Banlieues francesi la rivolta si allarga

Sessantotto auto bruciate nella notte tra lunedì a martedì solo a Clichy-sous-bois, diciannove fermi di giovani, tredici arresti, e già tre condanne a due mesi di carcere più sei con la condizionale, per le violenze che da giovedì scorso infiammano un quartiere considerato «sensibile» di questa cittadina della periferia parigina, dove due ragazzini, di 15 e 17 anni, sono rimasti fulminati all’interno di una centralina elettrica nella quale si erano rifugiati. Ma ormai la tensione si è estesa ad altre cittadine del dipartimento della Seine-Saint Denis e oltre, Bondy, Sevran, Aulnay-sous-bois, Neuilly-sur-Marne, Nanterre, dove ci sono stati scontri tra giovani e polizia, mentre l’agitazione sembra ormai invadere anche altre città francesi lontane da Parigi, come Tolosa, Valence, Pau, Lione. E’ la gestione dei problemi sociali nei quartieri difficili da parte del ministro degli interni, il populista Nicolas Sarkozy, che è stata messa in causa ieri, a sinistra – dove le reazioni sono finalmente arrivate, dopo cinque giorni di scontri – ma anche a destra, all’interno dello stesso governo. Per il momento, il primo ministro Dominique de Villepin, tace, ma lascia parlare il ministro della promozione dell’égalité des chances – l’eguaglianza delle possibilità – il sociologo Azouz Begag, l’unico membro dell’attuale governo che conosca personalmente la situazione delle banlieues, essendo nato in un bidonville alla periferia di Lione e avendole studiate nelle sue ricerche. «Contesto il metodo di lasciarsi prendere da una semantica guerriera, imprecisa» ha affermato condannando Sarkozy, che ancora ieri, dopo aver definito nei giorni scorsi «gentaglia» e «delinquentelli» i giovani delle banlieues, che vanno «ripulite al kärcher» (dal nome di una marca di uno strumento per pulire ad alta pressione). Il primo ministro ha anche aperto un altro fronte e sbandierato la sua volontà di «sbattere fuori gli hooligans dagli stadi». Dopo alcuni recenti episodi di disordini è allo studio la possibilità di attribuire ai prefetti il potere di vietare l’ingresso negli impianti alle persone considerate pericolose, una misura che potrebbe assomigliare alle «diffide» da tempo in vigore in Italia.

La bomba lacrimogena che è scoppiata all’interno di una moschea ha introdotto esplicitamente un nuovo elemento nella dinamica degli scontri, iniziati con una rivolta di giovani choccati dalla morte di due di loro, perché scappavano dalla polizia che aveva avviato – cosa abituale – un «controllo di identità» in un quartiere sensibile: la questione dell’apparteneneza comunitaria. Per calmare i giovani, a Clichy-sous-bois, sono scesi in campo dei «fratelli maggiori» legati alla moschea. «L’80 per cento degli abitanti di Clichy sono musulmani – spiega uno di loro – se siamo noi a parlare, ci ascoltano, possiamo riportarli alla ragione. L’islam condanna la violenza, che si tratti di bruciare le macchine o delle aggressioni contro una moschea». L’episodio della bomba lacrimogena nella moschea ha fatto aumentare di molto la tensione. «E’ un tiro voluto, non un errore – dicono a Clichy – adesso se la prendono con la moschea, domani verrano dentro le nostre case».

Il sindaco socialista di Clichy-sous-bois, Claude Dillain, cerca di calmare gli animi. A sinistra, le reazioni sono finalmente arrivate, ma a parte la condanna dell’irresponsabilità di Sarkozy, la prudenza domina su un tema sensibile come quello della «sicurezza» e del «rispetto della legalità». «Il sarkozismo non funziona» ha detto Dominique Strauss-Kahn, candidato alla candidatura all’Eliseo per il 2007 e sindaco di Sarcelles, un comune della periferia parigina. Per Laurent Fabius, altro candidato alla candidatura, le violenze di Clichy-sous-bois sono «inaccettabili, inammissibili, intollerabili» ma la colpa è del governo, che ha abolito i poliziotti di quartiere. Per il portavoce del Ps, Julien Dray, «Sarkozy confonde la fermezza reale con la fermezza televisiva. Siamo in piena politica spettacolare, dove vengono preferiti gli effettacci al lavoro serio e paziente». Secondo Dominique Soro, presidente di Sos Racisme, oggi ci sarebbe bisogno di «un piano di investimenti massiccio» nei quartieri in difficoltà, «non solo case, ma anche investimenti per la gente, per rompere la ghettizzazione». Per la segretaria del Pcf, Marie-George Buffet, «gli abitanti della Seine-Saint Denis ne hanno abbastanza di vedere il ministro degli interni venire e ripartire dopo aver profferito minacce e promesse».