Atene, fischi per Condoleezza. Lacrimogeni contro i manifestanti

Dopo il clima bollente trovato ieri ad Atene, stamani il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice si aspetta un’accoglienza migliore in Turchia, nella seconda tappa del suo mini-tour europeo.
Messe da parte le divergenze del 2003 – quando il premier Recep Tayyip Erdogan decise di non concedere le proprie basi al Pentagono per l’invasione dell’Iraq – Ankara e Washington si sono impegnate a lavorare insieme, in nome di una comune “guerra al terrorismo”. Concretamente, la Rice chiederà alla controparte turca di sposare la linea Usa per quanto riguarda il nucleare iraniano, abbandonando l’approccio morbido adottato finora.

Uno dei punti d’unione del breve viaggio della Rice, infatti, è proprio la formazione di una nuova “coalizione di volenterosi” che fiancheggi gli Stati Uniti contro l’ostile Iran. Ieri, nella prima tappa del tour, il segretario di Stato si è rivolto, senza troppo successo, al premier greco Costas Karamanlis e al ministro degli Esteri Dora Bakoyannis. Il sì di Atene (membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu) sarebbe prezioso in caso di votazione sulle sanzioni economiche contro la Repubblica islamica. Al termine dell’incontro, tuttavia, il governo greco ha evitato una risposta diretta, auspicando una posizione comune dell’Unione europea sulla questione.

Il vertice si è svolto in un clima tutt’altro che disteso. Nella capitale l’inviata della Casa Bianca è stata accolta da violenti scontri tra manifestanti e polizia, con bombe molotov e gas lacrimogeni. Il pugno di ferro annunciato alla vigilia dalle autorità (5mila poliziotti in assetto antisommossa dispiegati) non è bastato a scoraggiare i pacifisti, che sono scesi in strada in migliaia al grido di «Condoleezza go home!» e «Condoleezza Reich».

Maggiori risultati conta di ottenere la Rice oggi ad Ankara. Pur di incassare il sostegno diplomatico dell’unico Paese musulmano della Nato, la Rice è pronta a offrire un’importante contropartita: il sostegno concreto nella lotta all’indipendentismo curdo. I colloqui di oggi si concentreranno proprio sulla questione della stabilità del confine turco-iracheno, minacciata – secondo il governo turco – dalle azioni di guerriglia del Partito dei lavoratori curdi (Pkk). Dopo i violenti scontri nel sudest di inizio aprile (costata la vita a decine di persone), il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) ha annunciato una dura offensiva nella regione mediante l’invio di 200mila militari. Anche nell’aspirante membro Ue non mancano gli oppositori della politica dell’amministrazione Bush: già ieri centinaia di persone hanno manifestato davanti all’ambasciata statunitense. Ciò nonostante, dopo venti anni di guerra all’indipendentismo, in Turchia (specie negli ambienti militari) esiste la convinzione che sia necessario fare affidamento sul vecchio alleato d’Oltreoceano più che su Bruxelles. Secondo quanto scrive Huseyin Bagci su New Anatolian, «attualmente gli Stati Uniti stanno offrendo maggiore sostegno alla Turchia nella lotta al terrorismo del Pkk, mentre l’Unione europea rimane ancora neutrale. La politica Usa è più concreta e stabile». Pur avendo inserito il Pkk nella propria lista nera delle organizzazioni terroristiche, l’Unione europea non appare ben disposta ad assecondare la linea dura scelta dal governo. Washington, invece, dichiara apertamente di sostenere le misure di Erdogan contro i “terroristi” interni e, per dare un segnale in questa direzione, ha garantito ad Ankara un intervento contro le basi della guerriglia sorte nel nord curdo dell’Iraq. Per ora – secondo il canale turco Ntv – la collaborazione americana si è limitata alla fornitura di alcuni rapporti della Cia e Fbi che aiuterebbero a individuare i centri della guerriglia, ma non è escluso che a breve Washington conceda anche il via libera per compiere operazioni militari oltre confine, in territorio iracheno.

L’ultima tappa del viaggio della Rice è prevista in Bulgaria. In questo caso, il segretario di Stato si limiterà sostanzialmente a firmare l’accordo reso noto lunedì, che prevede la creazioni di nuove basi militari americane nel sud del Paese. Secondo quanto annunciato dal ministro della Difesa Vesselin Bilznakov, citato dalla radio nazionale, le forze del Pentagono saranno ospitate all’interno di vecchie postazioni militari bulgare: il poligono di Novo Selo nei pressi di Sliven, l’aeroporto militare Bezmer di Yambol, l’aeroporto militare Graf Ignatievo nei pressi di Plovdiv e alcuni depositi militari nei pressi della città di Aitos. L’accordo rientra nel più ampio piano di ridispiegamento delle forze Usa in Europa, dall’ex blocco occidentale verso gli Stati del vecchio Patto di Varsavia. A chi accusa il governo di Sofia di aver firmato una pesante ipoteca a favore di Washington, Bilznakov risponde che gli interessi nazionali sono stati garantiti, e che dalle nuove basi non partiranno attacchi contro Paesi terzi. Di certo si sa solo che – in un primo momento – arriveranno nel nuovo membro Nato 2500 soldati americani, il cui numero potrebbe aumentare nel corso del tempo (l’accordo ha durata decennale) e «a seconda delle esigenze concrete».