«Attenzione: il patto ci può bloccare»

In un congresso unitario, chiaramente dominato dalla prospettiva elettorale, quasi «finto» – tanta è la mancata esplicitazione degli elementi di frizione interna – l’intervento del segretario della Fiom, Gianni Rinaldini, era atteso come l’unico che potesse «perturbare» un poco il clima serenamente unitario del congresso della Cgil. Salito sul palco un attimo dopo l’ingresso di Prodi, ha parlato davanti a una platea gremita e immediatamente silenziosa, come mai era avvenuto in questi giorni. Rinaldini non ama la retorica e i lunghi giri di parole; il suo stile è asciutto e conciso, ma va dritto al nocciolo dei problemi, senza dimenticare nessuno di quelli che rivestono un ruolo-chiave. Ha aperto smentendo le voci secondo cui la Fiom avrebbe voluto «destrutturare il sindacato pensionati» (con la richiesta di poter avere la doppia tessera); e mettendo all’ordine del giorno la necessità di «aprire il capitolo della riforma organizzativa della Cgil», che va però affrontato con «una discussione complessiva, non a pezzetti». Ha rivendicato l’uso del referendum tra tutti i lavoratori come metodo per approvare piattaforme rivendicative e accordi con la controparte, «un grande fatto di democrazia che parla all’insieme delle organizzazioni sindacali». Un’occasione per polemizzare amichevolmente con Savino Pezzotta, che si era espresso contro la «democrazia di mandato» e a favore di quella «rappresentativa», ricordandogli che «vogliamo essere soggetto autonomo, portatore di un progetto sociale e che ha un’unica fonte di legittimazione: i lavoratori e le lavoratrici che vuole rappresentare».

Avverte Prodi che «esiste un profondo disagio sociale, in particolare per la condizione dei giovani»; che vengono stretti tra «il peggioramento delle condizioni di lavoro, i processi di precarizzazione e la drastica riduzione del potere d’acquisto». Tre fattori che stanno creando «una situazione esplosiva». Le «aspettative per un nuovo governo sono tante», ma serviranno «subito elementi di discontinuità forte, che siano visibili e leggibili per la gente»; perché «non è detto che quel disagio abbia «naturalmente» uno sbocco di sinistra». Le due richieste che avanza sono intanto «l’abrogazione della legge 30 e di tutta la legislazione che crea precarietà, compresa la legge sull’orario di lavoro e quella sulla cessione di ramo d’azienda»; e il «ritiro immediato dall’Iraq e dall’Afghanistan», su cui la platea spende un’ovazione.

Non gli è piaciuto, e lo dice «il patto di legislatura» offerto da Epifani a un auspicato governo di centrosinistra: «chiamiamolo patto fiscale, perché è necessario verificare i passaggi che il prossimo governo andrà a compiere». Né ritiene che si possa semplicemente tornare alla «concertazione del `93»; perché «la situazione è profondamente cambiata». Sulla «riforma del modello contrattuale», infine, ricorda che «Confindustria è chiarissima: ha opinioni opposte alle nostre sia sull’orario di lavoro che su un’idea di sindacato come “sindacato collaborativo”». Per non lasciare deluso chi si attendeva una piccola vena polemica sulla formazione della lista unitaria per il direttivo, avverte che «c’è ancora qualche problema di funzionamento nella nostra pratica democratica».

Molto atteso anche l’intervento del segretario confederale Paolo Nerozzi, che lega la possibilità di battere Berlusconi al fatto che «milioni di persone, dal 23 marzo (2002, ndr) in poi hanno detto «siamo qui, un altro mondo è possibile». E proprio per questo rivendica al sindacato il diritto di essere non solo «autonomo, ma anche qualche volta disobbediente» rispetto a governi che pure sono un interlocutore serio. Sulle sue proposte concrete («rendite finanziarie da tassare, fisco, abolizione della Bossi-Fini e della legge 30»), da quel che si vede, la Cgil avrà occasione di doverlo dimostrare.

Un Giorgio Cremaschi in gran forma parte invece dalla necessità di battere Berlusconi «per affermare anche qui in Italia un’altra idea di Occidente, ormai contestato in modo drammatico, e a volte inaccettabile, dal resto dell’umanità». L’esponente della Fiom boccia il «patto di legislatura» e l’idea che si possa «tornare al passato, all’accordo del luglio ’93», perché «abbiamo bisogno di una ridistribuzione di ricchezza, e questo richiede vertenze, accordi e conflitto». Così come il contratto nazionale resta «il migliore strumento contro la devolution» che vorrebbe imporre Confindustria, «con il massimo decentramento sul salario e la massima centralizzazione sulle norme» che vincolano la prestazione lavorativa».

Resta dunque in fondo latente la battaglia tra le idee all’interno della Cgil. Ce ne sono molte e interessanti, e viene quasi di dire peccato che le differenze diventino palesi solo al momento di comporre le liste dei dirigenti.