Baghdad, battaglia alle porte della zona verde: 200 i morti

Una furiosa battaglia tra le formazioni della resistenza irachena, appoggiate dalla popolazione locale, e le forze americane, che hanno fatto uso anche di caccia-bombardieri F-16 e di elicotteri da combattimento e si sono avvalse del sostegno delle milizie del governo filo-Usa e filo-Iran del premier al Maliki, è infuriata ieri per oltre dieci ore nella centralissima Haifa street provocando almeno una sessantina di morti. Le vittime, dall’inizio dell’offensiva contro questa roccaforte della resistenza irachena, sabato mattina, sarebbero almeno duecento. I feriti centinaia.
Un portavoce ufficiale del governo ha reso noto che le forze governative avrebbero «ucciso 50 terroristi» ma il fatto che i combattimenti fossero ancora in corso ieri in serata, sembra indicare che la «riconquista» di questa lunga strada che risale per circa due miglia la riva destra del Tigri dalla «porta degli assassini», uno degli ingressi della «zona verde», verso nord-ovest, non sarà poi così facile. Si tratta degli scontri più duri che Baghdad abbia visto negli ultimi due anni.
Haifa street, una larga strada urbana con i due sensi di marcia separati da una lunga fila di palme, è fiancheggiata da alti palazzi residenziali, costruiti nei primi anni ottanta, che si alternano a uffici un po’ surreali con grandi portici che ricordano un quadro di De Chirico. A metà di questa, una volta benestante, via del centro cittadino sorgeva il più importante museo di arte moderna del Medioriente andato completamente distrutto nei saccheggi post-occupazione. L’intera zona è a maggioranza sunnita, ma con diverse aree sciite. Al momento della sua costruzione, avvenuta nei primi anni ottanta a spese della vecchia Baghdad, molti degli appartamenti moderni vennero dati a funzionari del partito Baath, ad immigrati da Tikrit e, soprattutto, alle famiglie dei caduti nella guerra contro l’Iran e a professionisti esiliati da vari paesi arabi, in particolare dalla Palestina. Tra la zona nuova e il fiume, ad est, c’è invece quel che rimane delle casupole ormai diroccate della città vecchia, con le strade malsane e senza fogne che formano un dedalo inestricabile di miseria e di povere vite dai mille espedienti che si apre poi luminoso sul Tigri. Ad Ovest di Haifa street troviamo invece una vasta zona occupata da baracche e cespugli lungo le decine di binari della vecchia ferrovia per Mosul e Basra costruita dagli inglesi e ancora, anche se malconcia, in funzione.
Non c’è da meravigliarsi che, appena arrivati gli occupanti, la resistenza sia nata praticamente qui e da allora, nonostante le periodiche offensive americane, sia rimasta in piena attività in un habitat sociale, politico e territoriale, praticamente ideale. Si tratta di una zona dove persino la malavita, già forte ai tempi di Saddam Hussein e protagonista del saccheggio di alcune banche nella vicina via Rashid all’arrivo degli americani, sembra schierata, a modo suo, contro gli occupanti . Basti ricordate il caso del famoso Sabah Baldawi passato dalle scommesse clandestine sui cavalli ad una sorta di crisi mistica e al sostegno della resistenza fino al suo ferimento e arresto nel febbraio del 2005.
La dura battaglia di questi giorni è iniziata sabato mattina quando le milizie filo-governative, appoggiate dai marines e dalla copertura aerea Usa, sono entrate nel vicino cimitero di Sheik Marouf alla ricerca di armi, scontrandosi duramente con la resistenza locale. Ne sono seguiti durissimi combattimenti tra le tombe con una ventina di morti. Gli scontri attorno ad Haifa street – soprannominata dai soldati americani «Purple Heart Boulevard», per le medaglie date ai loro commilitoni che hanno combattuto da queste parti – sono poi continuati domenica per poi riprendere, durissimi, martedì all’alba quando la resistenza ha attaccato i posti di blocco eretti nella zona con cecchini che sparavano dagli alti palazzoni popolari, granate e mortai. Drammatica la situazione della popolazione locale, da quattro giorni nelle cantine dei palazzi, impossibilitata ad uscire per gli scontri.
La battaglia nel centro di Baghdad non è stata comunque che uno dei mille drammatici eventi di queste ultime ore: sarebbero sessanta i corpi, in gran parte di sunniti, vittime degli squadroni della morte filo-governativi, trovati per le strade della città ieri mattina.
E sempre ieri mattina un aereo moldavo che trasportava una trentina di tecnici turchi diretti in una base militare americana è precipitato al suolo dopo essere stato colpito da un razzo a Balad, un’area a nord di Baghdad, dove alcuni gruppi della resistenza hanno proclamato una sorta di «stato islamico» indipendente. Non vi sono superstiti.