AVANTI VERSO IL PASSATO

1. Nella calura estiva è apparso, per poi rapidamente inabissarsi e infine riemergere in un’assemblea romana dell’11 settembre scorso, un documento redatto da un gruppo di sindacalisti della CGIL che ha provato a dare organicità a una posizione politica aspramente diversa dall’attuale linea della confederazione. Una posizione che in questo anno e mezzo si è espressa debolmente e carsicamente nel dibattito interno alla Cgil trovando, di quando in quando, punti di coagulo e di maggiore visibilità, come in occasione degli scioperi dell’ottobre e del febbraio scorsi, o della consultazione referendaria sull’Articolo 18 0, ancora, in relazione alla più recente mobilitazione indetta dalla Cgil contro la Legge 30.
Ho sempre personalmente apprezzato la battaglia politica aperta e leale, e dunque mi è parso utile che punti di vista di radicale dissenso uscissero allo scoperto, conferendo trasparenza a un confronto che non sarebbe segno di salute rimuovere. A maggior ragione per il fatto che 1’insofferenza per le scelte della confederazione, esplicitamente manifestata da pochi, cerca di entrare in risonanza con una più vasta zona `grigia’, molto moderata, sempre esistita nella CGIL, tendenzialmente incline a muoversi in sintonia con gli orientamenti del quartier generale e che si è adeguata – senza pero metabolizzarla – alla linea di movimento che si è espressa dal XIV Congresso a oggi.
È questa la ragione della mia vera e propria delusione quando, di fronte alle prime rivelazioni giornalistiche e alle inevitabili reazioni che sono seguite, due degli estensori del documento, catturati da un antico riflesso opportunistico, hanno replicato 3 ritraendo la mano e proponendo una versione delle loro tesi talmente edulcorata che nessuno che non avesse letto i testi potrebbe mai intuirne il reale contenuto. Per la verità, la replica in questione e altre puntualizzazioni successive si sono principalmente preoccupate di negare due cose: 1’intento di puntare a una resa dei conti finalizzata alla destabilizzazione del gruppo dirigente nazionale della CGC[. e 1’organicità dei dissenzienti al disegno politico della maggioranza DS. Questa ansia di giustificazione – che sospetto rivelatrice – è tuttavia di scarso interesse per chi sia propenso a un serio confronto sindacale, dove contano gli argomenti di merito e non le allusioni sotto traccia.
E allora proviamo a occuparci del documento, dell’analisi, delle tesi e delle proposte che vi sono contenute.
2. Il tema di fondo, ambiziosissimo, è posto subito, nella premessa, con un giudizio apodittico che ha la levità di una sentenza: “il movimento sindacale deve ridefinire tutto il quadro delle proprie scelte strategiche” e pertanto “è giunto il momento di una discussione a tutto campo .. . senza attendere il prossimo appuntamento congressuale” Dunque, soltanto a un anno e mezzo dal XIV Congresso della CGIL si dichiara 1’obsolescenza della svolta strategica e il fallimento dei comportamenti politici e delle scelte operative che da esso sono scaturiti. I termini usati non si prestano a equivoci. La CGIL sarebbe prigioniera di logiche massimalistiche, autoreferenziali, che la relegano in uno sterile isolamento, nella presunzione dell’autosufficienza: un sindacato che ha perduto la nozione del proprio ruolo, ridotto a un’opposizione ideologica, sedotto dalla cultura del “bel gesto”, unilaterale e velleitario; un sindacato, in sostanza, che si suicida nello sforzo totalizzante di trascendere se stesso e di surrogare – da autentico soggetto politico – funzioni che non gli appartengono. Insomma, secondo questa lettura 1a CGIL avrebbe perso la cognizione del valore dell’ autonomia, dell’unità, de11a rappresentanza sociale e dovrebbe essere sottoposta ad un’intensa cura di “ risindacalizzazione.”
3. Ma quale scandaglio dei fati, quale analisi economicosociale, quale giudizio sulla situazione politica fonda conclusioni così categoriche?
L’esame dei testi porta a una scoperta piuttosto sconcertante. Perché il contesto politico nazionale è semplicemente descritto come «segnato dalle tensioni e dalle contrapposizioni indotte dal governo di centrodestra» che « non è riuscito a garantire le condizioni di un nuovomiracolo economico» e che ha aperto un conflitto che investe questioni decisive della vita democratica. Questo è tutto. II significato dell’avvento al potere del centro-destra, il sodalizio stretto con Confindustria, 1’attacco furibondo alla Costituzione repubblicana, il ripudio delle sue radici antifasciste, lo sfondamento senza precedenti sul terreno dei diritti dei lavoratori e dello Stato sociale, sono questioni eluse o stemperate sino a negare tanto che esistano rischi di regime, quanto che si sia consolidato nel nostro paese un blocco sociale reazionario.
Peraltro, nessuna attenzione è dedicata a indagare i processi materiali che attraversano la condizione lavorativa, a misurare il solco profondo che la precarizzazione ha scavato nel diritto del lavoro, cancellandone il tratto socialmente evoluto e retrocedendo il rapporto di lavoro a compravendita di merci. Neppure il passaggio da un sistema di relazioni sociali fondato sulla contrattazione, sia pure nella sua versione concertativa> a un altro – denominato “dialogo sociale” che fissa il primato della legge e affida ai sindacati compiti di pura applicazione di quelle norme o, addirittura, di certificazione ex post di comportamenti contrattuali derogatori; neppure il tendenziale superamento del principio della “norma inderogabile”, che impediva al lavoratore di rinunciare ai frutti della contrattazione collettiva, proteggendolo anche dalla propria debolezza che emerge prepotentemente quando si individualizzano i rapporti di lavoro; neppure la pratica di accordi che escludono ormai sistematicamente la più grande organizzazione sindacale del paese, riescono a suscitare una riflessione sull’autentico salto, sulla mutazione materiale e, ormai, anche formale dei rapporti sociali in Italia.
All’edulcorazione del giudizio sulla politica corrisponde poi un’analoga rimozione di ogni valutazione degli indirizzi padronali. Non si tratta, ovviamente, di scagliare uno strale in più nei confronti di Confindustria, bensì di comprenderne la scelta politica di fondo, non contraddetta da qualche brontolio registrabile nei salotti alla moda o nei conciliaboli privati e, soprattutto, non addomesticabile con comportamenti sindacali più “accomodanti”
4. Il punto cruciale del documento è quello dedicato alla rottura dei rapporti unitari della quale la CGIL porterebbe tutt’intera la responsabilità. Inutilmente si cercherebbe il benché minimo cenno critico al comportamento delle altre confederazioni. La stessa firma separata del ‘patto per l’Italia’ sarebbe la conseguenza di un irrigidimento settario del gruppo dirigente della CGIL che, anziché produrre un convinto tentativo di mediazione, si sarebbe arroccato «imboccando la strada dell’ autosufficienza». Di più: la CGIL avrebbe da quel momento inanellato una serie di scioperi, manifestazioni, atti unilaterali «non dettati da reali necessità t, con il risultato di generalizzare la divisione e di dare ad essa una valenza strategica». Qui l’ordine causale viene rovesciato, la sequenza degli atti dimenticata, il merito del contendere cancellato. I1 merito, appunto. Il documento, a questo proposito, va via veloce, liquida la questione della coerenza (che ha, almeno così a me pare, qualcosa a che vedere con i contenuti e con la rappresentanza degli interessi) e spiega che essa non risolve il problema dell’isolamento, giungendo alla stupefacente conclusione che a una serie di posizioni giuste nella loro singolarità possono dare luogo a una linea errata». Se la faccenda non fosse tremendamente seria verrebbe da chiedere agli inventori di questa grottesca teoria se non pensano che valga anche il contrario, cioè se una serie di posizioni sbagliate nella loro singolarità possano dare luogo a una linea giusta! O, meno sarcasticamente, se non vi sia in questa indifferenza per la coerenza e per i concreti contenuti dell’azione sindacale, una vecchia propensione elitaria, un sovraccarico (qui sì!) politicista che fa della manovra tattica la quintessenza dell’agire politico: vizio pericoloso per un partito, pratica letale per un sindacato.
Il ragionamento va poi dritto al suo punto focale e assesta la stoccata decisiva: se si toglie il «sovraccarico ideologico», si scopre che fra le confederazioni «sì un pluralismo di approcci e di culture sindacali (… ma nessuna vera discriminante di principio». Insomma> se si esclude il tema della democrazia, «tutto il resto fa parte di una normale dialettica sindacale che può essere incanalata dentro un processo di mediazione unitaria».
5. Tutto il dissenso, lo scontro duro che si è consumato, le lotte e gli scioperi che si sono prodotti non avevano dunque una forte ragione in sé, non si giustificavano con 1’aggressione senza precedenti subita dai lavoratori, con la messa a repentaglio di fondamentali conquiste e diritti da cui dipendono sicurezza, libertà e dignità nei luoghi di lavoro, non rappresentavano la risposta indispensabile di un movimento sindacale che non accetta di subire la disintegrazione del proprio ruolo. Niente di tutto ciò. La CG[L ha «compiuto strappi insistiti nel tessuto`unitarim>, ha sconfinato sul terreno politico e lo ha fatto, nientemeno, «per condizionare la dirigenza dei Ds, per offrire un’interlocuzione politica ai movimenti, per gettare le basi di un nuovo progetto». Peggio, perché nello smarrimento della propria fisionomia (?) la CGIL sarebbe divenuta «una pedina da manovrare nel gioco della competizione bipolare al servizio di qualche aspirante capo carismatico». Non servono particolari sforzi esegetici per scoprire a chi e a che cosa si riferisca questo elegante giudizio. A1 dunque – questo il senso del ragionamento proposto – nulla di veramente importante spiega la rottura sindacale che sarebbe stata artatamente prodotta per traslare il peso della Cgil sul terreno dello scontro politico interno alla sinistra, uno scontro estraneo ai reali interessi dei lavoratori che un sindacato dovrebbe invece tenere nella massima considerazione.
6. Confesso che questa riduzione, sino allo svilimento, della storia sociale più recente mi ha profondamente colpito. Perché essa implica un grossolano disconoscimento di ciò che sta alla base del `Patto per 1’Italia’, della sua architettura, dei moventi palesi e persino dichiarati che ne hanno determinato la stipula e che produrranno effetti duraturi nella vicenda sociale e politica del paese. Così, la limitazione in itinere del campo di applicazione dell’Articolo 18, la scientifica frantumazione dell’impresa e del mercato del lavoro attraverso 1’introduzione di norme lasse e di un diluvio di prestazioni precarie, senza diritti, destinate a divenire la nuova tipicità del lavoro; la riduzione del sindacato a ente certificatore di una estesa pratica contrattuale derogatoria e a cogestore di funzioni di intermediazione di manodopera; 1’affermazione di un modello di relazioni sindacali che si sottrae al principio della rappresentatività, comunque desunto, e prevede «la legittimazione reciproca delle parti contraenti al tavolo della trattativa», premessa naturale della costituzione di tutti i sindacati di comodo; 1’umiliazione sociale e politica inflitta ai metalmeccanici (e al loro sindacato maggioritario) espropriati del diritto di voto sul loro contratto: per i nostri interlocutori queste “cosette” altro non riflettono che diversi approcci di merito, privi di pregnanza strategica e riconducibili, con un poco di buona volontà, alla mediazione unitaria. Che la Cgil., dominata da un sacro fuoco, avrebbe improvvidamente rifiutato.
Immaginiamo che lo stesso valga per gli aspetti del patto legati alla politica economica, per Ia consensuale fissazione
di un livello programmato di inflazione deliberatamente sottostimato che compromette la tenuta delle retribuzioni; oppure per la gratuita legittimazione di un tasso di crescita fraudolento, utile soltanto a coprire la bancarotta economica e politica di un governo che ha sospinto 1’Italia in recessione e portato a un declino forse irreversibile il suo apparato industriale.
7. I critici a trecentosessanta gradi della linea della CGIL indicano la strada della “rinascita” o, meglio, della “risindacalizzazione”, nella riconquista dell’autonomia perduta e della rappresentanza sociale incrinata. «Senza autonomia – recita il documento – non c’é sindacato, ma solo un surrogato della politica, un movimento che ha nella sfera politica le sue motivazioni». Parole sante, ma paradossali, poiché alla Cgil, viene imputato un deficit di autonomia proprio nel frangente storico in cui essa appare più libera da ipoteche esterne, da vassallaggi invasivi e forte di un rapporto con i lavoratori e di un prestigio che non sono stati logorati dagli attacchi subiti incessantemente e da tutte le direzioni. È davvero bizzarro che proprio quando la CGIL resiste a propositi di colonizzazione la si accusi di aver compiuto una scelta aprioristica di campo che ne pregiudicherebbe credibilità ed efficacia.
A suffragio della tesi degli estensori de1 documento c’è poi il peccato inestinguibile di avere sostenuto, nella primavera scorsa, la campagna referendaria per il sì all’estensione dell’Articolo 18, nell’illusione che «una spallata, una prova di forza» risolutiva potessero cogliere l’obiettivo “scavalcando l’autonomia dei soggetti sociali». Domando: le pur positive proposte di legge della Cgil in materia di diritti, che i nostri critici contrapponevano al referendum come la via maestra da seguire, dipendono dall’autonomia dei soggetti sociali oppure la scavalcano, chiamando esse stesse in causa il legislatore forse è inutile sottilizzare. Sta di fatto che, per fortuna – così dicono – «il referendum è stato opportunamente disinnescato da un ‘accorta condizione dei maggiori partiti del centro-sinistra». I:astensione era dunque la linea `giusta’. Non si dice – ma si intuisce – che la bontà dell’orientamento dei `maggiori partiti del centro-sinistrà viene attribuita non soltanto alla tattica elettorale seguita, ma anche alla tesi di merito largamente presente in quello schieramento secondo la quale l’applicazione estensiva dell’Articolo 18 metterebbe in ginocchio le piccole imprese, ne comprometterebbe la competitività e sarebbe dunque di per sé sbagliata e indesiderabile. Con buona pace dell’autonomia della Cgil e dei suoi rappresentati che credo abbiano al riguardo opinioni e interessi diversi.
ó Esaurito 1’affondo demolitore, ai nostri è toccato l’impegno più arduo, quello della `pars construens’, vale a dire della proposta che temo non mantenga le ambiziose promesse fatte.
La formula scelta, quella della risindacalizzazione, sembrerebbe preludere a una seria e severa ricognizione delle difficoltà, dei limiti oggettivi e soggettivi dell’azione rivendicati- va, a partire dalla contrattazione nazionale per scendere, giù giù, sino a quella decentrata, territoriale ed aziendale. Ci si aspetterebbe, a questo punto, una critica (e dio sa quanto ve ne sia bisogno) dei cedimenti, delle incoerenze, talvolta del dilettantismo che caratterizzano zone non piccole dell’attività negoziale. Per non parlare della differenza, talvolta abissale, fra ciò che si dice e ciò che effettivamente si fa. Si scoprirebbe allora quanto gattopardismo vi sia ancora nelle nostre fila, come la rivendicata `specificità’ di non poche categorie serva a nascondere comportamenti contrattuali ben diversi da quelli che dovrebbero ostacolare la precarizzazione del lavoro, fermare 1’attacco ai diritti individuali e collettivi, difendere la sovranità dei lavoratori e 1’esercizio della democrazia attraverso il voto sulle piattaforme e sugli accordi; si scoprirebbe cioè che la svolta della Cgil si è in parte caratterizzata come `rivoluzione dall’alto’ e che il suo corpo esteso si trova in realtà in mezzo al guado. Ma non è di questo che si preoccupano i suoi pretesi riformatori. La `risindicalizzazione’ di cui essi parlano si risolve, in realtà, in una pragmaticissima navigazione a vista, in un’azione di rimessa sistematicamente giocata sul sempre più impraticabile terreno delle controparti. Le loro proposte oscillano fra la genericità sconfortante e 1’invenzione estemporanea, carica di rimandi allusivi, di ammiccamenti a posizioni altrui, ma povera di elaborazione: nel primo caso si ristagna nell’ovvio, nel secondo si rischiano topiche madornali.
Elenchiamo: conferma dell’accordo interconfederale del luglio ’93, riproposizione della concertazione «come metodo e come sistema», estensione dell’ambito coperto dalla contrattazione di secondo livello (aree, distretti, artigianato), intreccio fra politiche contrattuali aziendali e territoriali, sindacalizzazione `dei nuovi lavori’, formazione, promozione di una professionalità polivalente, controllo delle flessibilità, governo dei tempi, `rivalutazione’ dei salari e mantenimento del valore delle pensioni, sostegno al federalismo solidale e costruzione del Welfare locale nel segno del principio antiburocratico di sussidiarietà, attraverso lo sviluppo della negoziazione sociale. Questa è la grande svolta.
Non si pensi che sia possibile rintracciare qualcosa di più consistente, oltre i titoli appena enunciati. Se non la inscrizione di queste `nuove’ pratiche sindacali dentro il roboante tema della modernizzazione. E cosa significa modernizzare? Significa «ispirare l’innovazione tecnologica, produttiva, organizzativa» che, lo si tenga bene in mente, «non è la minaccia, bensì la ricerca delle soluzioni adeguate~> imposta «dal passaggio dalla rigidità della fabbrica fordista alla flessibilità del capitalismo molecolare~>: una perfetta ricetta da Reader’s digest. E, sempre in tema di modernizzazione, di passaggio e in sole cinque righe, ecco enunciata la nuova frontiera, quella della negletta questione della partecipazione dei lavoratori alla democratizzazione dell’impresa, che viene fragorosamente rilanciata evocando, senza traccia di approfondimento, i consigli di vigilanza, l’ azionariato e la cogestione.
II nodo davvero non sciolto del governo di un ciclo produttivo sempre più internazionalizzato e ramificato sino all’inafferrabilità nelle sue articolazioni operative, ma iperconcentrato nel comando d’impresa, viene risolto in una formuletta importata che più che una proposta sembra un gioco di prestigio.

9. A parziale giustificazione dei redattori della proposta, per così dire, di merito, vi è il fatto che la più autentica, se non la sola intenzione del documento non sta nel progetto. È di altro genere la virata che si vuole imprimere e, alla fine, si arriva al sodo. Ciò che preme è recuperare hic et nunc 1’unità d’azione con Cisl e Uil (essendo stata 1’unità organica bruciata, «quando sembrava a portata di mano, anche per responsabilità – manco a dirlo – della CGIL»). Per farlo, «la CG1L deve assumere da ora l’impegno a non compiere alcun atto unilaterale (piattaforme, scioperi, aceordi), rinviando tutte le questioni controverse a una sede unitaria di verifica e di mediazione”. Eccola qui la chiave di volta, 1’escogitazione che estingue tutte le contraddizioni, riassorbendo in sé metodo e merito. aLa CGIL deve prendere l’iniziativa», chiedono a gran voee: 1’iniziativa di non prendere più alcuna iniziativa (propria) e di risolvere ogni contenzioso fra stati maggiori in una improbabile e già fallita camera di compensazione unitaria.
E la rappresentanza sociale? E la democrazia? E il rapporto con i lavoratori? La soluzione è semplice: essi non eserciteranno alcuna sovranità diretta sulle materie contrattuali che li riguardano, perché la stessa sarà rimessa “alla rete rappresentativa ed unitaria delle Rsu”. Questa è, con ogni evidenza, la sola vera proposta politica contenuta nel documento: 1a fine di quella che è stata vissuta – a partire dal febbraio del 2002 – come una folle corsa verso 1’isolamento, intrisa di massimalismo e di settarismo.
Quella reclamata, tuttavia, non è una pura restaurazione, giacché non si tratterebbe di un ritorno allo status quo ante, ma di qualcosa di peggio. La rinuncia alla propria visione, la resa senza condizioni alle superiori ragioni di un’unità purchessia, avvengono in un contesto sociale e politico come quello attuale, dove tutti gli spazi sono chiusi e dove persino la più moderata delle politiche contrattuali è considerata dalle controparti un intralcio da cui sgombrare il campo. La vocazione unitaria – così concepita – perde ogni significato progressivo, condanna la CGIL alla marginalità e a un ruolo gregario del quale non è profetico immaginare le devastanti conseguenze. Mentre la stessa altalenante storia del sindacato italiano racconta di come sia stato possibile, ne1 passato, superare i periodi più bui di divisione e di rottura quando la ricerca di ogni possibile punto di convergenza è stata sì sorretta dalla scoperta di strade nuove, ma anche dalla tenuta tenace, rigorosa e anche ostinata di posizioni irrinunciabili.Plausibile che chi si sente impegnato in un progetto di tale portata (quale che sia 1’opinione che si abbia in proposito) consideri un intralcio tanto le divisioni fra sindacati che considera inscritti nell’orbica culturale riformista, quanto il protagonismo di un sindacato come la Cgil che sta tentando di delineare una propria progettualità e che non accetta la subordinazione del sociale al politico. II fatto è che in gioco è proprio l’autonomia, apparentemente invocata come prerogativa che la CGIL dovrebbe riconquistare, ma che in realtà si vorrebbe rinsecchita e risucchiata dentro un orizzonte economicistico. In altri termini, si immagina un sindacato – tutto il sindacato – dedito a un pragmatismo politicamente agnostico, che lascia la politica “a chi la sa e la deve fare” e che – soprattutto – si muove, solerte e obbediente, dentro le coordinate da essa dettate. Va da sé che chi la intenda così auspichi (pretenda), secondo uno schema classico, il primaro del (proprio) partito sul sindacato e consideri ogni scarto da questa norma inossidabile una patologia grave, talmente grave da doversi procedere drasticamente, per amputazione del male. Questo è il punto di uno scontro che non sarà né breve né lieve. E non si dovrà attendere molto per vederne gli effetti.
Certo, colpisce un poco trovare sostenitori oltranzisti della modernità intenti a riesumare il modello giurassico dell’eterodirezione del sindacato che tanti danni ha fatto – a Est come a Ovest – ai lavoratori e alla stessa causa della democrazia, socialista e non. Ma non è la prima e non sarà 1’ultima volta che vere e proprie rimasticature vengono riciclate e rifilate, avvolte nella carta a lustrini del modernismo.
Tuttavia, non sarà facile normalizzare la Cgil, ricondurla a un ruolo ancillare, domarne non soltanto il gruppo dirigente più ristretto, ma il ben più esteso quadro attivo, fatto di tanti delegati, lavoratori che hanno vissuto con maggiore intensità e consapevolezza di quanto non si creda la svolta maturata in questi anni. E che non chiedono né abiure né controsvolte ma, semmai, di portare sino in fondo il cambiamento intrapreso. A quel popolo della CGIL si dovrà fare appello, perché tutto non si trasformi in un sordo scontro di apparati. E non sarebbe cosa disdicevole, o interferenza indebita, se un tema come quello dell’autonomia del sindacato potesse divenire oggetto di interesse e di discussione pubblica anche fra gli intellettuali, se vorranno battere un colpo.
1.II documento Per una nuova fase del sindacato confederale in Italia, può essere letto nel sito della Cgil: (NdR~.
2. La n. 30 del 14 febbraio 2003 è la legge attuativa della cosiddetta `riforma Biagi’ del mercato del lavoro (cfr, fra l’altro: M. Roccella, Dal Libro Bianco alle deleghe.
3.Una Repubblica contro il lavoro, «la rivista del manifesto», n. 24, gennaio 2002,
4. Dopo làccordo scellerato, iví, n. 30, luglio-agosto 2002; P Smith, G. Morton,
5.Alle arigini del Libro Bianco.
6.Flessibilità alluglese, ivi, n. 36, febbraio 2003; G. Golisano,
7. Il lavoro della destra. Diritti cedevoli, ivi, n. 40, giugno 2003; G. Cremaschi, D. Greco, P Nerozzi,
8.La CGIL in discussione, un Forum a cura di R. Rossanda, ivi, n. 42, settembre 2003 [NdRMI).
9.Cfr. A. Panzeri, R. Terzi, Le nostre idee per la CGLL, «fUnità», 9 settembre 2003 (NdRNI).