Atesia, i precari del call center si raccontano

Sono per l’80% donne, guadagnano in media 800 euro al mese, sognano l’assunzione a tempo indeterminato. Inchiesta del Prc

Sono per l’80% donne, guadagnano mediamente 700-800 euro al mese, hanno una anzianità lavorativa di almeno due anni. Per loro il part time, il contratto “atipico” non sono una libera scelta ma l’unica condizione per poter lavorare, con la speranza che un giorno arrivi l’assunzione a tempo indeterminato, anche se in molti non ci credono. Oltre all’incertezza del posto, lamentano soprattutto lo scarso rispetto che l’azienda ha per la loro dignità di lavoratori. Il ritratto dei 4.300 precari che lavorano nel call center Atesia di Roma, oggi in sciopero assieme a tutti i dipendenti e collaboratori del gruppo Cos, emerge con chiarezza da una ricerca realizzata dal “Dipartimento nazionale inchiesta” di Rifondazione comunista, con il contributo delle ricercatrici Eliana Como e Antonella Lizambri.
L’indagine, condotta con metodi scientifici (i 302 intervistati sono un campione relativamente piccolo ma molto significativo), è parte di un lavoro più ampio sui call center che ha visto in totale la somministrazione di 1400 questionari. Un modo per capire e dare voce a chi vive nei luoghi simbolo della flessibilità estrema, dove ai precari vengono negati diritti sindacali basilari, quali quello di eleggere una propria rappresentanza o di poter votare sugli accordi che li riguardano. Va detto che se questo accade, la colpa non è sempre e solo dell’azienda. Basti pensare che il 65,8% degli intervistati di Atesia ha dichiarato di non conoscere i contenuti dell’accordo firmato nel maggio del 2004 dai sindacati di categoria di Cgil Cisl e Uil. Così come è significativo che, tra quelli che dicono di esserne a conoscenza, il 27,1% si definisca poco o per niente soddisfatto.

Opinione comprensibile, dal momento che l’intesa siglata dai confederali – che ha come obiettivo la stabilizzazione dei precari – prospetta tuttavia un percorso fatto di contratti di inserimento, apprendistato e lavoro a progetto che non solo non assicura il mantenimento del posto alla scadenza, ma in molti casi porterà a una decurtazione netta delle retribuzioni mensili.

Il problema è che si tratta di persone per cui lo stipendio del call center è spesso l’unica fonte di reddito. L’inchiesta del Prc aiuta a sfatare il luogo comune per cui l’identikit di chi fa questo tipo di lavoro è quello dello studente che tenta di non stare completamente sulle spalle dei genitori. Se si guarda all’età, si scopre che il 32% dei teleoperatori ha 30 e più anni. Per l’80, 7% degli intervistati questo è l’unico lavoro svolto. Il 79% del campione è inoltre costituito da donne, oltre un terzo delle quali ha uno o più figli. Il 58% delle operatrici e degli operatori di Atesia lavora più di 30 ore settimanali, ma non riesce a guadagnare abbastanza per diventare economicamente indipendente, soprattutto in una città come Roma, dove il costo degli affitti e dei trasporti è particolarmente alto: alle paghe basse (la retribuzione è a “contatto utile”) si sommano le giornate di non lavoro forzato e i periodi ferie e malattia non retribuiti. Alla fine, si riesce a portare a casa uno stipendio medio di 700-800 euro al mese.

Alla domanda “Qual è la cosa che ti pesa di più nel tuo lavoro”, si nota una importante differenza tra i precari di Atesia e i collaboratori degli altri call center. Mentre per i secondi “lo scarso rispetto della tua dignità come lavoratore” pesa per il 13%, per quelli di Atesia invece la dignità lesa pesa per il 20%, allo stesso livello dell’incertezza del posto di lavoro. Solo l’11% dice di partecipare alle assemblee, a testimonianza del clima che si respira in questa azienda, dove di recente quattro esponenti del collettivo sono stati licenziati per avere parlato di questioni sindacali con i loro colleghi durante una pausa nell’orario di lavoro. Per Rifondazione, va sciolto il nodo della rappresentanza: «Indire le elezioni delle Rsu senza la vergogna della riserva del 33% – commenta Vittorio Mantelli – potrebbe essere l’inizio delle pratiche del nuovo movimento operaio che, sulla strada di Genova fino a Melfi, ci ha insegnato che attraverso la partecipazione di una comunità resistente si può aprire una prospettiva per uscire dalle politiche liberiste».

A questo proposito, fa riflettere il fatto che, ridando la parola al lavoro, si scopra che il 94% dei collaboratori di Atesia aspiri a un contratto a tempo indeterminato. Con buona pace dei teorici della flessibilità e della fine del posto fisso, annunciata alcuni anni fa dall’oggi “pentito” Massimo D’Alema.