Australia ultraliberista sul lavoro

Contrattazione individuale al posto di quella collettiva, sostanziale annullamento del potere dei sindacati, forti limitazioni al diritto di sciopero, ampia libertà di licenziamento senza giusta causa. La contestata riforma delle relazioni industriali, tanto avversata durante le discussioni in Parlamento del novembre scorso in Australia, è entrata in vigore lunedì e già se ne scontano gli effetti, con licenziamenti a pioggia e discriminazioni, denunciano i sindacati.
A nulla sono valse le proteste della Chiesa, le manifestazioni dei sindacati, i moniti di autorevoli editorialisti che ventilavano la temuta «fme del barbecue domenicale». John Howard l’ha spuntata. Il premier conservatore, giunto al terzo mandato, aveva promesso e ha mantenuto i suoi propositi, dando all’Australia, grazie a una comoda maggioranza alla Camera e al Senato, «una legge che garantirà crescita dell’occupazione, aumento degli stipendi e miglioramento del tenore di vita per tutti, secondo una linea seguita dal Governo negli ultimi dieci anni». Ma non tutti sono d’accordo e opposizione e sindacati sono ora di nuovo sul piede di guerra a contestare «l’americanizzazione delle relazioni industriali del nostro Paese», come ha affermato il leader laburista Kim Beazley (che tuttavia, secondo un recente sondaggio, solo il 18% degli australiani vorrebbe come Primo ministro).
La nuova legge mette fine alla coesistenza di una miriade di leggi emanate dai singoli Stati che compongono l’Australia e impone un’unica norma a livello federale. La cosiddetta “Work Choices” prevede cinque requisiti di contrattazione: salario minimo orario(che una neonata Fair Pay Commission promette già di abbassare), quattro settimane di ferie all’anno, dieci
Premier del liberismo. Il primo ministro australiano John Howard, conservatore e gran teorizzatore delle virtù del libero mercato, è al suo terzo mandato e può contare su una larghissima maggioranza parlamentare (Reuters)
giorni di malattia, 12 mesi di congedo parentale non retribuito e una settimana lavorativa di 38 ore. Il resto potrà essere discusso caso per caso.
Il datore di lavoro potrà chiedere al dipendente di lavorare nel fine settimana o durante le festività senza la corresponsione di un premio o il pagamento di straordinari. Da qui lo slogan “Giù le mani dal barbecue settimanale” adottato anche dalla Chiesa locale, scesa in campo in difesa della sacralità della domenica. Secondo la nuova legge, poi, le aziende con meno di cento dipendenti avranno la possibilità di licenziare senza giusta causa. Infine, vengono introdotte forti limitazioni al diritto di sciopero che potrà essere considerato illegale se «arreca un forte danno all’economia del Paese».
La legge era passata con grande scandalo prima di Natale, per poi finire nel dimenticatoio, sorpassata dall’ attualità dello scandalo Oil for Food che ha visto alcune aziende australiane (e membri stessi dell’Esecutivo) coinvolte nell’inchiesta su tangenti offerte al regime di Saddam Hussein. Quindi, doccia fredda già questa settimana con i primi casi denunciati da sindacati e opposizione a sole 48 ore dall’entrata in vigore della legge. Come quello di un gruppo di dipendenti della Triangle Cables di Melbourne, tutti attivi nel sindacato, licenziati in tronco senza motivazione, o dell’azienda Tooheys che ha dato il benservito a sessanta carnionisti. Molte imprese negli ultimi mesi avrebbero poi ridotto il numero dei lavoratori a meno di cento per poter avere maggior agio nei licenziamenti. Il tutto grazie a regole che Brian Boyd, leader sindacale del Victorian Trades Hall Council, qualifica come le «più draconiane che l’Australia abbia mai visto» davanti a duemila delegati riuniti si ieri a Melbourne.
Particolarmente soddisfatti sono invece gli imprenditori, soprattutto quelli del settore minerario, una delle attività a più alta sindacalizzazione. Per loro, la nuova legge darà al singolo lavoratore maggiore spazio di manovra, premiando i più capaci a discapito di quelli meno efficienti. Una visione contestata dall’ opposizione laburista e dai sindacati pronti ora a una nuova battaglia.