Baghdad, sciiti in rivolta contro gli Usa

Si va dalle accuse di fomentare la guerra civile, alla richiesta di espulsione dell’ambasciatore statunitense a Baghdad, Zalmay Khalizad. L’Alleanza sciita che è stata finora il principale partner della politica americana in Mesopotamia è in rivolta contro i suoi «alleati» che – accusa la coalizione vincitrice delle elezioni del 15 gennaio scorso – domenica sera hanno massacrato 37 civili in una moschea di Sadr city, poverissimo mega-sobborgo della capitale irachena. «A causa di ciò che è successo nella moschea al Moustafa abbiamo sospeso l’incontro per discutere della formazione del governo» ha dichiarato ieri Jawad al Maliki, della coalizione uscita vittoriosa dalle urne. Hussein Tahan, governatore di Baghdad, si è spinto oltre: «Il consiglio provinciale di Baghdad ha deciso di interrompere i rapporti politici con le forze di coalizione e l’ambasciata Usa. Misure più rigide saranno prese in futuro per preservare la dignità dei cittadini iracheni».
Il comunicato statunitense parla invece di un’operazione condotta in un’area con «diversi fabbricati». «Durante il raid non siamo entrati in alcuna moschea né alcun luogo di culto è stato danneggiato», si è difeso il portavoce militare Bryan Whitman, secondo il quale nel corso dell’azione «16 combattenti sono stati uccisi e tre feriti durante perquisizioni casa per casa». Condanne sono arrivate anche dal vicino Iran: «La repubblica islamica d’Iran – ha affermato all’agenzia Irna il portavoce del governo di Tehran, Hamid Reza Assefi – è disgustata dall’uccisione senza pietà di fedeli nella moschea Mustafa di Baghdad e considera che si tratta di un atto terroristico selvaggio».
L’ultima versione del governo di Baghdad fissa a 37 il numero delle vittime: «Nel corso delle preghiere serali, soldati americani accompagnati da truppe irachene hanno assaltato la moschea al Mustafa e ucciso 37 persone. Erano tutte disarmate. Sono entrati, li hanno legati e hanno sparato a tutti, senza lasciare nemmeno un ferito», ha dichiarato il ministro della sicurezza nazionale Abdel Karim al Enzi. Le immagini raccolte dalle televisioni locali mostrano un luogo che sembra una moschea: una stanza con tappeti sul pavimento e poster religiosi alle pareti, all’interno corpi crivellati di proiettili. Secondo fonti della polizia irachena consultate dalla Bbc, tra le vittime ci sarebbero tanti civili, ma anche membri dell’Esercito del Mahdi che risponde agli ordini di Muqtada al Sadr, il religioso che proprio in Sadr city ha la sua roccaforte. Per gli analisti politici iracheni sarà proprio l’imam sciita radicale ad avvantaggiarsi del massacro, sia in termini di sostegno popolare che di potere negoziale al tavolo delle estenuanti trattative per la formazione del governo che, più di tre me si dopo il voto, non ha ancora visto la luce.
E quella di ieri in Iraq è stata un’altra giornata di attacchi. Decine di vittime in tutto il paese, con l’attentato più sanguinoso e spettacolare nel nord, tra Mosul e Tal Afar, rivendicato da al Qaeda. Un attentatore suicida avvolto nella sua cintura esplosiva è riuscito a inserirsi tra la folla nei pressi di un centro di reclutamento gestito da americani ed esercito iracheno: almeno 40 morti e 30 feriti. Proprio Tal Afar era stata indicata nei giorni scorsi dal presidente Usa, George W. Bush, come esempio dei progressi fatti sul fronte delle sicurezza. Ed è tornato a farsi vivo Izzat Ibrahim al Douri, l’ex vice di Saddam Hussein che un comunicato del partito Baath aveva dato per morto lo scorso novembre, una notizia che – fu osservato allora da più parti – può essere stata diffusa ad arte per distogliere la caccia degli americani dal «re di fiori», il numero cinque nella lista dei ricercati iracheni, l’uomo che sarebbe dietro a una fetta consistente della resistenza agli occupanti. Con un’audiocassetta mandata in onda ieri da al Jazeera, al Douri ha lanciato un messaggio politico nel momento di massima difficoltà degli occupanti: alla Lega araba, che si riunisce oggi in Sudan, l’invito è a non riconoscere il nuovo governo di Baghdad, che l’ex membro del regime considera illegittimo. «La resistenza è l’unico rappresentante del popolo iracheno» recita la registrazione. E, alla luce dell’esplosione della violenza settaria dopo l’attentato di Samarra, al Douri dice che «l’uccisione di persone sulla base delle proprie carte d’identità rappresenta un atto di viltà e criminalità».