Bangladesh, le fabbriche della morte ancora prosperano

Abdul Salam aveva 18 anni, e lavorava da appena 39 giorni al settimo piano del palazzone fatiscente che a Dhaka ospitava la Spectrum, fornitrice di alcune grandi catene di distribuzione e firme della moda europee come Carrefour e Zara. Era contento, Abdul, di quel lavoro: gli fruttava 170 taka al giorno, poco più di due euro, con i quali poteva aiutare il padre, cuoco, a tirare su il fratello di 10 e la sorellina di 6 anni. L’11 aprile del 2005 la Spectrum Sweater Ltd, e l’annessa Shahriar Fabrics Ltd., crollò, sotto il peso delle macchine e dell’incuria. Esattamente un anno prima della sconvolgente serie di incidenti che ha ucciso centinaia di lavoratori in Bangladesh, Abdul muore sepolto sotto le macerie. Lo ritrovarono solo quattro giorni dopo. La mamma di Abdul – dobbiamo chiamarla X, perché le security dell’area industriale non amano chi parla con gli stranieri, e sono inspiegabilmente molto ben informati di tutto quello che si dice e scrive in giro per il mondo – il 3 maggio riceve la strana visita di signor molto distinti. Si qualificano come emissari della “Bmgea”, associazione degli imprenditori tessili del Bangladesh. Vengono per offrirle un bell’assegno da 79mila taka, 959 euro, cui dicono di poterne aggiungere altri 21mila, insieme all’offerta di un posto di lavoro per un familiare. In cambio chiedono il silenzio
Nella stessa zona vive Y, operatore di macchina, che aspettava di prendere una piccola pausa per bere proprio quando il soffitto cominciò ad ondeggiare. “Qualcosa mi è caduta in testa – racconta – ed è diventato tutto nero. Mi sono svegliato a faccia in giù, sentivo qualcuno che gridava mamma, e quando ho cominciato a battere con un bastoncino sulle macerie, i soccorritori si sono accorti di me”. Y è rimasto in ospedale per cinque giorni, dovendosi pagare tutti i farmaci da solo. “Qualcuno dell’azienda si è fatto vedere in corsia, ma poi sono spariti tutti, e dopo meno di un anno la sorte ha voluto che un’altra serie di incidenti mortali uccidesse altri operai tessili, e sempre in Bangladesh”.
Il 23 febbraio di quest’anno la KTS Textile Industries, installata in 4 piani affollati a Chittagong, prende fuoco a causa probabilmente di un corto circuito: 54 morti e 60 feriti secondo il bollettino ufficiale; ma erano più di mille i lavoratori presenti in azienda alle sette di sera, al momento dello scoppio e le porte, secondo loro, erano chiuse a chiave. L’azienda produceva per imprese statunitensi come Uni Hosiery, Mermaid International, Att Enterprise e Vida Enterprise Corp. In quei giorni le autorità locali sequestrarono altre tre aziende collegate (Vintex Fashion, Cardinal Fashion e Arena Fashion), con l’accusa di misure di sicurezza inadeguate e assenza di autorizzazioni alla costruzione.

Il 25 febbraio, però, muoiono altre 19 persone e 50 rimangonoferite nel crollo di un edificio di 5 piani a Dhaka. Il Phoenix Building nella zona industriale di Tejgaon implode in seguito alla ristrutturazione non autorizzata. Si volevano trasformare i piani superiori, che ospitavano uffici e varie imprese inclusa una tessile, in un ospedale privato con 500 posti letto. Nell’edificio al momento del crollo c’erano 150 lavoratori edili e un numero imprecisato di lavoratori tessili. La polizia ancora sta cercando il proprietario dell’edificio Deen Mohammad, chairman del Phoenix Group e della City Bank del Bangladesh. La Phoenix Garments esporta abbigliamento principalmente in Europa. Lo stesso giorno a Chittagong, 57 lavoratori del Gruppo Industriale Imam, rimangono feriti a causa dell’esplosione di un trasformatore, 4 sono in condizioni critiche. A poche settimane di distanza va a fuoco anche la Saiem Fashion, fabbrica a 35 chilometri da Dhaka che ospitava anche la SK Sweater e la Radiance Sweater, tutte al lavoro per marchi statunitensi. Si parla di tre donne uccise e più di 50 tra feriti e ustionati, in prevalenza donne, che non sono riuscite a guadagnare le uscite, bloccate da scatoloni.

“Tutte tragedie annunciate. Ancora una volta uomini e donne muoiono per cucire i vestiti che indossiamo”, dichiara Deborah Lucchetti della “Campagna Abiti Puliti”, membro della coalizione internazionale “Clean Clothes Campaign” che da anni denuncia i rischi legati alla totale insicurezza dell’industria tessile in Bangladesh. “La ricerca della massima competitività nel mercato globale spinge le imprese a ridurre al minimo i costi, provocando l’erosione continua dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici collocati alla fine della filiera produttiva”. Eventi come questi “mettono in luce il totale fallimento della capacità delle imprese, a livello nazionale ed internazionale, di garantire luoghi di lavoro sicuri – conclude Lucchetti – Riteniamo che tutti coloro che hanno avuto rapporti di collaborazione con le imprese in questione, debbano farsi avanti e assumersi la responsabilità di sostenere un percorso che metta la parola fine a morti insensate come queste”. La campagna Abiti Puliti insieme alla società civile internazionale chiede cure gratuite e risarcimenti decenti per le vittime e le loro famiglie. Per gli imprenditori locali chiede arresto e processi, per i loro committenti internazionali il coinvolgimento in piani di lavoro e sicurezza. Tutti gli aggiornamenti possono essere trovati su www. abitipuliti. org