Banlieue, i numeri della rivolta

Sulla rivolta delle banlieus francesi si sono fatte finora poche analisi circostanziate, basate cioè su inchieste e dati certi. La maggior parte dei commenti si è basata su valutazioni soggettive, su categorie spesso pregiudiziali e “ideologiche” – come l’iscrizione della rivolta alla guerra di civiltà degli islamici contro l’occidente – o su posizioni provocatorie come la “feccia” di cui ha parlato il ministro dell’interno francese, Sarkozy. Un contributo analitico più concreto, invece, viene dal supplemento economico del quotidiano francese Le Monde che in un dossier apparso ieri cerca di spiegare le ragioni che sottendono la protesta. Già il titolo dello speciale è indicativo della volontà di mettere al bando le semplificazioni per cercare qualche risposta nei numeri: “Le cifre che spiegano la rivolta dei figli degli immigrati” è infatti un dossier che si basa su alcuni studi recenti. Studi scarsi, spiega il giornale francese, perché la legge impedisce di fare analisi dettagliate sulla base di criteri etnici. Eppure qualche dato si trova, come quelli individuati da tre ricercatori dell’Istituto nazionale di studi demografici (Ined) in uno studio titolato “Mobilità intergenerazionale e persistenza delle disuguaglianze”. La ricerca mette in evidenza quello che è visibile a occhio nudo e cioè che «l’accesso al lavoro è molto più difficile quando ci si chiama Mohamed piuttosto che Quentin».
Richiamandosi a uno studio del 1991 del sociologo Eric Maurin in cui si metteva in risalto la “spirale di precarietà” di cui soffre la manodopera immigrata, i tre ricercatori riscontrano una situazione analoga al giorno d’oggi. I figli degli immigrati restano esposti al rischio della disoccupazione e della precarietà in misura quasi doppia rispetto ai figli dei francesi: «Avere un’origine non europea costituisce un handicap sul mercato del lavoro che non viene eliminato dall’accesso alla nazionalità francese».

Questa constatazione viene confermata da un analogo studio compiuto da due ricercatori dell’Insee (Istituto nazionale di Statistica e di Studi Economici): «I giovani francesi di origine maghrebina sono due volte e mezzo più disoccupati dei giovani francesi di origine francese, quale che sia il loro livello di istruzione» recita il rapporto di Denis Fougére e Julien Pouget. Da qui l’insistenza dei giovani dei quartieri popolari nel rifiutare il termine “integrazione”: «Siamo figli della Francia che reclamano soltanto il diritto a essere inseriti economicamente e socialmente».

Le differenze e gli scarti esistenziali sono ancora più chiari se si guarda alla posizione complessiva nel mercato del lavoro per i figli della “seconda generazione” in base al paese di origine dei genitori (dati dell’Insee del 1999). Se il tasso medio di impiego per i “nativi” maschi (persone nate in Francia da genitori anch’essi nati in Francia) è dell’88.3% con un tasso di disoccupazione del 10.1 e uno di inattività dell’1.6%, per i figli di genitori nati in Algeria il tasso di impiego scende al 74.6 e quello di disoccupazione raddoppia al 23.2%. Analoga situazione per i nati in Marocco-Tunisia (79% contro il 19,4% di disoccupazione), per quelli dell’Africa sub-sahariana (78.2 contro 19.4) o della Turchia (74.4 contro 21.2%). Questi tassi salgono di molto se si analizza la condizione delle donne. Qui, rispetto a una percentuale di disoccupazione del 13.5% per le figlie di genitori francesi (a cui va aggiunto un tasso di inattività del 12.2%) si passa al 29.4% per le figlie di genitori nati in Turchia – a cui si accompagna un tasso di inattività del 31.2%, con un tasso di impiego quindi bassissimo al 39.4%), e a tassi di disoccupazione analoghi a quelli dei maschi per quanto riguarda Algeria, Marocco-Tunisia, Africa sub-sahariana ma con tassi di inattività molto più elevati (13.1% nel primo caso, 11.9 nel secondo e 9.8 nel terzo).

Se il tasso di esclusione sociale è dunque definito chiaramente dai rapporti tra impiego e disoccupazione quello che deriva dall’effettivo inserimento nel mercato del lavoro è molto più ambiguo e ibrido ma non meno escludente. Anche in questo caso i dati sono scarsi, le statistiche non redatte o molto incomplete. Ma cercando bene si scopre, ad esempio, l’esistenza di vere e proprie “nicchie etniche” come appare nell’inchiesta di “Migrations/Etudes” del marzo 2004. Ci sono i settori in cui i giovani figli degli immigrati sono “poco visibili” o “invisibili” (telemarketing, cucine, grande distribuzione); quelli in cui «il rapporto di etnicizzazione è particolarmente forte»: sicurezza, pulizia, lavoro sociale. E poi quelli più faticosi e “più sporchi”, che necessitano della più ampia “flessibilità”: industria, manutenzione, servizi alle persone. Insomma un inserimento che colloca quei giovani nel gradino più basso della scala sociale con il portato di frustrazione e risentimento immaginabili. Ma soprattutto con la difficoltà a immaginare un futuro migliore, migliore di quello dei propri genitori.

Un dato che si riflette nelle condizioni di vita e di reddito anche in questo caso recensite dagli studi dell’Insee. Il reddito delle famiglie dei giovani figli di immigrati è mediamente inferiore del 20% di quello di famiglie non immigrate mentre oltre il 20% di famiglie immigrate il cui capo famiglia è originario del Maghreb o della Turchia vivono al di sotto della soglia di povertà (che è di 602 euro al mese) rispetto a una media “francese” del 6,2%. Inoltre gli immigrati abitano alloggi fatiscenti, il 40% delle famiglie maghrebine vive in condizioni di sovraffollamento (contro il 5% tra i non immigrati) e ricorrono molto meno ai medici sebbene solo il 60% si ritenga in buona o ottima salute (contro il 71% tra i non immigrati). In queste condizioni anche vestire o consumare più di due pasti al giorno può diventare un problema. Il dossier di Le Monde cita la testimonianza di un’operatrice del Soccorso cattolico di un quartiere dell’Essonne: «Nessuno dei ragazzi porta vestiti di marca, anzi in famiglia c’è una sorta di rotazione: un giorno vedi una ragazza con un jeans e il giorno dopo lo vedi indosso a suo fratello. Nessuno ha niente per sé e a 16-17 anni è dura vivere così». Problemi anche per mangiare: «I giovani mangiano tutti i giorni – assicura la stessa operatrice – ma poco, un pasto al giorno e spesso quello della sera».

La conclusione è scritta nella premessa di questo rapporto: quale che sia la condizione effettiva dei giovani figli di immigrati, il tasso di disoccupazione o qualità dell’impiego e della propria vita, quello che è certo è che la “seconda generazione” non ha quasi mai l’opportunità di vivere meglio dei propri genitori. La rivolta nasce in gran parte proprio da questa constatazione.