«Attenzione, si rischia un’altra guerra»

«Il Medio oriente si trova ad un bivio. O si imbocca la strada per uscire dal tunnel della guerra nella quale la politica israeliana del rifiuto e dei fatti compiuti ha costretto la regione, convocando una conferenza internazionale di pace che porti ad un ritiro di Tel Aviv dai territori occupati palestinesi, libanesi e siriani in cambio della pace, una Madrid II o magari una Roma I, se l’Italia lo vorrà, oppure le probabilità di un secondo round del conflitto in Libano e di una nuova guerra con Israele sono assai maggiori di quanto si pensi. Soprattutto con questa amministrazione Usa inebriata dai fumi del fondamentalismo». Con queste parole di disponibilità a riprendere il negoziato, ma anche di forte preoccupazione per una nuova guerra con Tel Aviv che molti in Siria danno, se non si aprono nuove prospettive di pace, come inevitabile, il ministro dell’informazione Mohsen Bilal – noto chirurgo, ex ambasciatore a Madrid ed ex studente all’università di Bologna – ci esprime nel suo studio alla televisione siriana, sulla centrale piazza Omawyin, il senso di mobilitazione e di urgenza che pervade il suo paese, sempre più deciso – dopo il fallimento dell’assedio Usa, il miglioramento della situazione economica e la vittoria della resistenza libanese – ad uscire da una perenne incertezza sul futuro e a riottenere, in un modo o nell’altro, dopo quarant’anni di occupazione, le alture del Golan.
Nel suo ultimo discorso alla stampa Bashar al Assad ha riproposto con forza la necessità di una rapida restituzione del Golan e per la prima volta da 33 anni un presidente siriano ha parlato di un possibile ricorso all’opzione militare. Quasi la necessità di una spallata come quella del 1973 che poi portò alla restituzione del Sinai all’Egitto…
L’obiettivo di liberare le alture del Golan è stato sempre al centro della politica siriana ma ora la situazione è divenuta insostenibile. I territori occupati palestinesi, le fattorie di Sheba, il Golan sono la radice del conflitto e questo va risolto una volta per tutte con un approccio generale, una nuova conferenza di pace come quella del 1991 basata sul principio di uno scambio «pace contro territori» e cioè del ritiro israeliano sui confini del 1967, la nascita di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme est, e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Per quanto ci riguarda noi siamo pronti a riprendere le trattative al punto al quale erano giunte ai tempi di Yitzhak Rabin. Non c’è tempo da perdere. Israele pensa che il tempo sia dalla sua parte ma la guerra in Libano ha dimostrato il contrario. Il suo rifiuto a trattare, le violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale, i veri e propri crimini di guerra commessi in Palestina e in Libano, hanno creato un tale odio nei suoi confronti da mettere in crisi qualsiasi discorso negoziale. In questo modo Israele sta condannando i suoi figli ad un futuro di odio e di guerra permanente. Occorre cambiare strada, altrimenti la nostra generazione sarà l’ultima ad accettare l’idea che è possibile una trattativa con Israele.
E’ possibile un secondo round della guerra in Libano e un suo allargamento alla Siria?
Certamente. Israele continua il suo blocco aereo e navale del Libano, continua ad occuparne alcuni territori e a compiere raid in violazione della tregua come quello nella valle della Bekaa della scorsa settimana, pericolosamente vicino ai nostri confini. Inoltre Tel Aviv sta già rimettendo in discussione il cessate il fuoco sostenendo che la resistenza dovrebbe disarmare e non usare più parte del proprio territorio, il Libano del sud, mentre invece Israele avrebbe carta bianca per continuare i suoi attacchi – con la scusa di bloccare presunti rifornimenti di armi alla resistenza – e si riservano di estenderli anche alla Siria. Tutto ciò dimostra che qualsiasi intervento, come la risoluzione 1701, che tenga conto degli interessi di una sola parte e non coinvolga tutti i paesi della regione sia in realtà destinato al fallimento. Una consapevolezza, questa, che sembra aver consigliato alla Fancia una certa cautela nel decidere la sua partecipazione alla nuova forza dell’Unifil in Libano.
Che pensa dell’invio delle truppe multinazionali anche italiane nel sud del Libano?
Il nostro giudizio negativo sulla parzialità della risoluzione 1701 è noto, così come la nostra convinzione che spetta solamente ai libanesi decidere come intendano difendere il loro paese – e quindi il disarmo o meno della resistenza – e non certo all’Onu. Le truppe dell’Unifil sono lì da molti anni e hanno avuto problemi solamente da parte israeliana. Se le nuove forze rispetteranno la sovranità del Libano e il suo diritto a resistere ad Israele e a liberare i territori occupati non penso ci saranno problemi.
L’insuccesso israeliano nel Libano del Sud ha cambiato a suo parere la percezione e, almeno in parte, la realtà dei rapporti di forza militari nella regione?
Per quanto ci riguarda una ferma richiesta della restituzione del Golan è stata al centro della politica della Siria da 1967 ad oggi, così come la determinazione, basta ricordare il 1973, a liberarlo, preferibilmente con la pace ma in caso contrario anche con la resistenza e la guerra. Indubbiamente però la guerra in Libano ha reso evidente a tutti noi che la macchina da guerra israeliana può essere fermata e che quell’esercito, considerato invincibile, è stato bloccato da alcune migliaia di giovani combattenti della resistenza libanese. E grazie a questa consapevolezza il Medio oriente di questa fine di agosto è totalmente diverso da quello di prima del conflitto. La pace e la guerra non sono mai state così vicine. Noi siamo ormai pronti per entrambe.