Auguri, Ric! Ottant’anni di… ideali

Partigiano, dirigente della Fgci, figura storica nel partito meneghino domani festeggia al Circolo Marchesi

Irriverente, sfottente, incallito, imperturbabile, divertito, anche il più milanese tra il nostro gruppetto di irriducibili: Sergio Ricaldone. Il Ric. «Ma non fare il pirlassa». Alla Franco Angeli, dove nei miei anni meneghini ho avuto modo di incontrarlo, vederlo e persino pranzare insieme alla “cassina dei pomm”, questa frase era come il logo che lo contrassegnava, il Ric.

Il quale Ric si portava dietro un certo alone, vuoi per il suo passato partigiano, vuoi per le sue frequentazioni ai piani alti della federazione del Pci milanese (che allora era qualcuno), vuoi per l’amicizia, anzi confidenza, che gli ostentava “il dottor dottor Angeli” (come noi impertinenti chiamavamo il “padrone” della casa editrice dove lavoravamo entrambi). E vuoi anche per la Tina, sua moglie, che allora era la mitica segretaria del Giangi, Giangiacomo Feltrinelli in persona.

Allora. Poi ognuno di noi due è andato per la sua strada (anche se sempre nella stessa direzione); e vedo adesso che il tempo è volato, che il Ric ha 80 anni, e gli fanno pure la Festa (che qui a Milano, voi del circolo “Marchesi”, chiamate «una simpatica tradizione»…). E vedo che sono garantiti dolci fatti in casa e formaggi e salumi di qualità, (perchè, belle donne e champagne no?) e ci saranno canti e balli. Bene. E vedo, guardando in fretta il foglietto allegato all’invito – si annoti, la Festa del Ric è per sabato 8 ottobre dalle 15 in poi presso il circolo Concetto Marchesi, via Spallanzani, 6, a Milano – che in questi suoi primi ottant’anni ne ha fatte e viste delle belle, il Ric.

Intanto, fin da piccolissimo ha il padre in galera, colà sbattuto dal Tribunale speciale fascista, detenuto politico per 15 anni. Ha 17 anni quando, nel ’42, comincia la sua militanza politica nelle file del Pci. Naturalmente fa il partigiano, in Valsassina; nel ’44, Raffaele De Grada, Raffaellino, lo mette, insieme a Quinto Bonazzola, ad organizzare i primi nuclei del Fronte della Gioventù, ma, causa imboscata, rischia di finire davanti al plotone di esecuzione, evitato il quale approda nel lager di Bergen Belsen.

Operaio metalmeccanico, Sergio nel dopoguerra lavora all’Alfa Romeo e si fa le ossa in quella che allora è la fabbrica di punta del movimeno sindacale. Nel ’49 diventa segretario provinciale della Fgci; e poi i suoi interessi si spostano in campo internazionale, segue da vicino i movimenti di liberazione in Asia e in Africa (Vietnam nel cuore). Ha viaggiato un sacco, il Ric, e ha conosciuto dei gran bei tipi, Le Duan, Giap, Ben Bella, Amilcare Cabral, Franz Fanon, Gheddafi. E’ stato bello, dice.

Ma il verbo al passato non fa per lui. Lui insiste in breccia, come si sa; fa il presidente dell’associazione lombarda Italia-Vietnam, collabora assiduamente all’Ernesto e continua a battersi per le stesse idee (da lui chiamate ideali). Soprattutto persevera a fare quello che ha fatto sempre, a non chiedere mai niente per sé, quel gran pirlassa…

Grazie, Ric (così averne).