Baghdad dilaniata dalle bombe

A poche ore dall’arrivo dei primi contingenti americani e curdi che dovrebbero tentare, insieme alle milizie dei partiti filo-iraniani al potere a Baghdad, di schiacciare la resistenza e di riprendere il controllo dei quartieri occidentali della città a maggioranza sunnita, la capitale irachena ha visto ieri una delle giornate più tragiche della sua già tragica storia. La città e gli iracheni stanno morendo al ritmo di oltre 100 al giorno sotto un’occupazione che per il suo potenziale distruttivo rischia di oscurare il sacco dei mongoli del 1258 quando «le acque del Tigri erano rosse per il sangue degli uccisi e nere per l’inchiostro delle migliaia di libri delle sue biblioteche gettati nel fiume dagli invasori». E ieri, di nuovo, l’obiettivo delle molteplici forze che intendono «riportare l’Iraq all’età preindustriale» – distruggendo tutti i progressi realizzati con la nazionalizzazione del petrolio dal 1972 al 1990 – come minacciò l’allora segretario di stato James Baker in un drammatico incontro con Tarek Aziz alla vigilia della guerra del ’91, è stata ancora una volta l’antica università di Baghdad, la Mustanseriya. Un’istituzione già da tempo nel mirino degli squadroni della morte sciiti dei partiti al governo, ma anche dei seguaci di Zarqawi, che hanno seminato la morte tra studenti e professori. Un’auto bomba e un attentatore suicida hanno fatto strage ieri pomeriggio alle sedici di studenti e professori che aspettavano di tornare a casa: i morti sarebbero almeno cento, i feriti quasi duecento. Il «caos creativo» invocato dai «neocon» Usa rischia però di divorare i suoi stessi apprendisti stregoni. Tra le vittime della giornata di ieri vi sono anche altri sei soldati americani: quattro militari della «Task Force Fulmine», uccisi da una mina durante i combattimenti nella provincia settentrionale di Ninive (Mosul), e altri due nella ribelle regione di Anbar.
La successione degli eventi di questa tragica giornata nella capitale irachena è impressionante: alle 10,30 del mattino, nella centralissima Karamamah Square, a Karrada, un ordigno uccide tre poliziotti. All’una del pomeriggio una bomba posta davanti alla famosa moschea sunnita di al Gilani provoca una ventina di vittime. Alle tre un altro ordigno esplode vicino al quartier generale del leader sciita radicale Moqtada al Sadr, a Sadr City, facendo almeno sei morti. Alle cinque del pomeriggio colpi di mortaio cadevano sul quartiere di al Adil a nord-est di Baghdad mentre ignoti uomini armati aprivano il fuoco contro i passanti nel quartiere di Binog. In serata sono stati trovati i corpi di oltre trenta persone arrestate dalle forze speciali del ministero degli interni, torturate e uccise. Poche ore prima una vera e propria battaglia era scoppiata nel quartiere di Yarmouk tra un gruppo di resistenti e le forze Usa appoggiate dall’aviazione. Continua intanto nel centro della città, nel quartiere a maggioranza sunnita di Haifa street l’odissea dei suoi abitanti da una settimana costretti nei rifugi. Chi esce di casa per procurarsi acqua o cibo viene ucciso dai cecchini governativi posti in cima ai palazzi e protetti dalle truppe americane. L’obiettivo è quello di svuotare dei suoi abitanti questa roccaforte della guerriglia a poche centinaia di metri dalla «zona verde». Ieri le nazioni unite hanno reso noto le dimensioni di di questa enorme mattanza: nel corso del 2006 le vittime civili sarebbero state 34,452 e i feriti 36.685. Oltre cento ogni giorno.
Intanto, mentre non accenna a diminuire il flusso di cittadini iracheni che a Tikrit rende omaggio alla salma di Saddam Hussein, non si placano le polemiche per l’impiccagione e la decapitazione del fratellastro di Saddam, Barzan al Tikrit. Secondo alcuni alti esponenti della comunità sunnita si sarebbe trattato di una vendetta dei servizi iraniani per l’uccisione del colonnello Najib Khasravi, ufficiale dell’intelligence di Tehran torturato e ucciso dallo stesso Barzan, allora capo dei servizi iracheni, nel 1981.
L’ufficiale iraniano era sospettato di aver raccolto preziose informazioni sul reattore di Tammuz, passate poi agli Usa e da questi a Israele, sulla base delle quali l’aviazione di Tel Aviv distrusse completamente l’impianto nucleare iracheno.