Baghdad investita da 50.000 soldati

L’esercito Usa lancia contro la capitale l’«operazione saetta», la più grande dall’invasione, con 10.000 marines e 40.000 militari iracheni. Assolto l’ufficiale che aveva ucciso a freddo due cittadini iracheni

Le forze di occupazione americane in Iraq, di fronte all’impossibilità di controllare persino la capitale del paese, hanno deciso di dar luogo ad una serie di massicce operazioni di rastrellamento nei quartieri di Baghdad, come quella nella zona di abu Ghraib iniziata nei giorni scorsi, con almeno 10.000 marines e 40.000 soldati iracheni. Si tratta della più massiccia operazione bellica nella capitale dopo la battaglia del 2003 per il controllo di Baghdad. L’«operazione saetta», questo il nome dato al nuovo megarastrellamento che dovrebbe assicurare almeno il controllo della zona centrale della capitale e di quella occidentale dove sorge l’aeroporto, -secondo quanto ha sostenuto ieri il ministro della difesa generale Saadoun al Duleimi – prevede, dopo una prima fase, la divisione della città in due settori, a loro volta suddivisi in sette e quindici quartieri, con l’istituzione di ben 675 check point fissi e altrettanti mobili. «Creeremo un vero blocco di ferro attorno alla città – ha continuato il generale Duleimi – impossibile da superare per i terroristi». Intanto un’analoga operazione chiamata in gergo «New Market» è in corso con circa 1.000 marines contro la cittadina irachena di Haditha a 200 chilometri dalla capitale in direzione nord-ovest. Un’altra offensiva si è appena conclusa con un gran numero di vittime civili nel centro di al Qaim vicino al confine con la Siria. Il problema per gli Usa sta nel fatto che non avendo un numero di soldati sufficiente per controllare poi le zone rastrellate – «Abbiamo tutti toys (le armi), ma non abbastanza boys (i soldati)» ha sostenuto il maggiore dei marines Mark Lister, impegnato nella ribelle provincia sunnita di Anbar – queste, come sta avvenendo in tutta la parte occidentale del paese, appena partiti i tank Usa cadono di nuovo sotto il controllo della resistenza. Nella provincia di Anbar infatti il totale dei marines impegnati nei combattimenti è infatti sceso negli ultimi dodici mesi da 3600 a circa 2.100. In teoria gli occupanti potrebbero contare su circa 165,200 soldati e poliziotti iracheni ma senza la presenza dei soldati Usa questi non sembrano in grado, o di voler, controllare la situazione. Non resta agli occupanti, nel tentativo di guadagnare tempo, che puntare sulla guerra civile tra sunniti e sciiti e all’interno delle due principali comunità del paese.

La decisione di investire la capitale con 50.000 uomini è giunta al termine di un mese nel quale il numero dei soldati americani uccisi è salito a 64 rispetto ai 52 del mese di aprile e ai trentasei di marzo mentre il numero dei caduti iracheni, in gran parte poliziotti e soldati, dalla designazione del nuovo governo sciita-kurdo ad oggi, ha superato i 600. Alla base della sempre più difficile situazione delle truppe occupanti – si parla di almeno altri cinque anni di occupazione militare, altro che strategia di uscita di cui hanno vaneggiato Berlusconi e Fini – sta evidentemente la decisione Usa di escludere, prima dal governo provvisorio, poi dalle elezioni del trenta gennaio e quindi dal nuovo governo e dall’assemblea costituente, i rappresentanti della comunità sunnita contrari all’occupazione i quali avevano posto come unica condizione l’annuncio di una data per il ritiro delle truppe straniere. A questo si è aggiunto il fatto che nelle nuove forze di sicurezza irachene la gran parte delle reclute sono di origine sciita o curda, esasperando così ancor di più i contrasti con la popolazione arabo-sunnita. Una strategia quella americana di dividere il paese su base etnica e confessionale, puntando tutto su un asse sciita-curdo contro il nazionalismo arabo sunnita, che non farà altro che affondare i suoi soldati, e quindi anche i nostri, nella palude irachena. Ad un problema politico gli Usa stanno dando solamente una soluzione di tipo militare. Intanto il corpo dei marine ha prosciolto a Camp LeJeune nella Carolina del Nord dall’imputazione di omicidio premeditato il sottotenente Ilario Pantano (broker di Wall Street con la passione delle armi) che, secondo l’accusa, avrebbe ucciso senza ragione due fermati iracheni sparando contro di loro ben 60 volte e posando un cartello sopra i corpi con lo slogan dei marine: «Non c’e amico migliore, non c’è nemico peggiore».