Banche e armi, in atto una lenta separazione

Un comitato di controllo, composto da banche, sindacati, enti locali e società civile, sugli istituti di credito e sulle esportazioni di armi. Ecco la proposta concreta uscita alla fine dal convegno organizzato ieri nel palazzo della Provincia di Roma dalla campagna Banche Armate. Ed una prima importante adesione, “Missione Oggi”, “Nigrizia” e “Mosaico di Pace”, le tre riviste che hanno dato vita alla campagna nel 1999, e che ieri hanno organizzato il seminario insieme all’Associazione Finanza Etica e a Regione Lazio, Comune e Provincia di Roma, l’hanno già acquisita: quella di Carmine Lamanda, direttore generale di quella Capitalia che fino al 2004 è stata fra i principali finanziatori dell’esportazione di armi.
In quell’anno infatti Capitalia aveva stanziato ben 396 milioni di euro per 107 autorizzazioni in diversi Paesi, molti anche ben noti per la loro instabilità politica e sociale, come Cina e Taiwan, India e Pakistan, Tunisia e Israele. Ma ieri è stato proprio Lamanda, l’unico direttore di banca presente all’incontro, a indicare la via del futuro: «Nel 2005 Capitalia ha ridotto del 70% i finanziamenti per l’esportazione di armi e ha adottato un codice interno che considera ammissibili solo operazioni che riguardano attività non offensive, quali i sistemi di radaristica, l’avionica, i sistemi di trasmissione satellitare, la cantieristica navale e i carri non armati per trasporto truppe». Sulla scia di Capitalia altri istituti hanno rivisto le loro strategie in materia: Unicredit ha ridotto nel triennio dal 2002 al 2004 la propria partecipazione al 5, 7% del totale dei finanziamenti, Banca Intesa è arrivata al 6, 7%. Partivano rispettivamente da 33, 1% e 18, 5%. Se queste tre banche hanno diminuito la loro partecipazione nel commercio degli armamenti, altre – secondo i dati raccolti dai promotori di Banche Armate – cercano di prenderne il posto: il San Paolo Imi infatti è passato dal 6, 1% del triennio 1999 – 2001, al 20, 2% di quello successivo; così come Antonveneta che si affaccia in questa graduatoria per la prima volta nel 2004, con un investimento di 121 milioni di euro. Per chi entra c’è anche chi ne esce definitivamente: è il caso del Monte dei Paschi di Siena.

Insomma, diminuiscono le banche armate e aumentano quelle responsabili: «E’ veramente un bel risultato per chi lavora da anni su questi temi, che ci sprona a proseguire su questa strada, estendendo la pressione a livello europeo, coordinandoci con le associazioni già attive nel settore» ha dice Giorgio Beretta, coordinatore della campagna.

Chi ha toccato invece il record in negativo è il governo Berlusconi che per il 2004 ha stanziato alle banche autorizzazioni all’esportazione di armi per un valore complessivo di un miliardo e 300 milioni di euro, quasi il doppio rispetto alla media (circa 690 milioni) dei tre anni precedenti. E nella lista delle 690 autorizzazioni concesse ci sono ben 65 Paesi destinatari di armi italiane. Allo stesso momento, in Parlamento circola pericolosamente un disegno di legge di modifica della 185 del 1990, una delle più grosse conquiste del movimento contro i «mercanti di morte». Infatti, secondo quella legge, una delle più severe in materia a livello internazionale, il presidente del Consiglio deve presentare alle aule una relazione dettagliata su perché, a chi, quali e quante autorizzazioni all’esportazioni di armi ha rilasciato. Inoltre la legge vieta l’esportazione verso quei Paesi in conflitto, con conflitti interni o regionali, paesi che violano i diritti umani e paesi poverissimi, che invece sono tutti presenti nelle liste degli ultimi anni. «Invece di essere fiero delle decisioni di importanti istituti di credito privati, il governo vuole modificare questa legge» sono le parole preoccupate di padre Carmine Curci (Nigrizia), padre Nicola Colasuonno (Missione Oggi) e don Renato Sacco (Mosaico di Pace).