Baraka: «Noi afroamericani per Bush non esistiamo»

Amiri Baraka ha al suo attivo circa venti volumi di poesia, molti dischi, tre opere-jazz, un volume di racconti e otto volumi di saggi, per i quali ha ottenuto importanti premi letterari. Oggi è considerato il maggiore poeta afroamericano del secondo Novecento, ma è noto soprattutto per la pubblicazione di Blues People (pubblicato nel 1963 con il nome di LeRoi Jones e tradotto da Einaudi nel 1968 con il titolo Il popolo del blues). Come scrittore la fama gli arriva nel 1964 con Dutchman, fortunatissima pièce teatrale andata in scena per circa un anno consecutivo nei teatri del Village. Ma insoddisfatto del successo, egli inizia un periodo di svolte clamorose, sia dal punto di vista politico che creativo. Aderisce inizialmente al nazionalismo nero, fautore di una rigoroso separatismo razziale, e successivamente abbraccia una posizione marxista e terzomondista che lo porta a rivedere profondamente tanto la sua posizione politica quanto la sua poetica. Abbandonato il nome americano LeRoi Jones e convertitosi all’Islam con il nuovo nome di Amiri Baraka, mantiene nel tempo la sua posizione socialmente impegnata e politicamente comunista, che gli procura non pochi guai con la giustizia americana. Contemporaneamente inizia a modificare la struttura dei suoi testi poetici, aprendola alle suggestioni foniche e trasformandola in una sorta di spartito su cui improvvisare. In questo modo il suo lavoro si apre progressivamente ai modi dell’oralità, valorizzando l’improvvisazione e l’aspetto performativo della parola poetica. Diviene così uno straordinario performer, il cui lavoro, riaffermando continuamente la centralità della musica nera, rappresenta la più convincente realizzazione delle tesi esposte in Blues People.

Mister Baraka, nel settembre 2005, durante un concerto con il gruppo dei Blue Ark lei ha dedicato Creole Love Call di Duke Ellington alla “gente di New Orleans, che non c’è più”. Cosa significa per la comunità afroamericana ciò che è successo in quella città?

Intanto significa una grande perdita per l’umanità, una tragedia di proporzioni inimmaginabili. E poi, parlare di New Orleans è come parlare dell’estetica nera e della storia del popolo afroamericano, perché le cose sono indissolubilmente legate. Il blues è la prima musica post-schiavista, una musica di liberazione. Da lì nasce il jazz. Chi arriva a New Orleans lo sa, perché nel centro cittadino c’è una statua di Louis Armstrong. Eppure sembra che persone come George Bush non abbiano alcuna intenzione di riconoscere l’importanza di questa musica e della cultura che le ha dato vita, visti i ritardi nei soccorsi e i successivi giochi politici sulla sorte della città. Dopo di che queste stesse persone hanno il coraggio di dire che vogliono esportare la democrazia… Ma la sola forma di democrazia che gli Stati Uniti hanno esportato nel mondo è il jazz!.

Lo dicono anche molti jazzmen: il jazz è la sola democrazia realizzata che si conosca.

Certo. Perché la democrazia, come il jazz, è fatta di autodeterminazione e di uguaglianza, e New Orleans era la città dell’uguaglianza. Per questo era la città del jazz, era la capitale dell’estetica blues e dunque dell’estetica nera. Era un bene che andava protetto. E invece c’è stata una volontà antidemocratica che l’ha lasciata volutamente a se stessa, che ha voluto perdere, insieme alla città, un pezzo di storia di una grande cultura.

Eppure anche all’interno della comunità nera c’è chi non riconosce una collegamento così stretto fra il blues e le condizioni storiche e politiche in cui si è svolta la vicenda del popolo afroamericano.

Le ragioni per cui alcuni preferiscono parlare dell’estetica blues separandola dall’estetica nera sta nel fatto che preferirebbero tenete separata la politica dall’estetica. Ma questo non è possibile, perché gli esseri umani sono esseri politici. Il modo in cui noi facciamo arte è strettamente collegato alla nostra vita, per cui la nostra creatività dipende anche dal nostro atteggiamento politico. E l’estetica nera è il prodotto dei sacrifici, delle lotte sostenute dal popolo afroamericano. Come diceva il poeta Amilcar Cabral, io penso che la cultura abbia in sé la capacità di resistenza, e dunque finché un popolo abita la sua cultura ha la possibilità di resistere all’oppressione. Se ci si pensa, dal blues al rhytm and blues al jazz, tutte le musiche afroamericane sono ricerca della libertà. Ma se guardiamo i programmi che propongono le grandi orchestre americane, sembra che gli afroamericani non siano riusciti a produrre nessuna musica di buon livello. Ovviamente non è così. Chiunque sa che il jazz è il più grande apporto americano all’arte del Novecento.

Insomma, come sostiene in Blues People, fra la storia del popolo nero e la storia della sua musica non c’è differenza?

In un certo senso è proprio così. Io l’ho imparato molti anni fa, durante la mia esperienza al college. Allora avevo come insegnante Sterling Brown, un grande poeta. Noi discutevamo spesso, e un giorno egli mi portò a casa sua e mi mostrò un’intera parete del suo studio piena di dischi, perfettamente allineati in ordine alfabetico, e mi disse: “Questa è la nostra storia! “. Io non capii subito cosa volesse dire, anzi, ci ho pensato a lungo… Poi ho capito: Brown voleva insegnarmi che la storia del popolo afroamericano è nella sua musica e non nei libri, e che i cambiamenti della musica rivelano i cambiamenti della gente.

Però, sostenendo queste posizioni lei si è trovato spesso nei guai con il governo americano…
E’ vero. Nel 1967 sono andato in prigione perché avevo scritto una poesia che si chiama Black People, e sono stato condannato perché il giudice ha ritenuto che quella poesia spingesse alla violenza. Secondo lui le persone prima di compiere atti violenti venivano da me, leggevano la poesia e poi dicevano: “Ehi, ecco, adesso possiamo agire…”. E qualcosa del genere è successo anche dopo l’11 settembre, quando ho scritto “Somebody Blew up America” (Qualcuno ha fatto saltare in aria l’America). In questo poema mi chiedo perché molti israeliani non sono andati a lavorare al World Trade Centre quel giorno. Non l’ho inventato io, sono notizie apparse sui giornali. Il fatto è che se in Palestina una ragazza si fa saltare in aria è terrorismo, se l’esercito rade al suolo una scuola invece no… E’ pazzesco. E poi, sarà un caso, ma tutti i nemici di Bush sono di colore: afroamericani, iraniani, irakeni, palestinesi… Chissà perché l’asse del male non comprende il bianco!

Ma ci sono stati diversi riconoscimenti dell’arte afroamericana, anche recentemente. Se non sbaglio il governo americano ha dichiarato il 2003 anno del blues, e per l’occasione si sono anche prodotti alcuni film di autori come Wim Wenders, Martin Scorsese e altri. Che ne pensa?

Penso che i neri l’hanno saputo dalla stampa che era l’anno del blues, e comunque i soldi non sono arrivati a loro ma ai bianchi che hanno fatto i film. In realtà dal blues e dal jazz hanno imparato tutti: registi, musicisti e altri artisti bianchi, ma non lo riconoscono. E se lo fanno, come ad esempio Eric Clapton, va benissimo. Però perché allora loro fanno i soldi e i neri a cui si ispirano continuano a fare il lift d’ascensore?

Vuol dire che non c’è un riconoscimento adeguato della funzione culturale degli afroamericani?

Il riconoscimento talvolta c’è, ma non c’è alcuna distribuzione della ricchezza che deriva dalla creatività nera. Allora noi dobbiamo fare chiarezza, dobbiamo organizzarci perché i nostri artisti più veri siano conosciuti. Per questo recentemente ho lavorato sulle musiche di Curtis Mayfield. A canzoni come People Get Ready o Keep on Pushin’ egli affidava il suo messaggio sociale, per cui esse riflettono bene la grande stagione del movimento per i diritti civili. Anche lui fa parte della rivoluzione culturale che bisogna ancora fare, una rivoluzione necessaria per avere quella libertà che ci è ancora negata. L’avanguardia è anche questo: prendi la tradizione e rivitalizzala, rendila attuale.

Cosa implica questa rivoluzione culturale?

Che bisogna prendere ispirazione dai grandi esempi, per essere artisticamente potenti e culturalmente rivoluzionari. Questo diceva Mao-Tse-Tung: bisogna essere artisticamente potenti e politicamente rivoluzionari. E’ quello che cerco di fare con il mio lavoro.