Banca mondiale paga il Muro

Con il pretesto di «favorire i palestinesi», l’organismo finanzia la barriera dell’apartheid
Soldi per i checkpoint Per favorire, dicono, il transito dei palestinesi. Israele, ovvio, è d’accordo. Tragico che anche i palestinesi lo siano. Rassegnati al fatto che la colata di cemento condannata dalla Corte dell’Aja sia ormai definitiva

L’industria del processo di pace si è riunita ieri a Londra promettendo al presidente palestinese Abu Mazen finanziamenti e assistenza ad ogni livello. Anche la Banca mondiale «è pronta a fare la sua parte»: contribuendo però al riconoscimento di fatto del muro che Israele sta costruendo in Cisgiordania, nonostante la condanna del luglio scorso dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Con il pretesto di voler aiutare i civili palestinesi gravemente danneggiati dal muro in via di completamento, i funzionari della Banca mondiale pensano di allestire posti di blocco e transiti, da un versante all’altro del muro, con finanziamenti da destinare ai palestinesi. Quesi ultimi in sostanza utilizzerebbero i fondi ricevuti per «migliorare» una iniziativa unilaterale israeliana che hanno sempre respinto con forza. La Bm ha spiegato che la strada percorribile è solo questa perchè Israele, paese sviluppato con un elevato reddito pro-capite, non puòricevere finanziamenti. «Quello che abbiamo in mente è la costruzione di un paio di punti di transito lungo il percorso del muro – ha spiegato alla agenzia Inter press service Markus Kostner, coordinatore dei programmi della Bm in Cisgiordania e Gaza -. Israele ci ha detto sì e aspettiamo ora le risposte palestinesi. Soltanto loro potranno diventare i destinatari della nostra proposta».

I transiti avranno lo scopo di accellerare i movimenti delle persone e delle merci da una parte all’altra del muro, sotto la stretta sorveglianza di Israele, naturalmente. «Il progetto migliorerà le procedure a beneficio dei palestinesi e, allo stesso tempo, contribuirà al mantenimento delle misure di sicurezza per Israele», ha detto Kostner, aggiungendo che l’approvazione del piano dovrebbe avvenire entro giugno. L’entità del finanziamento non è stata ancora resa nota. I palestinesi sostengono di seguire con attenzione l’evolversi della vicenda. Di fatto però in casa Anp il muro in Cisgiordania viene visto come un fatto ormai immodificabile. «La nostra linea è chiara, se questo progetto non andrà a scapito dell’aiuto al nostro popolo, allora lo prenderemo in considerazione», ha affermato Hassan Abdel Rahman, responsabile della missione palestinese a Washington. Parole che non soprendono. Già al forum economico di Davos il ministro delle finanze Salam Fayad aveva discusso di «miglioramenti» della barriera, con il vice premier israeliano Shimon Peres, allo scopo di alleviare i disagi per la popolazione.

Il muro non turba la nuova classe dirigente palestinese ma suscita le proteste di tanti altri in giro per il mondo.«La Banca mondiale deve sapere che finanziando la costruzione di posti di blocco israeliani fuori dal territorio dello Stato ebraico commette una grave violazione della legalità internazionale», ha denunciato Terry Walz del «Consiglio per l’interesse nazionale», un gruppo che osserva la politica statunitense e internazionale verso Israele e i palestinesi. «Far pagare ai palestinesi questi lavori è davvero grave, visto che non hanno nulla a che vedere con la costruzione del muro», ha aggiunto Walz. Le cose però vanno avanti, nonostante le proteste. Tre settimane fa una delegazione ufficiale israeliana, guidata dall’ex generale Baruch Spiegel, è andata negli Stati uniti per spiegare dove verranno aperti i transiti che avranno l’aspetto di veri e propri terminal di frontiera, come quello di Erez, tra Gaza e Israele. Washington ha dato la sua disponibilità ad utilizzare una parte dei 350 milioni di dollari promessi da George Bush ad Abu Mazen, per la costruzione dei posti di blocco. Questa decisione ha suscitato la protesta di «Americani per Pace Adesso» che ha ricordato come gli Usa sino ad oggi abbiano evitato di dare fondi che, sebbene in modo indiretto, sostengono la colonizzazione israeliana dei Territori occupati palestinesi: «La costruzione dei punti di transito inoltre aggrava il sospetto che il muro sia un progetto permanente e non temporaneo come il governo Sharon afferma»

Ma non è finita qui. La rivista economica israeliana Globes lo scorso 15 febbraio, ha riferito che il vice presidente della Bm per il Medio Oriente e il Nord Africa, Christian Poortman, ha annunciato il finanziamento di progetti in territorio israeliano, come una linea ferroviaria tra Gaza e il porto di Ashdod, «per aiutare i palestinesi». Intanto il quotidiano Haaretz, ha riferito qualche giorno fa che nei Territori occupati, destinati a diventare «riserve pacificate», l’esercito ha distribuito ai coloni israeliani adesivi con la scritta «residente» da attaccare sull’auto. In questo modo potranno superare i controlli in pochi attimi. I palestinesi, i veri residenti, invece dovranno mettersi in fila ad ogni check-point allestito sulla loro terra dalle forze di occupazione.