Avrà il governo Prodi il coraggio di non farsi intimidire dal ”Financial Times“?

Lunedì sera, 11 aprile, ancora prima che si sapesse con certezza l’esito della sfida elettorale tra Prodi e Berlusconi, Standard&Poor, la nota agenzia internazionale di rating, dichiarava che, a prescindere dall’esito del voto, la situazione debitoria dell’Italia era tale da rendere inevitabile a breve un declassamento dell’indice di affidabilità, a meno di interventi strutturali di riequilibrio della finanza pubblica.
Neanche una settimana dopo, il Financial Times, per bocca dell’autorevole condirettore Wolfang Munchau, prevede per il 2015 l’uscita dell’Italia dall’eurozona, proprio in seguito al dissesto della finanza pubblica.

E’ evidente la crescente pressione dei media economici internazionali verso il nuovo governo Prodi affinché metta al primo posto della sua agenda politica il rispetto dei parametri del Patto di Stabilità di Amsterdam e una politica di rigore finanziario.

Il messaggio neoliberista non poteva essere più chiaro. Il governo Berlusconi, pur fascista e sfascista, poteva essere oggetto di critiche, accusato di neocorporativismo, incapace di far sì che l’economia italiana diventasse competitiva nell’era della globalizzazione, ma era pur sempre un governo neoliberale, per il quale gli interessi dei mercati finanziari e delle grandi corporations erano intangibili. Il nuovo governo Prodi, pur nella sua timidezza riformatrice e nel suo moderatismo economico e sociale, è pur sempre un governo che vede al suo interno forze che spingono verso una maggior equità sociale, almeno a parole contrario agli interessi delle grandi industrie militari e quindi potenzialmente ostile alle attuali gerarchie economiche capitalistiche. E ciò in un momento in cui l’ordine economico imperiale sancito dagli Usa viene messo in pericolo dalla crescita economica cinese e dal rischio che lo stesso euro possa divenire moneta internazionale concorrente al dollaro, in presenza di elevati debiti commerciali e pubblici degli stessi Usa, in gran parte finanziate dai surplus cinese e indiano.

Il richiamo del Ft all’impossibilità del governo Prodi di avere una solida maggioranza al Senato non è casuale. Se il rischio di venire declassati nel rating internazionale e/o di subire una speculazione sui rendimenti futuri dei bond italiani rappresentano il condizionamento esterno, la risicata maggioranza può aprire le porte a un condizionamento interno alle possibili e auspicabili politiche economiche del neogoverno.

Sappiamo già qual è la posta in palio: la precarietà elevatissima del mercato del lavoro e la distribuzione del reddito. Riguardo al primo punto, il superamento della Legge 30 (e del pacchetto Treu, aggiungerei) è il banco di prova della capacità del governo di centro-sinistra di saper far fronte a tali pressioni e condizionamenti.

E da questo punto di vista, la prossima MayDay italiana ed europea è il luogo ideale perché la sinistra radicale e di movimento affermi con nettezza che il tempo del precariato selvaggio è oramai tramontato. Sul tema della distribuzione del reddito, purtroppo, il programma dell’Unione risulta estremamente carente, dal momento che poco viene detto e proposto per istituire una misura universale di sostegno al reddito e togliere l’Italia dall’imbarazzante situazione di fanalino di coda in materia (con la Grecia) in Europa.

La migliore risposta a chi prefigura (e forse spera) per l’Italia il rischio della crisi argentina del 2000 è proprio quello di avviare un risanamento economico e sociale che riduca la precarietà al fine di rendere più produttivo e competitivo il nostro sistema industriale e terziario. La continuità dell’impiego e (soprattutto) del reddito è infatti condizione necessaria per sviluppare i processi di apprendimento necessari per la competitività internazionale, dotare le nostre imprese di know-how adeguato e imbastire strategie di investimenti in nuove tecnologie.

Parallelamente, una maggior garanzia di reddito può stimolare la domanda interna, e se ciò viene accompagnato da una più equa pressione fiscale e da una diminuzione dell’evasione si può ottenere un aggiustamento progressivo dei conti pubblici.

Avrà il governo Prodi il coraggio di non lasciarsi intimidire?

*Università di Pavia