Balcani, vuoto a perdere

Mentre resta ancora in attesa della risposta degli storici il quesito se la Jugoslavia sia morta di morte naturale, sia stata assasinata, si sia suicidata o altri l’abbiano «suicidata», la sua lunga disintegrazione ed agonia nel 2005 celebra i suoi anniversari. Nella geopolitica degli anniversari si ricordano infatti questo anno gli inizi di due «protettorati»: quello ormai decennale in Bosnia Erzegovina e i sei anni del protettorato sul Kosovo. E’ probabilmente inutile, a questo punto, chiedersi se l’Europa non avrebbe fatto meglio, nel proprio interesse, a cercare di salvare quell’elemento di stabilizzazione e integrazione tra i popoli rappresentato dalla Jugoslavia, invece di trovarsi di fronte una serie di nuovi Stati su base etnica, a volte pseudo-Stati o protettorati, quale sanguinoso frutto della «primavera dei popoli ex-jugoslavi».

Nel novembre di dieci anni fa gli accordi di Dayton ponevano fine ai combattimenti in Bosnia , dopo anni di scontri sanguinosi, che, in una fase, avevano assunto il carattere di bellum omnium contra omnes. Caratteristica di un accordo diplomatico, con elementi di un trattato internazionale e perciò del tutto atipico, fu la pretesa di imporre anche un modello di sistema costituzionale. E’ nata così una complessa macchina politico-burocratica che conta quattro presidenti, tre primi ministri, tre parlamenti, più di cento ministri, due eserciti e 14 livelli di governo. Anche se alcuni risultati positivi sono stati raggiunti, soprattutto per quanto riguarda i profughi (circa il 50% ha trovato una sistemazione), la macchina statale si presenta come elefantiaca, costosissima e spesso inefficace. Inoltre, secondo quasi tutti gli analisti politici, è innegabile che la Bosnia accoglie tre popolazioni ancor oggi, in gran parte, etnicamente divise tra loro e la pacificazione è ancor oggi garantita dalla presenza di un contingente di truppe, attualmente della UE.

Un Alto protettore, non eletto

Nel quadro di sviluppo democratico del paese – institution building – è stata prevista la figura dell’Alto rappresentante della comunità internazionale (non eletto), che può licenziare politici locali (eletti), sospendere o cassare leggi approvate dai Parlamenti (eletti) e imporre decreti con valore di legge.

Il decennale potrebbe essere un’occasione per fare il punto della situazione e vedere se non sarebbe forse il caso di proporre nuove soluzioni equilibrate e che non danneggino nessuno dei gruppi etnici. Sarebbe forse proficuo rileggere le proposte formulate dalla comunità internazionale precedentemente a Dayton – piano Cutillero, piano Owen- Stoltenberg, in entrambi i casi iniziative europee, rifiutate in circostanze non ancora del tutto chiarite. Secondo Lord Owen, nel suo libro Odissea balcanica, gli americani avrebbero sabotato il suo piano per spostare la sede negoziale nella base militare di Dayton, per attribuirsi – a scopi lettoralie – il merito di aver concluso la guerra.

A differenza della Bosnia, che ha istituzioni sui generis che convivono con forti elementi di protettorato, il Kosovo, a più di sei anni dalla fine della guerra (giugno 1999) continua a vivere sotto un classico protettorato internazionale (Unmik/Kfor).

Negli ultimi mesi sono state avanzate varie proposte per una soluzione definitiva. Dopo anni in cui ci si è trincerati dietro la formula «prima standard, poi status» che ha garantito un pessimo status quo della regione, per il Kosovo, che vive in una sorta di «buio mediatico», si prifilano oggi i primi segni di un rinnovato interesse internazionale. Il 24 ottobre le Nazioni Unite, dopo la discussione al Consiglio di Sicurezza, hanno deciso di aprire formalmente il negoziato per definire lo status della provincia.

Prima di entrare nel merito delle possibili soluzioni, a questo punto vale forse la pena di ricapitolare brevemente come si à giunti all’attuale situazione.

La guerra, che, alla fine di marzo del 1999, gli strateghi della Nato avevano previsto di breve durata (3, 4 giorni) si è conclusa dopo 78 giorni di intensi bombardamenti e dopo la sigla a Kumanovo di un accordo tra forze militari jugoslave e Alleanza atlantica. In Kosovo il ritiro dell’esercito di Belgrado è stato accompagnato dall’entrata contemporanea delle forze della Nato e delle milizie dell’Uck.

E’ indubbio che, se di «pulizia etnica» degli albanesi non si poteva parlare prima dell’inizio della guerra, la campagna aerea ha scatenato rappresaglie dei serbi contro gli albanesi, che naturalmente non possono essere giustificate con la brutalità dei bombardamenti stessi (che hanno colpito infrastrutture civili- ospedali, scuole, acquedotti, ponti, centrali elettriche, ecc., hanno causato la morte di donne e bambini, facendo uso di armi vietate da molte Convenzioni internazionali…).

Dopo la «liberazione» del Kosovo, è iniziata una «pulizia etnica» in senso opposto: il 90% della popolazione non albanese è stata costretta a lasciare il Kosovo e non ha ancora potuto farvi ritorno, ad onta di tutte le promesse e le garanzie della «comunità internazionale»; inoltre i luoghi santi della regione sono stati distrutti (finora 150 chiese e monasteri ortodossi). Si tratta delle testimonianze medievali del Cristianesimo serbo, culla dell’identità nazionale, oltre che patrimonio dell’Umanità secondo l’Unesco.

Molti osservatori concordano nel riconoscere che la situazione economica e dei diritti umani in Kosovo è attualmente per molti versi peggiore di quanto non fosse sei anni fa. ( Su questo tema si veda l’articolo del generale Fabio Mini, a lungo Comandante Nato in Kosovo, F.Mini, «Kosovo Roadmap», Limes, 2004/2).

Un trucco gli accordi di Kumanovo?

La definizione dello status finale non potrà non tener conto del documento che ha concluso la guerra del 1999: la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 10 giugno, di cui fanno parte integranti gli accordi tecnico-militari di Kumanovo. Nei documenti vengono confermati esplicitamente «sovranità e integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia» e «una sostanziale autonomia del Kosovo». Le conclusioni del G8 del 6 maggio 1999, così come l’accordo stipulato grazie alla mediazione di Ahtisaari e Chernomyrdin, e accettato dall’Assemblea nazionale serba il 3 giugno, prevedevano ugualmente l’integrità territoriale della Jugoslavia. La guerra non avrebbe potuto essere conclusa il 10 giugno senza questo riconoscimento dell’integrità del paese. Riconoscere ora l’indipendenza del Kosovo sarebbe come ammettere che si è arrivati alla «vittoria» della più grande potenza militare della storia contro un piccolo paese grazie ad un abile trucco diplomatico.

Ma come trovare una soluzione partendo da un documento che attribuisce de jure la sovranità sul Kosovo alla Jugoslavia ( e alla Serbia), mentre de facto ha trasformato la regione in un protettorato militare della Nato e sotto amministrazione dell’Unmik-Nato qualsiasi soluzione credibile, dal punto di vista della legalità internazionale, deve basarsi sulla risoluzione Onu e può scaturire solo dal dialogo diretto tra Pristina e Belgrado, sia pur mediato da una presenza internazionale super partes? Ora che al governo in Serbia sono politici , considerati filo-occidentali, e che difendono in egual misura i principi democratici e gli interessi nazionali, si può sperare che si trovino di fronte leader kosovari che condividano gli stessi valori. Belgrado ha al contempo la responsabilità di proporre un modello di reale integrazione democatica per gli albanesi in Serbia e di porsi come fattore i stabilità regionale. Siccome i politici serbi si pronunciano per una soluzione che contempli «più dell’autonomia e meno dell’indipendenza», forse varrebbe la pena di riprendere gli studi sul modello Alto Adige, che Rugova ha nel frattempo abbandonato, anche perché forse è sottoposto a forti pressioni interne. E la «comunità internazionale» potrebbe spiegare loro che quello con gli altoatesini non sarebbe un paragone offensivo. Ma conditio sine qua non per la riuscita dei negoziati è il ritorno dei più di 200.000 nuovi profughi e la ripresa della vita civile, nelle sue forme più elementari, per tutti i non albanesi. Se la «comunità internazionale» non è in grado, a dispetto della sua forte presenza – civile e militare – di garantire una vita «normale» ai serbi e alle altre etnie, come si può pensare che queste potranno rientrare in Kosovo e godervi dei diritti umani, una volta che la Kfor e l’Unmik avranno lasciato la regione? Dovrebbe essere chiaro che se il Kosovo, per la prima volta nella storia, avrà raggiunto l’indipendenza, altrettanto per la prima volta quella regione sarà «etnicamente pulita».

In termini realistici il processo di definizione dello status dovrà necessariamente tener conto di tre elementi della politica internazionale: gli interessi nazionali delle parti cinvolte, i rapporti di forza e le regole. Ma, concretamente, restano molte incognite: chi, ad esempio, avrà l’iniziativa da un punto di vista internazionale? Gli Stati Uniti, l’Unione europea o l’Onu? O, per una volta, ci sarà un vera trattativa diretta tra le parti, senza soluzioni imposte dall’esterno?

La lobby dell’indipendenza da pulizia etnica

Mentre, contemporaneamente all’avvio del processo, permangono le ambiguità dei fattori internazionali, è ormai evidente, in questo 2005, un forte impegno di gruppi informali, con forti connotazioni lobbystico-mediatiche, in favore dell’indipendenza del Kosovo

Il 25 gennaio di quest’anno l’International crisis group, di cui fanno parte – tra gli altri – Zbigniew Brzezinski, Marti Ahtisaari, il generale Wesley Clark, George Soros ed Emma Bonino, ha presentato un documento che prevede l’indipendenza del Kosovo. Un altro gruppo, l’International commission on the Balkans, presieduto dall’on. Giuliano Amato, e finanziata da quattro Fondazioni private, è arrivato, in aprile, ad un’analoga proposta di indipendenza, sia pur da raggiungere in quattro fasi. Val la pena di sottolineare che, in occasione della presentazione alla Farnesina del piano Amato ( 26 aprile 2005), i responsabili del Ministero e lo stesso ministro, l’on. Gianfranco Fini, hanno mostrato un’estrema prudenza.

Va riconosciuto all’on. Amato il merito di aver fornito un quadro realistico, ed impietoso, dell’attuale situazione dei Balcani, e soprattutto in Bosnia e Kosovo. E’ inoltre certo convincente la sua proposta di integrazione dell’intera regione nella Ue in tempi relativamente brevi. Ma in questo caso si tratta di passare dalla proposta ai fatti, e per questo è necessario avere una chiara visione dell’Europa del futuro.

E’ certo molto bella l’immagine dell’on Amato, secondo cui il 2014, in cui si commemorerà il centenario dell’attentato di Sarajevo e dell’inizio della follia della prima guerra mondiale, dovrebbe vedere l’entrata di tutti i paesi balcanici, finalmente in pace, nella Ue, ed aprire una fase di concordia e prosperità, una sorta di belle époque ritrovata.

Ma, nei Balcani, la storia a volte, nelle sue componenti interne ed esterne, torna come l’eroe di Dostovjeski, Raskolnikov, sul luogo del delitto. Tutti gli attori della tragedia sono ancora sul luogo, speriamo che il delitto non si compia.

* Ex-ambasciatore jugoslavo in Italia, 1996-1999 e 2001-2003, attualmente professore a contratto presso la LUISS e l’ Università di Roma “La Sapienza”