«Bachelet non ci deludere»

Il sindacato cileno potrebbe parafrasare lo slogan della Cgil per chiedere al nuovo governo di sinistra, forse con maggiore enfasi, non solo di «riprogettare» ma di «ricostruire il paese» e così ricreare un minimo di stato sociale e di tutele del lavoro, dopo decenni di liberismo selvaggio, di privatizzazioni e profonda ingiustizia sociale. Nel piano di urgente ricostruzione c’è soprattutto la riforma del sistema pensionistico, privatizzato dai governi di destra. Il sistema «a capitalizzazione individuale», infatti, fu avviato nel 1981 sotto la guida dell’economista José Piñera e oggi è controllato quasi interamente dalle banche e dalle finanziarie. Non a caso il Cile è preso a modello di riferimento dall’amministrazione Bush per riformare il sistema previdenziale degli Usa. Se nel 1973 l’80% della forza lavoro era coperta dal sistema pubblico, oggi i tutelati sono appena il 60% e spesso non raggiungono il minimo di 110 dollari mensili. Senza contare il divario generale dei redditi: nonostante la crescita costante del Pil, il 20% della popolazione possiede il 60% della ricchezza e c’è un abbondante 20% che dispone di appena il 3,5%. Arturo Martinez Molina (nella foto) ha dedicato tutta la vita al sindacato e alla riconquista della democrazia in Cile. Dal 1999 è presidente della Central Única de Trabajadores, Cut, fondata nel 1953, sciolta venti anni dopo dal golpe di Pinochet e ricostituita nel 1988 dal vecchio leader Manuel Bustos. La prima svolta recente ed effettiva per l’organizzazione, tuttavia, è del 2001, quando la Cut ha ottenuto dal governo di Ricardo Lagos una vera riforma del lavoro e del diritto sindacale. Questa, almeno formalmente, garantisce la libertà di associazione e il diritto di sciopero, anche se solo nel settore privato, e dice di promuovere la contrattazione collettiva, ma l’estensione al livello nazionale dipende dalla volontà e dalle disponibilità delle imprese.

Che rapporto avete con il nuovo governo e quali sono le vostre priorità?

La Cut ha sostenuto e partecipato attivamente alla campagna elettorale ma ora pretendiamo alcune riforme improrogabili da Michelle Bachelet: prima di tutto quella pensionistica, vista la situazione sociale, poi quella della contrattazione collettiva nazionale e quella che dovrà regolare le esternalizzazioni del lavoro. Sono questi i primi elementi responsabili dell’impoverimento della classe lavoratrice cilena.

Qual è il ruolo del sindacato oggi in Cile?

Teniamo a rivendicare la nostra autonomia sia dal governo sia dai partiti politici ma dobbiamo tenere presente che l’elezione di una donna di sinistra è una grande opportunità per attuare le riforme del lavoro. La nostra democrazia si sta stabilizzando al termine di un lungo periodo di dittatura, criminalità e ingiustizia diffusa. Tuttavia, dobbiamo fare ancora molto per dare alla globalizzazione una dimensione sociale e la Cut insisterà affinché la ricchezza prodotta dal lavoro sia ridistribuita nel modo più giusto.

Come procede l’unione tra sindacati e governi progressisti dell’America latina per contrastare il potere economico degli Stati uniti nel continente?

Stiamo portando avanti una lotta comune contro quegli aspetti degli accordi sul libero commercio che penalizzano i lavoratori latinoamericani, specialmente nel Cono sud, attraverso una centrale di coordinamento di diversi sindacati. Riguardo ai governi, è vero che le forze progressiste stanno recuperando terreno nell’arena politica dell’America latina, anche se ideologicamente non rappresentano la sinistra di venti o trenta anni fa. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di una sinistra nuova che affronta con realismo la situazione economica e ottiene consensi proprio perché propone alternative concrete al neoliberismo selvaggio, alla concentrazione di risorse nelle mani di pochi, all’assenza totale di politiche sociali.