Bamako, l’Africa che si ribella si mette in marcia

Bamako [nostro servizio] – Il risveglio dell’Africa ha il ritmo dei tamburi del Burundi che hanno accolto i manifestanti allo stadio Modibo Keita (dal nome del primo presidente rivoluzionario del Mali) all’arrivo del corteo. Ha il colore dei tessuti della «cotonade» tradizionale intessuta e tinta dalle donne dei villaggi. Ha i mille volti di un continente che rivendica «l’uscita dalla marginalizzazione» e reclama il suo spazio nel mondo globale. Sono i bambini di Bamako che prendono la testa del corteo con le loro capriole e le magliette strappate mentre agitano le gambette al ritmo delle percussioni. Sono i contadini che non chiedono altro che una vita dignitosa e che vogliono che il loro cotone sia pagato di più. Sono i sarti con le loro macchine per cucire o gli arrotini fermi e attoniti ai bordi delle strade davanti a tutta questa energia. E’ uno striscione che recita «un altro mondo è possibile» ai piedi della collina dov’è sito il palazzo presidenziale. Sono le società civili dai quattro angoli del continente – dallo Zimbabwe alla Somalia, dal Niger al Maghreb – per la prima volta apertamente insieme. Sono gli ultimi che per un giorno chiedono al mondo di essere ascoltati. Le statistiche della tragedia di un mondo liberista globalizzato, che non tiene di nessun conto chi resta indietro, che hanno preso vita e ci ballano sfacciatamente in faccia.
Nelle parole semplici ed in Bambarà di Fanta Diarra, una contadina che con il suo discorso inaugurale ha aperto il Forum, sono condensate tutte le contraddizioni e le tragedie dell’Africa. «Siamo fieri che ci sia finalmente data la possibilità di parlare al mondo e cogliamo l’occasione per denunciare la politica delle sovvenzioni che uccidono le nostre comunità». Tre milioni di contadini nell’Africa occidentale che vivono grazie al cotone pagato alla misera cifra di 123 Cefa al chilo (meno di venti centesimi di euro) a causa dei 350 miliardi di dollari di sussidi ai nostri produttori. «Ci avevate detto che con le culture da esportazione saremmo usciti dalla povertà, mentre adesso siamo come un pollo con la lama alla gola» reclamava dal palco Fanta. Con lei centinaia di altri contadini venuti dai villaggi a denunciare, nella loro eclatante miseria, la loro condizione.

Ma era tutta l’Africa ieri ad essere in marcia. Dalla mattina, quando sono cominciate le registrazioni dei partecipanti al primo Forum Sociale Africano al Palazzo della Cultura, è stato un continuo via vai di colori, lingue, canti e danze. Ogni carovana che arrivava celebrava il proprio arrivo ballando. Tutti volevano fare di questo un giorno di festa, e cosi’ è stato. Associazioni rurali e altermondialiste, chi difende il diritto all’acqua e chi chiede servizi sociali gratuiti per tutti, i saharaoui che chiedono il rispetto delle risoluzioni dell’Onu e pretendono la fine di 31 anni di occupazione sventolando le bandiere della Rasd (Repubblica Araba Democratica Saharaoui, il governo in esilio ndr) a pochi metri da una comitiva di marocchini, chi reclama lo spazio per le medicine tradizionali e chi, come un splendida ragazza dalla Guinea, inscena un canto ed un poesia d’a more per il suo paese e per l’Africa intera. «Siamo soltanto cinquanta giovani da Conakry, ma siamo pronti a dare le nostra vita per cambiare il nostro continente», raccontava Moussa Kaba, membro di un’organizzazione di giovani guineani.

Il Forum Sociale di Bamako è anche e soprattutto questo: una vetrina per le giovani generazioni africane. Ragazzi e ragazze che hanno dedicato il loro spazio alla figura di Thomas Sankara. Il rivoluzionario burkinabè fu artefice, a partire dal 1984 e sino al suo assassinio nel 1987, di un processo di riforma delle politiche di sviluppo nel suo paese, di denuncia in anticipo sui tempi di questioni come quella del debito e che credeva fermamente che «il nostro solo modo di vivere degni e puri è di vivere all’africana, produciamo quello che consumiamo». Slogan che era possibile ritrovare negli striscioni lungo il corteo. Segno che la memoria dell’Africa sa rendere ancora omaggio ai suoi eroi.

Questo è anche un Forum dalla forte impronta femminile: il discorso di una donna lo aperto, un’altra lo ha organizzato ed uno spazio, l’Universo delle donne, sarà a loro interamente dedicato. Aminata Traorè, ex ministra della cultura del Mali e intelluttuale a tutto tondo che scrive lette re aperte ai presidenti francesi per dire no al neo-colinialismo liberista, ha messo in piedi in soli cinque mesi una kermesse che nei prossimi tre giorni inscenerà oltre seicento seminari per i previsti 30mila partecipanti. Donne che nei giorni precedenti l’inaugurazione preparavano i seminari su questioni come quella del micro-credito. Mamasite colorate africane in cerchio per denunciare la distruzione di nuclei familiari e l’impoverimento provocato da uno strumento utili, ma la cui applicazione attuale non risponde alla realtà africana. Altre che discutevano dei balli e delle danze per la cerimonia di apertura.

Questo è stato anche uno sforzo collettivo di tutti i maliani (paese che milita accanitamente agli ultimi posti delle classifiche di sviluppo), dagli artisti alle oltre 300 associazioni coinvolte; ognuno ha portato il suo contributo per fare sì che «l’Africa vincesse la sua duplice sfida: quella di ospitare un evento internazionale e quella di portare i propri contenuti all’attenzione del movimento», come diceva ieri mattina durante una conferenza stampa Ahmadou Goita del comitato organizzativo del Forum. Saranno oltre duemila i partecipanti ospitati da famiglie maliane. «Siate come a casa vostra» era il benvenuto che ieri rimbombava dagli altoparlanti dello stadio Modibo Keita per l’occasione invaso dai cammelli che portavano lo striscione del commercio equo e solidale e dalle maschere dei Dogon e il loro seguito di cacciatori e altre figure tradizionali della mitologia del villaggio africano. «Perchè oggi noi vogliamo rivendicare e promuovere la nostra cultura tradizionale», chiedeva dal palco Fanta, la contadina.

Il Forum sociale africano è diventato a tutti gli effetti una vetrina della cultura africana più autentica. Spettacoli di avanguardia che si mischiano ai feticci dei bambarà, suoni di musica tradizionale che si sovrappongono – con gli stessi strumenti – a distorsioni sonore, edifici costruiti modulando le innova zioni tecniche alle formule tradizionali e quartieri che sembrano disegnare un’urbanistica africana utopista. In un paese che è stato la culla della cultura in Africa occidentale (con l’impero mandingo di Soundiata Keita nel 13mo secolo) si stanno sperimentando delle soluzioni per un altro mondo. Il futuro possibile è partito ed è guidato dagli ultimi.