lavoro Pietro Secchia, che con lui era stato alla direzione del partito comunista nel nord e delle brigate Garibaldi. La morte sopravvenuta quasi improvvisa (il 7 luglio di quell’anno n.d.r.) ha tragicamente impedito a Pietro Secchia di seguire il lavoro fino al termine e di partecipare alla stesura definitiva dell’introduzione; è per questo che l’editore deve rinunciare a mettere il suo nome sulla copertina di questo volume. Si vuole però di Pietro Secchia, della cui presenza è traccia quasi in ogni documento della direzione del nord, ricordare qui l’azione di dirigente in quel periodo e successivamente l’attenzione costante ai problemi della storia del movimento operaio e della Resistenza”.

[3] Cfr. L.Gruppi, Introduzione a P.Togliatti: Opere, vol.5(1944/55), Editori Riuniti, 1984, pag.XXV. Questa di Scoccimarro è comunque la presa di posizione che predomina nella lettera del 9 novembre, laddove è anche scritto che si era approvata una risoluzione a seguito “di una discussione nella quale abbiamo riesaminato a fondo la nostra politica. Questa discussione è stata occasionata dalla necessità di prendere una posizione a proposito di alcune emissioni di Radio Mosca, le quali esprimevano una linea politica divergente da quella che noi seguiamo. Pensiamo che anche voi avrete udito queste emissioni. Si tratta soprattutto di un discorso di Ercoli (Palmiro Togliatti) nel quale si dice ‘rinviare divergenza al dopoguerra e realizzare l’unione’ e di Garlandi (R.Grieco) ‘stringersi attorno al governo Badoglio’. (..) Tutti abbiamo concluso nel ritenere che solo una mancanza di informazioni esatte sulla situazione italiana può avere indotto i compagni a prendere questa posizione” . La discussione viene definita “vivace ed interessante”, ma tutti si considerarono “d’accordo nel ritenere che la linea seguita è giusta.” La stessa posizione di Novella si discostava “di dettaglio”. Cfr. Luigi Longo, op.cit., pag. 112. L’intera lettera, da cui gli stralci successivi, ivi, pp. 105/119. In definitiva, il documento va considerato per intero ispirato alle posizioni di Scoccimarro, su cui conveniva, in quel momento, ma con differenziazioni successive sempre più marcate, fino a distanziarsi anche dalle contemporanee letture della ‘svolta’ che daranno i milanesi, l’intero gruppo dirigente di Roma, compresi  i  tre che poi prenderanno le distanze, cioè Amendola, pur firmatario della lettera, Negarville e Novella.

[4] Cfr. P.Spriano: Roma, Milano e Mosca e Il dibattito sulla svolta di Salerno, in Storia del Partito Comunista Italiano, vol.V (La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo), Einaudi, 1975, pp.110/137 e 314/337.

[5] Cfr. Luigi Longo, op.cit., pag.117.

[6] Tutte le sottolineature sono nel testo. La lettera, questi e gli stralci successivi, in P.Secchia, Annali, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione, 1943/1945, a.XIII,  Istituto G.G.Feltrinelli, 1971, pp. 184/192 e 197.

[7] Ivi, pag.194. Emblematico dell’atteggiamento di Secchia, è anche l’annotazione posteriore che egli fa ad una lettera successiva del 29 dicembre, in risposta alla richiesta dei ‘romani’ di inviare copia di un dossier in cui era ricostruita la ‘querelle’ sorta con Umberto Terracini al confino: “Ma noi avevamo altro a cui pensare, nè volevamo far correre  rischio ai nostri corrieri per portare dei ‘malloppi’ del genere, che, oltretutto, non avevano alcuna importanza per il potenziamento della guerra di liberazione; e non l’ebbero più nemmeno in seguito.”, ivi, pag.196. Altro che l’etichetta, che Secchia si porterà dietro per lungo tempo, di assertore di linee politiche fortemente ‘ideologiche’!  

[8] Cfr. P.Spriano, op.cit., pag.59.

[9]  Ivi,  pag.64/65.

[10] Cfr. Luigi Longo, op.cit., pag. 215/220.

[11] Cfr. P.Secchia: Annali, a.XIII, op.cit.,pp.390/391

[12] Ibidem

[13] Ivi, pag.397.

[14] Cit. in  Secchia, ivi, pag.395.

[15] Cfr. G.Vacca: Togliatti sconosciuto, ed. l’Unità, 1994, pag.69. La lettera citata è fra gli inediti posseduti dalla Fondazione Istituto Gramsci. Proprio in virtù di essa, Vacca annota che “Togliatti intuisce subito la possibilità di gettare un ponte fra le forze antifasciste e Badoglio (..) e nell’autunno-inverno del ’43 il problema dell’atteggiamento verso il governo Badoglio fu il nodo del dissidio fra i due centri di direzione del PCI in Italia, quello di Roma, attestato sulla prima linea (pregiudiziale anti-monarchica, ndr), e quello di Milano, aperto invece alla seconda (caduta della pregiudiziale, ndr), ivi, pp.69/70.

[16] Cfr. P.Togliatti, op.cit., pp.22/25, da cui è ripresa la citazione precedente e successiva.

[17] Cfr. P.Togliatti: dal discorso pronunciato a Roma, al teatro Brancaccio, il 9 luglio 1944, ivi, pp.76/77.

[18] Cfr. P.Spriano, op.cit., pag.324.