Barghouti: «Ma i confini della Striscia li controlla ancora Israele»

Parla Moustapha Barghouti

Il leader di Al Mubadara, che ha raccolto il 20% alle elezioni palestinesi, attacca Hamas: «Parlano del ritiro da Gaza come se fosse una loro vittoria, in realtà è una vittoria di chi abita nella Striscia ed ha sopportato l’occupazione per 38 anni»

Ramallah
Mustafa Barghouti, segretario di Al Mubadara (Iniziativa Nazionale palestinese), movimento per le riforme democratiche. Alle elezioni presidenziali dello scorso gennaio Barghouti ha corso come indipendente, unico vero avversario del vincitore e attuale presidente palestinese Mahmoud Abbas, ottenendo un buon 20% dei suffragi. Barghouti, che non ha legami di parentela con Marwan, il leader imprigionato nelle carceri israeliane, è anche fondatore dell’organizzazione umanitaria Union of palestinians medical relief comitees e propone Al Mubadara come la “terza via” tra Fatah ed Hamas. La prima cosa che abbiamo chiesto a Barghouti è
se, dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza, ritiene possibile anche un ritiro dalla West Bank. «Diciamo piuttosto che il ritiro da Gaza significa la dipartita dei coloni, non di Israele che continuerà a controllare i confini della Striscia, che resta isolata dalla Cisgiordania. Io non riesco ad andare a Gaza dal nove agosto e sto aspettando il permesso per potervi tornare. Inoltre, anche quando parliamo del ritiro dei coloni, che comunque è una cosa positiva, non dobbiamo dimenticare che si tratta solo di 8000 settlers contro i 400mila che ancora occupano la West Bank e Gerusalemme. L’operazione mediatica di Sharon ha funzionato. Le lacrime dei coloni ed i festeggiamenti dei palestinesi richiamano l’attenzione internazionale e distraggono l’opinione pubblica dall’annessione de facto di altri territori palestinesi. In questo modo si ridisegnano in maniera unilaterale i nuovi confini della Cisgiordania. Si tratta di una bantustanizzazione della Palestina.

Qual è la sua opinione sull’atteggiamento oltranzista di Hamas rispetto al ritiro da Gaza?

E’ l’espressione della stupidità di chi vuol mostrare di aver vinto. Hamas cerca di cavalcare la tigre di questo primo passo, esagerando anche nell’aspetto dei festeggiamenti, che, sia dal punto di vista di Hamas che di Fatah, vogliono apparire come la rivendicazione della giusta strategia che ha portato a questa vittoria. Il che è disgustoso. Se c’è qualcuno da ringraziare è il popolo di Gaza, che resiste da prima dell’esistenza di Hamas e dell’Anp (Autorità nazionale palestinese). Questa gente ha sopportato deportazioni e occupazione per 38 anni. A Gaza non c’è una sola famiglia che non abbia sofferto delle perdite di vite umane, o che abbia qualche parente in prigione.

La gente di Gaza sembra non aver affatto apprezzato i lanci di razzi in Israele a ridosso del piano di ritiro. Si è indebolita Hamas o si è rafforzata l’Autorità palestinese del dopo Arafat nella Striscia?

La maggioranza dei palestinesi vuole un cessate il fuoco. Ora capiscono che la militarizzazione della seconda Intifada è stata un errore. E quando parliamo di militarizzazione parliamo di tutti i gruppi armati, non solo di Hamas. La resistenza nonviolenta è l’unica strada possibile. Credo che l’altro giorno l’abbiamo dimostrato qui a Ramallah quando ha suonato il maestro Barenboim. Quella è stata un’azione dirompente.

Se fosse lei a poter decidere sulle prime misure da introdurre a Gaza dopo il ritiro cosa farebbe?

Ci sono due questioni sulle quali allertare l’opinione pubblica. La prima è che Gaza è una prigione che va aperta. La seconda è l’utilizzo della terra, che per il 3% appartiene a privati. Chiaramente chi è proprietario dovrà tornare in possesso della terra, ma il resto va distribuito ed occorre stare attenti ad eventuali speculazioni e vagliare con attenzione gli investimenti.

Ma in concreto lei cosa propone?

Io allocherei la maggior parte del demanio pubblico a strutture sanitarie e culturali, senza dimenticare che vi sono dei luoghi in cui si potrebbe sviluppare l’industria turistica. Parte della terra andrebbe ovviamente riservata all’edilizia popolare, ma rispettando vincoli di salvaguardia del patrimonio ambientale. Non ci si può fermare alla creazioni di posti di lavoro per la ricostruzione o la trasformazione delle strutture. Queste sono misure tampone che funzionano nel breve periodo.

Ma non è urgente creare posti di lavoro a Gaza?

Realizzando un programma di ampio respiro, con una visione, una strategia, si creerebbe lavoro. Bisogna investire in qualcosa di sostenibile. Lavoro produttivo. Abbiamo bisogno di investimenti esteri che tengano conto che in Palestina vi è una forza lavoro qualificata e più economica che altrove. Dobbiamo sfruttare il vantaggio competitivo di essere un popolo istruito. Occorrerebbe investire nell’Hi Tech.

I ragazzini di Gaza soffrono di diversi disturbi del comportamento a causa dei traumi prodotti dall’occupazione. Un altro problema da affrontare.

La sola cosa che li può davvero aiutare è un miglioramento delle condizioni di vita. Altrimenti si corre il rischio che un sostegno terapeutico agisca come un antibiotico somministrato ogni qual volta si manifesti un’infezione. Ma se io ogni giorno ti faccio mangiare cibo contaminato continuo ad infettarti. La sola cosa che può aiutare il dramma psicologico degli abitanti di Gaza è renderli liberi.

I rapimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi a Gaza sono solo frutto di azioni individuali o c’è dietro una strategia?

Anzitutto va detto che queste azioni sono contrarie ai valori ed alla tradizione dei palestinesi. E poi che quasi tutti i rapimenti a Gaza sono stati portati a termine da gente che viene dalle fila di Fatah. Molto spesso per fare pressioni sul governo ed ottenere un posto di lavoro. Ma è terribile che il governo non riesca a controllare il proprio partito. Non solo. Anche incursioni, attacchi anche in qualche ristorante o sparatorie che vi sono state recentemente a Gaza sono dovute per il 95% alla competizione interna a Fatah. Abu Mazen non ha operato una riforma dei servizi di sicurezza degna di questo nome. Le forze di sicurezza di un paese non possono comportarsi come gli emissari di un gruppo politico. In queste condizioni come vuole che gli altri depongano le armi? Le forze di sicurezza per funzionare andrebbero unificate.

Gli israeliani che hanno in larga maggioranza sostenuto il ritiro da Gaza, avrebbero, secondo lei, lo stesso atteggiamento per l’allargamento del ritiro alla West Bank?

Un po’ alla capiranno che è la sola soluzione per giungere alla pace. Gaza deve essere l’inizio. Gaza rappresenta l’1% della Palestina ed il 6% dei territori occupati. Gli israeliani devono capire che continuare con l’occupazione su tutta la West Bank ci conduce in una strada senza uscita che potrebbe portare addirittura alla terza intifada.